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Curatore: F. Contorbia
Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 2009
Pagine: LXXII-1973 p. , Rilegato
  • EAN: 9788804583530

Con i due volumi che coprono il periodo 1939-2001 è giunta al termine la grande antologia del giornalismo italiano curata per i "Meridiani" da Franco Contorbia con la collaborazione di Andrea Aveto. Si tratta di un'impresa editoriale oggi così rara, che non si sa se si debba più alla provvida sbadataggine del dio dei brutti tempi che corrono, che ha lasciato passare, senza proibirlo o relegarlo in un angolino, un così straordinario monumento culturale e filologico, o alla determinazione intellettuale e scientifica dei curatori e di Renata Colorni, responsabile della prestigiosa collana mondadoriana. Sta di fatto che, considerando anche i due tomi precedenti che coprivano il periodo 1860-1939, l'opera è nel suo insieme, per qualità e mole, impressionante e, diciamo, imprescindibile in una biblioteca colta di oggi. I giornali, recensendo ampiamente i due ultimi volumi, non hanno resistito (comprensibilmente, visto che di loro si parla) a guardarli come se fossero una hit parade di successi, misurando presenze e assenze di nomi e testate, felicitandosi o rammaricandosi per quelle di casa.
Si è arrivati a parlare di criteri di ammissione da manuale Cencelli. Niente di più sbagliato, invece, che leggere in questo modo l'opera. Anche solo una scorsa alle due impeccabili introduzioni di Contorbia lo avrebbe potuto dimostrare, tutte puntate come sono su una storia dei giornali come specchio e megafono di una società e di un'epoca e sulla ricostruzione della vicenda del giornalismo novecentesco come luogo di comunicazione in continua e infine tumultuosa evoluzione, dentro un discorso in cui, solo dopo che sono stati sistemati questi dati fondamentali, emergono le singole testate e i singoli giornalisti. In questo senso, l'opera si offre come uno strumento di lavoro di rara precisione e ricchezza. Tra le eleganti introduzioni di Contorbia e le note precisissime di Aveto si ha a disposizione una storia e un dizionario impeccabili e molto funzionali del giornalismo italiano. Per non parlare dell'imponente bibliografia.
Ma non c'è dubbio che i due "Meridiani" attraggano soprattutto per i fatti che il curatore ha deciso di selezionare, scegliendo poi il loro giornale e il loro cronista o interprete; semmai, solo a questo secondo livello si noterà il peso della formazione e del gusto letterario di Contorbia, visto che, fra le tante voci che poteva di volta in volta scegliere a illustrazione di un evento, ha perlopiù optato per quelle più interessanti e acuminate non solo per giudizio critico e professionalità giornalistica, ma anche per qualità di scrittura.
Impressiona ripercorrere, attraverso la penna di firme giornalistiche primarie, i fatti più importanti della nostra storia recente. Ecco allora l'editoriale di Filippo Sacchi sul "Corriere della sera" del 27 luglio 1943 riaffermare l'impegno di verità del giornalismo che per vent'anni era stato dimenticato o impedito e aprire di fatto il dopoguerra della stampa. Ecco il 25 aprile raccontato a Milano da Buzzati in una cronaca memorabile; l'uccisione di Mussolini e dei suoi gerarchi sotto la penna di Carlo Levi, in un articolo stupendo in cui il despota è definito "l'idolo vuoto della massa informe, identico ad essa". C'è di tutto in questi volumi, c'è la storia nostra e del mondo. Non solo politica, ma anche cronaca nera, sportiva (Berruti olimpico nel '60 nell'articolo che Gianni Brera aveva "sognato di scrivere per tutta la sua vita"), mondana e artistica (le scarpe della Callas che si divora una bisteccona al Biffi descritte nel 1956 da Giancarlo Fusco), l'intervista a grandi personaggi (Alberto Cavallari in dialogo con Paolo VI), processi (quello a Eichmann raccontato dal giovane Bocca sul "Giorno" del 12 aprile 1961), le guerre riprese o ininterrotte (Budapest nel '56 descritta da Montanelli, il colpo di stato in Grecia del '67 da Mario Cervi, la guerra di Israele all'Egitto del '67 da Bernardo Valli), i grandi eventi sociali (il maggio parigino del '68 descritto da Giancarlo Marmori sull'"Espresso"), le catastrofi naturali (il terremoto del Belice vissuto da Nicola Adelfi in diretta) ed ecologiche (l'Icmesa di Seveso nel servizio di Enzo Biagi), il terrorismo (la bomba di piazza Fontana in una cronaca di Cederna per l'"Espresso"). Insomma, come scrive Contorbia, "da un lato i grandi fatti della politica interna e internazionale, dall'altro la minuta fenomenologia del costume, le guerre e le calamità naturali, i delitti e i processi (…) il teatro e la musica, lo sport e la moda", in articoli quasi sempre "legati da una relazione di stretta contiguità temporale agli oggetti narrati o analizzati" e quindi ancora caldi della loro attualità.
