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Nell’ambito della produzione giovanile di Verdi si trova un’opera quale Un giorno di regno che ha avuto un destino particolarmente sfortunato. Dopo il successo del suo primo lavoro, Oberto, conte di San Bonifacio, Verdi fu incaricato dall’impresario Bartolomeo Merelli di scrivere un’opera buffa per il Teatro alla Scala la cui composizione coincise con la morte della moglie, lutto che seguiva quello dei due figli scomparsi poco prima. La disperazione di Verdi non si conciliava certo con un argomento leggero e la sua partitura venne accolta alla prima milanese il 5 settembre 1840 con un fiasco totale, tanto da essere ritirata la sera stessa del debutto; anche i giornali dell’epoca si mostrarono particolarmente crudeli con il compositore tanto che Verdi, in una lettera al suo editore Tito Ricordi di quasi vent’anni dopo, ricorda che si era maltrattata «l’opera di un povero giovane ammalato, stretto dal tempo e col cuore straziato da un’orribile sventura»; nella stessa lettera Verdi sottolinea che Un giorno di regno poteva anche essere stata un’opera cattiva, ma che tante altre «non migliori sono state tollerate e forse anche applaudite». Cinque anni dopo la prima rappresentazione, quando cioè Verdi aveva riscosso un autentico trionfo con Nabucco, Un giorno di regno ottenne un grande successo a Venezia al Teatro San Benedetto. In realtà con gli occhi di oggi quest’opera non si rivela affatto quella disastrosa composizione che per tanti anni è stata considerata.