Una giovinezza inventata

Lalla Romano

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1995
Formato: Tascabile
Pagine: VI-273 p.
  • EAN: 9788806139025
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    Emilio Berra

    30/10/2017 10:51:18

    "I personaggi sono tutti veri (...). Ma insieme si può dire che tutto è 'inventato' , nel senso che questa è la mia verità poetica (...). Del resto la verità dell'artista non è verità storica, ma la verità delle mie impressioni , e queste impressioni sono assolutamente autentiche" (Lalla Romano). "Inventata" anche come colta oltre le apparenze, ad un livello più profondo. L'autrice più proustiana della Letteratura italiana ci offre qui anche un bell'affresco di un'epoca. Essenzialmente è però un romanzo di formazione verso un'emancipazione autentica fuori dalle 'tendenze' e dalle mode. Attualissimo oggi, quando molte cosiddette emancipazioni invece non sono altro che ricadute nel solco del nuovo conformismo edonistico-libertino. La scrittura è, come sempre, bellissima.

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    Domenico Fina

    19/01/2004 22:51:59

    E’ un romanzo pubblicato nel 1979 quando la Romano aveva 73 anni ma ha tutta la vitalità della giovinezza. Il titolo è tratto dalla prima parte di un aforisma di Elias Canetti, "una giovinezza inventata, che diventa verità nella vecchiaia"; in effetti la giovinezza della Romano, messa a fuoco nella vecchiaia, si mostra più vera perché l’autrice ha acquisito l'esperienza per delinearla nettamente ma allo stesso tempo inventata essendo sfumate le sensazioni della Lalla giovane. Non è un'autobiografia è un romanzo vero e proprio in cui la narratrice sembra rivivere quegli anni di vita giovanile nella Torino della fine anni Venti; resoconto in cui trovano posto le lettere di gioventù, le poesie, i diari di una giovane e geniale studentessa, un "cardo selvatico" era chiamata da un suo professore. Ma il tema dominante del libro è senza dubbio l’amore, l’amore aspro di chi sente di aver chiesto troppo alla vita. Lalla Romano, una ragazza avvenente e sensibile, si sente attratta negli affetti dal suo caro amico Giovanni Oneglia ma negli istinti da Altoviti che spesso chiama A., "ho rivisto A. - egli è nella mia vita il simbolo vivo del mio errore: bellezza e vanità – non umanità – egli è vivo al modo dell’arte – sogno e materia povera – mi è indifferente e fatale" mentre di Giovanni scrive: "alla comunione si alzò e andò all’altare. Lo vidi tornare a capo chino e a mani giunte. Si inginocchiò e chiuse la faccia dentro le palme. Non avevo mai conosciuto uomini così devoti. Sapevo bene che lui era religioso, ma la maniera mi sembrò irreparabile. A modo mio lo ero anch’io, nel senso di credente: ma divisa, in allarme, forse perfino infedele, in fondo; o fedele solo nel fondo". La giovane Lalla, si rimprovera di non saper amare, "io so che sono una donna sbagliata", ma non è una donna sbagliata, forse è una donna scombinata come il pezzo di un puzzle che non si combina con il resto, vorrebbe cambiare forma ma non può. La bellezza tragica e ironica del libro è proprio questa - l’amore vissuto come un’attrazione dei sensi e p

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