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scheda di Terracini, L., L'Indice 1991, n.10
Diari di guerra e di prigionia, racconti di fughe ed emigrazioni, ne conosciamo ormai tanti. La reazione "eccone un altro" è dunque inevitabile in un primo momento di fronte a questo libro, in cui l'autore, oggi professore ordinario di fisica all'università di Perugia, rievoca le vicende del nascondiglio in Italia, della fuga in Svizzera e relativo internamento per vari mesi, vissute da lui e dalla sua famiglia tra il 1943 e il 1945. Costretti alla clandestinità perché ebrei, si rifugiano per mesi in una capanna nei boschi emiliani, aiutati dai contadini; fuggono poi a piedi in Svizzera attraverso i monti del confine comasco, e vivono là a lungo in vari centri di raccolta di rifugiati, tra assistenza e obbligo di lavoro. Sono vicende note, sia attraverso vari scritti rievocativi, sia attraverso infiniti racconti di protagonisti. Tuttavia, questo libro si presenta con un suo fascino, dovuto in parte all'attraente indugio sui dettagli, in parte al continuo andirivieni temporale tra la vita avventurosa di allora e la solidità di un'infanzia vissuta nel calore di una famiglia unita; in parte soprattutto all'humour con cui i disagi vengono affrontati e raccontati. L'autore settantenne di oggi si cala nel suo passato giovanile con brio narrativo, quasi sempre fondato sull'uso del presente storico. Così, rapidi schizzi (la sorella Clara che, in avanzata gravidanza, sopporta imperturbabile enormi disagi, il padre che, imperterrito, fa discorsi politici mentre pela le patate, lui stesso costretto a faticosi lavori di addetto alla pulizia dei gabinetti e alla manutenzione delle caldaie) si mescolano con ampie descrizioni di solitarie escursioni, nei giorni liberi, sulle montagne svizzere. È un libro leggibilissimo, in cui vibra una costante vitalità, proprio attraverso l'angoscia e lo squallore delle cose vissute. Non per nulla incomincia parlando della "vita che pulsa, chiedendo di vivere" e finisce, anche se con ampie riserve sull'avvenire, con il treno che torna in Italia, sotto il Sempione, dove "il fumo entrava dai finestrini chiusi, ma c'era la magica sensazione di lavar via tutto il nero, tutto lo sporco che aveva insozzata l'Italia sotto l'ombra del maligno".
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