Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 2000
  • EAN: 9788806153946

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recensioni di Guzzo, P. G. L'Indice del 2000, n. 06

Da quale varco avvicinarsi allo "scavo", direi su stesso, del quale Carandini ci traccia il "giornale"? "Il", oppure "un"? Perché, al di là della piacevolezza per il lettore di seguire un itinerario di formazione, del quale i passi successivi e le conseguenze risultanti sono gli uni descritte e le altre motivate, al di là della materia di riflessione, ognuno dei varchi offerti non sembra portare molto all'in-
terno. Se ne potrebbe tentare una sommaria enumerazione, naturalmente soggettiva: il varco autobiografico, quello dell'ambito professionale, quello della metodologia della disciplina; quello dei personaggi incontrati, quello dello scontro tra scienza e politica. Intorno a ognuna di queste etichette possibili si possono aggregare, scomponendo il tessuto solo apparentemente disordinato dell'impaginazione del volume, i pensieri che Carandini raccoglie, oserei dire per deformazione professionale, in schede, raramente più distese di una pagina. Un lettore malizioso, ma di contigua pertinenza all'ambiente dell'archeologia italiana, potrebbe altresì essere tentato di leggere compulsando l'indice dei nomi: così da seguire, in ordine alfabetico, quanto Carandini pensa, e scrive, dei propri colleghi, da Ranuccio Bianchi Bandinelli a Paul Zanker (in realtà, il primo in ordine alfabetico è Carmine Ampolo, l'ultimo Federico Zeri). Ma non credo che nessuno dei varchi apparenti, o possibili, sia quello reale per entrare dentro lo "scavo" del quale Carandini ci presenta il "giornale": e tantomeno può esserlo l'indice dei nomi.
Come tutto quello che diventa pubblico di una personalità pubblica, anche quest'opera ha un significato politico: e, per questo motivo, è "il" giornale che Carandini desidera sia noto, quasi il manifesto del ruolo che egli ha svolto lungo gli anni che lo hanno visto attivo, e ancora lo vedranno, sulla scena della cultura, non solo italiana ma anche almeno europea. L'archeologia della quale Carandini ha costruito un metodo di applicazione, rivolto alla comprensione storica del mondo antico o, per più precisamente esprimersi, di quei settori del mondo antico che costituiscono i campi di intervento delle applicazioni praticate, è rivendicata come componente essenziale della cultura. Non solo per i risultati affidabili sul piano scientifico che possono sortire da lavori e studi condotti con rigore metodologico, ma anche per le ricadute in direzione di una più avanzata "qualità della vita", sul piano dell'uso del territorio, dell'utilizzazione del tempo libero, della diffusione delle conoscenze e quindi dell'ampliamento della coscienza critica nei non specializzati, dell'incremento dell'occupazione intellettuale, del rapporto tra docenti e discenti, dell'equilibrio tra istituzioni.
La natura politica del ripensare che Carandini ha esplicitato sulla carta a beneficio dei lettori si disvela nel desiderio di illustrare compiutamente, fin dalle radici, appunto con un taglio che potrebbe essere definito autobiografico, le motivazioni del programma. Se Carandini ci porta con sé alla verifica, all'interno dell'ambasciata italiana di Londra, dei propri ricordi infantili che sono lì localizzati, non si tratta di una recherche. Si tratta, piuttosto, della convinzione che ogni avvenimento passato ha prodotto conseguenze che si constatano anche nell'oggi. E altrettanto vale per la rivisitazione della casa Carandini aParella di Ivrea, nella quale gli oggetti, le cose formano un sistema, esemplato dalla personalità di un uomo, il nonno Francesco.
Forse questi due temi costituiscono le acquisizioni che l'autoanalisi di Carandini ha ritenuto fossero da porre a monte della sua attività di archeologo: facendo sì che, nello scavo e nello studio, di quanto si sia trovato ci si sforzi di ricostruire il sistema originario, e di quest'ultimo abbia una visione storica, lungo lo sviluppo del tempo, fino all'uso che si possa proporre come il migliore nell'oggi, a beneficio di un pubblico il più ampio, ma anche il più cosciente possibile.
