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Giorgio Pasquali. Scritti filologici: letteratura greca, letteratura latina, cultura contemporanea, recensioni - copertina

Giorgio Pasquali. Scritti filologici: letteratura greca, letteratura latina, cultura contemporanea, recensioni

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Editore: Olschki
Anno edizione: 1986
In commercio dal: 1 gennaio 1986
Pagine: 2 voll., LXXIV-1046 p.
  • EAN: 9788822234674
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recensione di Russo, C.F., L'Indice 1987, n. 8

Quando ricevetti dall'"Indice" l'impaginato di quest'opera per Pasquali centenario (29 aprile 1885/9 luglio '52), sul frontespizio figuravano solo i nomi di Bornmann e La Penna; ora se ne leggono altri due. Come un prologante comico, il prefatore fa qualche indiscrezione sulla casa: "la fatica della scelta e dell'ordinamento", "l'amarezza per il ritardo", "la prima colpa è nostra", "la nostra inerzia", "ardua la scelta", "un'altra ragione di ritardo: gli scritti sono quelli più specialistici, che hanno meno attrattive per un largo pubblico", "la nostra colpa può essere attenuata ricordando che parecchio si è scritto su Pasquali", e cita Pieraccioni, Caretti, Folena, Timpanaro. Il prefatore: "la letizia per questo evento non elimina del tutto l'amarezza per il ritardo: la pubblicazione di questa scelta avviene trent'anni dopo la sua morte", "il ritardo parrà piuttosto strano". "Sconcertante", dice altrove La Penna in una coeva "Storia dell'ateneo fiorentino", che la facoltà a suo tempo lasciasse andare per sedici anni la cattedra di Pasquali (e prima di Girolamo Vitelli). Questa e l'obliqua "humus" di quell'"inerzia".
La raccolta è un po' fuori sesto: già i disgiunti reparti "Letteratura greca" e "Letteratura latina" stridono. Un prontuario delle riviste con Pasquali collaboratore sarebbe stato utile: "Pan", "Pegaso", "Leonardo", "La Cultura" sono conosciute dai novizi? Nell'indice, si desiderano le singole date di pubblicazione, e una menzione esplicita degli scritti sconosciuti alla bibliografia ufficiale (profonde lacune, da "Italia nostra" di De Lollis alle voci bizantinistiche per Bompiani, alla recensione a Migliorini-Devoto, furono indicate da Giuseppe Palermo, un allievo di Caretti, ma qui è taciuto). Manca un elenco un po' ragionato di tutte le opere, e si desidera ormai conoscere la fortuna di Pasquali mitteleuropeo, che cominciò nell'11 con: "Ich, Giorgio Federico Guglielmo Ercole Francesco"; tale è l'inizio di un "Lebensiauf", autografo, ritrovato da "Belfagor" '84 a Gottinga; una ventina di anni dopo Werner Jaeger dedicava un'ampia recensione alle "Pagine stravaganti".
A grande distanza dal luglio '52, e nell'Italia filologica cangiante, un'edizione dei 78 scritti, con arco '07-'52, doveva forse configurarsi altrimenti: aprirsi con i nove scritti di "Cultura contemporanea" mettendo in testa l'ultimo, Max Pohlenz '52, un autoritratto quasi; e dare ogni evidenza a Croce e le letterature classiche, un "pamphlet" sempre vitale; e avrei aggiunto, da altre sezioni. "L'Italia e il "Thesaurus", "L'Antologia Palatina", Gennaro Perrotta storico letterario, tutte le meravigliose postille librarie in "Pan" anni '30, e alcune delle recensioni (Collomp, Ugo Enrico Paoli, Valgimigli), anzi tutti gli scritti nelle quattro riviste di varia cultura. La gigantesca recensione alla minuscola "Textkritik" di Maas doveva essere tradotta, sì da confrontarla con il volume che ne discese nel '34, la "Storia della tradizione e critica del testo" ('52 - 2a edizione, poi Oscar Mondadori, ora anche in antiquariato Le Monnier), e qui avrei aggiunto, in corpo minore, la prefazioncina '52 alla "Textkritik" tradotta (Pasquali, quando dette un incremento alla "Storia", vi immise in italiano scritti già tedeschi, uno di Paul Maas). La "Cultura contemporanea" poteva onorare Fustel de Coulanges, "La città antica", tradotta da Perrotta, introduzione e note di Pasquali, '24, pp. V-XIX-506. Ho alluso alla recensione '34 a Valgimigli: "la prosa di Valgimigli: scritture talvolta molto estravaganti, non solo critiche di poesia ma ricordi e descrizioni di uomini e cose". Vedete l'epiteto suggeritogli l'anno prima per le "Pagine"; c'è una lettera a Valgimigli del '33, pubblicata da Pieraccioni in "Belfagor" '78: "anche mia moglie ci si è divertita vedendo quel che tu dici della 'civetteria' del titolo, tranne ch'essa è di Russo e non mia. Russo volle quel titolo, e io l'accettai perché, se avessi chiamato il libro "Ricordi" come voleva Ojetti, in primo luogo il titolo avrebbe designato solo una parte, e forse neppure la maggiore, e poi, il libro non si sarebbe venduto". Nelle "Stravaganze quarte e supreme" '51 dirà: "Se altri articoli dello stesso tipo (di quale tipo poi?) saranno raccolti dopo la mia morte, se la cavino gli editori: io suggerisco fin d'ora, conforme a un modello celebre, "Stravaganze d'oltretomba"." Ma gli editori, alle prese con mille e più pagine, hanno fuso il titolo "Gli studi di greco", "Leonardo" '25-'26, con il titolo della rubrica, come se l'autore avesse scritto "Arti e studi in Italia nell'ultimo venticinquennio. Studi di greco" (questi "Studi di greco" erano già in "Belfagor" '73, e con una lettera di Girolamo Vitelli a Luigi Russo, direttore di "Leonardo"; il "Ricordo di Nicola Festa" era già presso Osanna di Venosa, '84; ma qua non lo dicono).
