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Giudici e telecamere. Il processo come spettacolo

Fulvio Gianaria,Alberto Mittone

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1994
Tipo: Libro tecnico professionale
Pagine: VI-100 p.
  • EAN: 9788806136147
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recensione di Ambrosini, G., L'Indice 1995, n. 3

"La pubblicità dei processi diviene lo strumento pedagogico essenziale per insegnare a obbedire alle leggi... la pubblicità dei giudizi si rivela essenziale per poter controllare l'esercizio delegato della giurisdizione... il pubblico... non si accontenta più di assistere compiaciuto o sconvolto allo svolgersi del processo, e pretende di controllare per conoscere, per formarsi e formare opinione, per dissentire". Concetti pienamente condivisibili, non citazioni di "altri", delle quali pur abbonda senza infastidire il libretto agilissimo e colto, intelligente e gradevole di due non qualunque avvocati torinesi, già noti per un "Dalla parte dell'inquisito" del 1987.
Bravi nel ripercorrere la storia del processo penale quando si spoglia dell'originario ruolo vendicativo, quando esce dal segreto, quando si mostra in pubblico e ha bisogno di un pubblico vigile e controllore. In difficoltà, in parte perdonabili, quando sembrano non comprendere, o pretendono di comprendere troppo, dimenticando che il pubblico non può essere soltanto gli amici o i parenti dell'imputato o della vittima, o l'occasionale passante che si ripara dal freddo in fondo all'aula, o i morbosi appassionati del processo di sangue. Oggi spettatori sono tendenzialmente "tutti" grazie, o meglio a causa, della Tv. Ma la privacy nelle aule di giustizia è utopia, ancor prima dell'arrivo televisivo, perché il processo pubblico, in quanto tale, è garanzia e al tempo stesso violenza: prevale la funzione di garanzia che è essenziale, il costo della violenza è un sacrificio difficilmente evitabile.
Il rischio innegabile è che si rovescino i ruoli, che sia la Tv a condurre il processo anziché il giudice, o che i giudici conducano il processo in modo diverso e fors'anche difensori, imputati e testimoni siano alterati nel loro dire e riferire, con esiti falsanti. Per evitare che il processo si possa trasformare in spettacolo, con tutte le diverse regole che sono proprie a questo genere, gli autori-avvocati propongono di fermare il tempo agli anni quaranta, accettando la presenza di microfoni discreti e la trasmissione radiofonica. L'ascoltatore sostituirà l'immagine viva con figurine ritagliate da quotidiani e periodici?

recensione di Papuzzi, A., L'Indice 1995, n. 3

Quando si è aperto il dibattito sulla legittimità e opportunità della televisione nelle aule di giustizia, da giornalista mi sembrava che porre limiti alla pubblicizzazione del processo potesse essere più rischioso delle deformazioni create dalla ripresa televisiva. Ma non avevo realmente approfondito la questione. D'altronde c'era, a sostegno della tesi della massima pubblicizzazione, lo storico esempio di "Un processo per stupro", trasmissione che aveva messo a nudo gli aspetti più crudeli e squallidi d'una cultura maschilista che impregnava anche le aule dei tribunali (vedi il libro documento pubblicato con lo stesso titolo, Einaudi 1980 ). Ma fatti recenti hanno aperto pesanti dubbi sulle certezze del giornalista: il processo Pacciani, il processo Cusani, soprattutto quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, dove il processo a O.J. Simpsons si è trasformato in un grande spettacolo televisivo e in un fenomeno di isteria collettiva. L'amplificazione della realtà che crea la televisione rispecchia ancora l'interesse sociale che ha ispirato al legislatore la pubblicità dei processi? La lettura del pamphlet di Gianaria e Mittone mi ha obbligato a prendere in considerazione aspetti che avevo sottovalutato e che altri giornalisti avevano invece messo in discussione da diversi anni: È giusto esporre in questo modo, più nudi che se fossero nudi - scriveva Oreste Del Buono nel 1988 -, esseri umani per il divertimento degli altri?". E la diffusione delle videocassette del processo Cusani, da parte di "Epoca", nel maggio 1994, con foto e pubblicità, dimostra che "la storia del registrato può avere i più disparati percorsi... sempre più determinati dai gusti della collettività".
Non sarà un caso se in diversi paesi le aule di udienza sono vietate alle telecamere salvo casi eccezionali (Inghilterra, Germania, Francia, Austria, Irlanda, Belgio). Gianaria e Mittone danno una sintesi della normativa applicata fuori d'Italia, da cui mi sembra importante citare almeno la situazione francese, dopo il processo a Klaus Barbie del maggio 1987. Vennero stabilite due condizioni inderogabili per la registrazione televisiva d'un processo: "innanzitutto che si tratti di 'processo per un crimine contro l'umanità' e in secondo luogo che il processo si sia concluso con una sentenza definitiva, e quindi inappellabile". Negli Stati Uniti invece ha vinto, per ora, la televisione, al punto che esiste un network solo di processi. Il diritto costituzionale dei cittadini all'informazione, l'interesse sociale per la pubblicità del processo e di conseguenza la scelta dei media da usare dovranno essere regolati, secondo Gianaria e Mittone, da un principio etico e giuridico che essi così definiscono: "La rivendicazione del sapere collettivo dovrà essere per come si esercita la giustizia penale nelle aule e non per come reagiscono alla convocazione in giudizio i protagonisti".