Se questa che si è schematizzata è la chiave di scrittura (e quindi anche di lettura) del giornale di Carandini, non ci si potrà meravigliare del suo rovello mentale, prima nello sforzo di descrivere con chiarezza a se stesso il proprio compito, poi, e contemporaneamente, nel paragonarsi con il mondo a lui circostante spesso contrario a quel programma. Da questo continuo paragonarsi con gli altri deriva ai pensieri sparsi qui raccolti una serie di ritratti, di schizzi, di impressioni che richiamano un più immediato interesse. Carandini nomina quasi tutti i maggiori antichisti di questa ultima metà del XX secolo, e non pochi dei principali politici che hanno avuto meriti, e demeriti, nelle vicende della cultura istituzionale italiana. Al di là della piacevolezza con la quale Carandini intinge la sua penna ora nel miele ora nel fiele per fissare le proprie esperienze dei rapporti con tali personaggi, anche per questa categoria come possibile componente del Giornale credo valga la lettura politica che, per tutta quest'opera, ho proposto.
Non sfuggirà, infatti, anche a coloro che non siano completamente addentro al piccolo mondo dell'antichista italiana, come l'alternarsi del miele e del fiele sia parallelo alla gradazione di aderenza del personaggio descritto alla linea di azione che Carandini ha adottato. Sembrerebbe quasi che la sua ricercata, motivata, anche tormentata convinzione di come si debba fare archeologia oggi sia divenuta profonda e totalizzante ragione di vita. Nelle pagine del Giornale si colgono accenni ad angoli privati, che sembrano per lo più rivolti agli affetti, i quali possono mostrare come Carandini non viva solamente per l'archeologia. Il che sembra venire a costituire un ben armonioso equilibrio. Equilibrio, beninteso, che riguarda l'uomo Carandini: del quale il Carandini politico estensore di questo Giornale non vuole interessare il lettore, cui, invece, si rivolge perché desidera da un lato esplicitare (rivendicare?) il proprio ruolo nella battaglia per migliorare la cultura italiana, dall'altro acquisirlo in essa come potenziale alleato.
Se quanto fin qui detto è nel reale, si evidenzia vieppiù la lunga strategia di Carandini: alla quale sembrerebbe, quindi, far da contraddizione l'aggettivo "sparsi", che qualifica i suoi "pensieri".A leggere, nulla potrebbe apparire più sparso: la successione reale del tempo, gli argomenti, talvolta anche il modo di porgere, la quasi assoluta mancanza di rapporto tra un pensiero e il successivo. Eppure, non sfuggo alla convinzione che quell'aggettivo sia il sigillo, criptico quanto geniale, della volontà, oserei dire della caparbietà, politica di Carandini. Chi mai avrebbe letto un saggio su come fare archeologia? Chi mai si potrebbe appassionare a un manifesto per rifondare una disciplina al più esornativa di distratti in cerca di un brivido di mistero o di un'emozione estetica? Invece l'indeterminatezza, apparente, dell'autobiografia, appuntata più che sistematizzata che si vuol dare intravedere con l'uso di quell'aggettivo cela il desiderio di accattivare il lettore.Il quale, se gravita nel campo, andrà a ricercare il proprio nome nell'indice, o quello di qualcuno che conosce, o del quale ha sentito parlare (c'è anche Vittorio Sgarbi, anche se una volta sola).
Sortisce il complesso da queste compatte duecentodieci pagine di testo al netto degli apparati un disegno determinato, del quale è di certo troppo presto, ed anche inutile, tentare un giudizio. Presto, perché le azioni in pro e quelle in contrario sono in contemporanea azione, e non hanno ancora esplicato tutte le potenzialità insite, così da costituire situazioni definite. Inutile, perché un'azione (una battaglia) culturale, qual è nel suo fondo quella che Carandini motiva e propugna, non si misura, nel breve spazio della vita di un essere umano, in risultati acquisiti, quanto in lievitazione di coscienze. Le modifiche dello status quo che Carandini propugna non potranno derivare altro che da un consenso di tale ampiezza da essere in grado di influenzare scelte parlamentari. E ciò potrà verificarsi solamente se quella lievitazione di coscienze, cui appena sopra si accennava, avrà felicemente completato il suo sviluppo e si sarà propagata a decine di migliaia di individui.
L'introiezione dell'archeologia storica, che si adombra nel De Chirico di copertina, in Carandini ha prodotto una consapevolezza che egli ha adottato come obiettivo e paragone della sua condotta pubblica. Quest'ultima, ora esplicitata come in un manifesto, potrà essere utilizzata come metro di giudizio di tutte le altre possibili, anche se alle diverse e alle contrarie ad essa, a quanto consta, manca un tal manifesto. Pur se nel quotidiano intrico dei poteri, delle competenze, delle risse, delle alleanze si disvela quanto basta a comprendere, per chi abbia attenzione sufficiente a intendere, le scelte di campo dei protagonisti e dei comprimari. Manifesti del genere costituiscono una rosa con spine: aggregano e fanno riconoscere, ma producono anche i risultati opposti. Di certo, una riflessione del genere non sarà stata ignota a Carandini.