È giusto obbedire alla notte

Matteo Nucci

Collana: Scrittori
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 2 marzo 2017
Pagine: 363 p., Brossura
  • EAN: 9788868336660
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Descrizione
Finalista al Premio Strega 2017
Presentato da Annalena Benini e Walter Pedullà.

Un'avventura di dolore e rinascita nel cuore mitologico e moderno di una Roma sconosciuta. L'atteso ritorno al romanzo di uno dei più talentuosi scrittori della sua generazione.

«Un romanzo gagliardo, una narrazione straordinaria» - Tuttolibri della Stampa

«Grazie, caro Nucci, per questa appassionante lettura» - la Repubblica

«Matteo Nucci ci sa fare» - Vanity Fair

«Un narratore dal polso sicuro» - Il Messaggero

«Le lacrime degli eroi è uno splendido saggio-romanzo che mi ha commosso» - La Stampa

Ai margini della Roma che tutti conosciamo, dove il Tevere crea un'ampia ansa prima di correre verso il mare, vivono uomini e donne che sembrano essersi incontrati solo grazie alle rispettive necessità. Fra baracche e chiatte, uniti dalla gestione di una trattoria improvvisata, mentre si alternano in piccoli lavori nei campi e nella guida dei turisti cittadini attratti dai loro lavori arcaici, essi hanno formato una specie di strana comunità fuori dal tempo e dal mondo in cui siamo abituati oggi a vivere. Cesare, uno degli ultimi anguillari romani, suo fratello Guido, un bizzarro lettore di testi sacri, Victoria, una cuoca sudamericana e due ragazze dell'est dal mestiere equivoco, hanno accolto già da qualche anno un uomo in fuga. Lo chiamano tutti "il dottore" perché, se il suo nome non ama rivelarlo, sembra venuto a offire le sue cure a chi vive lì e nei dintorni. Zingari, reietti, osti, piccoli criminali, pastori clandestini, tutti chiedono al dottore di essere curati. Tutti del resto hanno intuito che questo cinquantenne vissuto sempre in città è venuto in realtà a curare se stesso. Ma qual è il suo passato? Quale l'immenso dolore che lo ha strappato alla sua casa? Mentre il respiro del fiume scandisce il tempo della lettura, veniamo attratti nella storia della sua vita, di sua moglie Anna e di sua figlia Teresa, delle sue perdite, del suo coraggio, del suo terrore. Accompagnati da racconti di nutrie, di cani, di animali fiabeschi, dai ritmi della natura che si approfondiscono nel cuore della città, conosceremo tutto di questo indimenticabile personaggio, antico e moderno assieme, e apprenderemo di nuovo come solo il dolore possa spingere l’essere umano alla rinascita. Una rinascita che passa per le mani di donne, e attraversa una notte cui è giusto obbedire.

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  • User Icon

    Monica

    24/10/2018 14:32:18

    Libro complesso, profondo, mitologico nel senso di percorrere i sentieri difficili e inestricabili che legano vita morte amore odio pietà. Un libro che rimane nella coscienza e nel subconscio del lettore e da cui non ti liberi più, vedendolo riemergere improvvisamente e inaspettatamente nella vita di tutti i giorni. Doloroso ma necessario, non sono d'accordo con chi dice che non ci si affeziona ai personaggi: il dottore, Helena, tutti gli attori della vita attorno al Tevere ti scavano dentro con le unghie e si accomodano in fondo al cuore. Forse il premio Strega lo meritava Nucci. Un grazie particolare ad ibs che,senza che io lo chiedessi, mi ha spedito una copia autografata "pensando di fare cosa gradita": siete magici.

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    emma

    28/12/2017 18:07:19

    raramente mi capita di sospendere la lettura o saltare intere pagine di un libro. mi è successo con questo . la curiosità di scoprire la storia del protagonista e conoscere la Roma nascosta non è bastata. a più di metà narrazione (?) ancora non ho capito gli eventi e i protagonisti. flash back infiniti e confusi. leggere un romanzo deve anche essere rilassante e nello stesso tempo stimolante. qui ho trovato solo la fatica di capire, e di conseguenza non ho provato empatia per i protagonisti.

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    Sebastiano

    01/12/2017 10:46:42

    L'idea di ambientare il romanzo lungo il Tevere, verso la foce, è assolutamente interessante, così come lo sono i personaggi; tuttavia, di buono c'è quello e poco altro. La parte centrale del romanzo, sebbene finalizzata alla comprensione di certi eventi, è troppo pesante, piena di cose che avrebbero potuto anche non esserci e nulla si sarebbe perso di importante. Invece, l'Autore si dilunga su dettagli e vicende che finiscono solo per rendere il tutto confuso e, a tratti, incomprensibile. Nulla da dire sulla parte della storia ambientata nel presente (la prima e l'ultima, per intenderci), davvero bella e scorrevole. Anche il finale non mi ha pienamente convinto; si ha l'impressione che l'Autore si fosse stancato dui scrivere e volesse ultimare frettolosamente il romanzo. Peccato, un'occasione persa.