Il primo dei due tomi, quello che copre il periodo 1939-1968, documenta anni di alta qualità del giornalismo italiano, prolungatisi in parte ancora negli anni settanta, con giornalisti scrittori (e scrittori giornalisti) e direttori intellettuali di prim'ordine, e con un ruolo importante della stampa periodica ("Mondo", "Espresso", "Europeo"), che favorisce anche sui quotidiani la crescita del giornalismo di "interpretazione" (direbbe Ottone), accanto a quello di cronaca.
Se, come quelle letterarie, le simpatie politiche del curatore non sono nascoste (specie nell'introduzione all'ultimo tomo), queste non gli impediscono comunque una selezione equilibrata, larga, delle voci provenienti da schieramenti diversi. Vero è che, a scorrere il primo volume, si capisce che, riletta con gli occhi dell'oggi, la contrapposizione destra- sinistra del dopoguerra è tanto più ideologicamente netta quanto culturalmente sfumata, fondati com'erano i due schieramenti su un terreno culturale e spesso anche esperienziale, biografico, condiviso e rispettato da tutti. Esattamente all'opposto di oggi.
I paragrafi finali dell'introduzione di Contorbia all'ultimo tomo testimoniano anche la consapevolezza di chi sa come, negli anni che stanno oltre il discrimine editoriale e storico delle Due Torri, non c'è solo un altro giornalismo, ma anche un'altra (in)civiltà politica, una divaricazione degli schieramenti a partire dai fondamentali della democrazia e della cultura, e forse anche – come a suo modo, discutibile ma non certo del tutto sbagliato, aveva denunciato Oriana Fallaci – una crisi della stessa civiltà occidentale e, in essa, delle vecchie regole di comunicazione e informazione pubblica.
L'antologia rende bene anche la natura e la funzione caratteristiche del giornalismo: un modo di raccontare la realtà comunicando anche le emozioni che essa suscita. Diverse, contraddittorie, conflittuali, intense, forti. A volte faziose o pregiudiziali e magari persino artificiose, provocate ad arte. Ma sempre il giornale comunica fatti, opinioni ed emozioni insieme: è una somma di informazione e coinvolgimento (ideologico o emotivo) del lettore e di interpretazione dei fatti. I volumi dei "Meridiani" ne offrono campioni stupendi, condivisibili o no per il giudizio che favoriscono o presuppongono, ma sempre molto coinvolgenti. Leggi una cronaca giornalistica di un fatto di tanti anni fa ed esso ti torna attuale con il suo carico di sensazioni, magari scostanti o scontate, ma sempre presenti, palpabili.
Per questo, opportunamente, l'impresa si chiude con tre memorabili pezzi (di Scalfari, Fallaci e Terzani) che sono tre reazioni alla (annunciata) fine prossima ventura dell'Occidente, tutte grandi, tutte forse sbagliate o incomplete, ma tutte, certo, di alta dignità, tutte in modo diverso vere, intense ancora oggi, come lo furono per chi le lesse otto anni fa.
In questa imprevista crisi dell'Occidente, che comincia, prima che dalle invasioni dei barbari, dal suo imbarbarimento culturale e politico, che l'ultimo nome citato da Contorbia sia quello di Anna Politkovskaja è indicativo dell'inizio di una stagione del mondo e del giornalismo in cui non è più consentito salvarsi nelle prudenti (equi)distanze e si deve avere il coraggio di mettere tutto in gioco, la propria dignità e persino la propria vita.
Vittorio Coletti