"Letteratura latina": per un "Leggendo" oraziano l'asterisco rinvia al '35, pagine 41-48; ma il lettore trova qui solo tre pagine, e non tutte quelle indicate. "Leggendo" degli "Studi italiani di filologia classica" '35 aveva tre momenti: 1. Orazio, 2. Calogero Jaeger, 3. Historia Augusta. Il curatore ha preso Orazio, e ha tralasciato silenziosamente la schermaglia con Guido Calogero recensore di "Paideia". Ma Jaeger è "Letteratura greca", mentre questa è "Letteratura latina" blindata! Così vanno le cose nel centenario, e a trentacinque anni dalla morte: e pensare che questa è l'unica menzione di Calogero, e che Calogero risponderà subito (Perrotta era già intervenuto): i due insegnavano a Pisa, Scuola Normale, ma le loro vite parallele coincideranno di meno fra qualche anno. Pasquali diventò accademico nel dicembre '42, e "Una donna" anonima lo satireggiò per lettera qual "tizio" vanitoso sul mondadoriano "Il tempo" del 4 febbraio, ove Eugenio Montale aveva ritratto "Il filologo soprano", tre pagine e sette fotografie (Caretti ha ristampato il testo in "Paragone" '85).
Il lettore profano che consulta gli scritti qui raccolti - le 157 pagine del libro accademico "Quaestiones Callimacheae" andavano pubblicate a parte in edizione anastatica, ma qui si dovevano ricordare i graffi che Pasquali vi dava tranquillamente a Wilamowitz - potrebbe dapprima andare a quelle postille per "Pan" e a quegli "Studi di greco": noterà informazione tempestiva e di rango, anche intorno ai papiri e a libri stranieri, brio, indipendenza. È presente anche una postilla siffatta: "Di Giorgio Pasquali è apparso un grosso volume su quello che è il problema preliminare di ogni filologia, "Storia della tradizione e critica del testo" (Firenze, Le Monnier, L. 45). L'autore, filologo classico, prende dalle due letterature classiche la maggior parte dei suoi esempi, ma non tutti: molti anche dalla letteratura latina del Medioevo e dalla bizantina. Ma nel libro è trattato per es. anche il complicato problema del "Milione" di Marco Polo. Per un problema nel quale la filologia, cioè l'interpretazione esente da pregiudizi, storicamente adeguata, deve fare i conti con l'incredulità degli sciocchi, le "varianti d'autore", il Pasquali ricorre alla letteratura italiana, in primo luogo al Petrarca e al Boccaccio, ma anche a Ludovico Ariosto e ad Alessandro Manzoni. Il libro tende a mostrare che la trasmissione dei testi è di rado puramente meccanica."
Cosa si vuole di più esatto? In seguito segnala la propria voce "Omero" del '35, "Enciclopedia italiana". Queste settanta e più voci enciclopediche, '29-'37, come "Biblioteca", "Ellenismo", "Etnologia", "Metrica", "Prosodia" fino a "Wilamowitz", sono state raccolte con una serrata introduzione di Timpanaro, coadiuvato da Bornmann e Pascucci (l'Istituto Enciclopedia Italiana le ha intitolate "Rapsodia sul classico", pp. 346).
I due prefatori, il latinista La Penna e l'"outsider" Timpanaro, si erano preparati da tempo, curando nel '64 e '81 l'"Orazio lirico" e la "Preistoria della poesia romana". Il "linguista nostro" è stato raccolto da Folena, "Lingua nuova e antica" ('85 -2a edizione - Le Monnier), il "Weltreformer" è in "Scritti sull'Università e la Scuola", a cura di Raicich '78 qui si va dal "colpo di Stato fascista" con Piero Calamandrei '23 al ministro Gonella satireggiato in "Italia socialista" '48: il "Weltreformer" scolastico è il miglior Pasquali politico, in tutte le fasi della sua esistenza: questo emerge anche dal "Quaderno Viesseux" '86 curato da Pieraccioni, con studi di Bolelli, Pascucci - memorialista gradevole - e Ferrone attento archivista.
"Il Tevere: storia e voluttà", ripescato da "Belfagor" '86: Pasquali vi racconta nel '50 come da ragazzo, compagni Lionello Venturi e Antonio Mugnoz, il fiume in piena "gli mettesse addosso una febbre di forza"; da adulto, sempre con la febbre, esclamerà: "ma io sono fatto cos ì- nell'"Italia che scrive" '41, ritrovata da Palermo - non so resistere a impulsi centrifughi, quantunque preveda che il cedere ad essi m'impedirà di lasciare un'orma nella mia disciplina". Celiava, con questi autoritrattini. Nel '30 ricordando Aby Warburg, la cui biblioteca passerà dalla Germania nazista a Londra, scriveva in "Pégaso", "Pagine stravaganti di un filologo" '33: "parrà strano che parli del Warburg uno che di conoscenza di arte figurata e di rinascimento non fa professione, un filologo serio serio, uno studioso senz'occhi."
Note legali