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    furetto60

    06/04/2017 10:32:55

    Storia di una Roma diversa sia da quella di città, sia da quella di borgata, una Roma nascosta nelle pieghe, a tratti pasoliniana come ambientazione e con altrettanti numerosi personaggi. Nonostante l’evidente impegno dell’Autore, ho trovato la prosa macchinosa, affatto scorrevole, grondante di un’aggettivazione fine a sé stessa, e di particolari che a nulla servono se non ad appesantire il narrato. Come se oppresso da ansia da prestazione, il romanzo si risolve in una faticaccia, oltre tutto anche i dialoghi (spesso prolungati allo sfinimento) in alcuni punti non si capisce dove vogliano andare a parare. Peccato perché l’idea di base era buona, ma andava sfrondata da tanti inutili orpelli.

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[…] Cesare è il primo personaggio a comparire: è uno degli ultimi pescatori di anguille e sta portando a pesca dei “turisti” […]. Con lui il fratello Giulio, un po’ mistico un po’ spacciatore. Nei discorsi che avvolgono Cesare, Giulio e i “turisti” appare, citato come una figura misteriosa e mitica il Dottore che presto si rivelerà il perno della narrazione. Archeologo di chiara fama, si è ritirato in questo angolo di mondo per studiare possibili terapie per la figlia, colpita da un’incurabile malattia genetica. La sua vita, oltre che nello studio e nella cura della bambina, si è ristretta attorno e all’interno di una piccola comunità di déracinés: Cesare e Giulio, i pescatori, Victoria, la padrona sudamericana dell’Anaconda, Helena una prostituta straniera che vi abita […], il misterioso e malato Huertas che vive in una cloaca fuori uso […]; un po’ più in là gli zingari con a capo Milan: vivono offrendo “consulenze” ai clienti di una sorta di casinò nelle vicinanze. Poche, pochissime le frequentazioni “borghesi”: il vecchio amico Sergio che tenta di riportarlo alla civiltà, la suocera (la moglie, esasperata dalla sua ossessione, se n’è andata lasciandogli la bambina), una signora incontrata all’ippodromo con la quale ha un fuggevole incontro. Matteo Nucci è un grande “paesaggista”. Ce lo dimostra nelle complesse, articolate panoramiche, debitrici tanto del linguaggio dell’architettura quanto di quello dell’urbanistica […]. Molto bello, nella sua secchezza, il paesaggio in movimento che accompagna il primo ritorno in città: […]. Ma Nucci è anche uno straordinario “dialoghista”. Gli scambi di battute tra il Dottore e la figlia malata, difficilissimi se si vuole evitare lo scivolamento nel patetico, reggono quasi senza esitazioni. Facile, ampiamente storicizzata la gestione del dialetto, ma non così quella dell’italiano usato dagli zingari. In un episodio che vede il Dottore con Sergio compare un passo particolarmente significativo del culto tributato al dialogo. Tra la merce di un rigattiere notano degli acquerelli: uno rappresenta due ragazzini sotto una pergola: cosa si staranno dicendo i due adolescenti? “Sottovoce mi sale un dialogo: ‘Annamo? Annamo dove? Ar solito posto no? Sì, annamo dopo, devo nì qui’...”. “Sottovoce mi sale un dialogo”: quasi una occulta dichiarazione d’intenti per interposta persona, o meglio per interposto personaggio. L’ammissione netta e precisa dell’amore per il dialogo, per la “parola parlata”.

Recensione di Luca Terzolo.


«Il filo, non devo perderlo. Ascolta. Il fatto è che questo filo non c’è. Proprio non c’è. Non è nemmeno il labirinto. Non si va né avanti né indietro. Non ha senso il tempo, né in avanti né all’indietro».

Un fiume in piena, di parole, di aggettivi, di suoni. Suoni che quasi mai, però, si risolvono nell’armonia delle parti e nella chiarezza delle definizioni, quanto piuttosto in un’unica, fangosa, vivissima cacofonia da cui essere continuamente travolti. Vale per la storia del Dottore, il protagonista di È giusto obbedire alla notte, ritrovatosi a vivere sulla riva del Tevere con un passato che non sa più se ricordare o dimenticare; ma vale un po’ anche per lo stile del suo autore, Matteo Nucci, la cui impresa impossibile è quella di incanalare nel nero di inchiostro delle sue pagine tutta l’irrequieta maestosità della vita del Tevere.

Nucci lo fa con una scrittura mimetica, densa, piena di riferimenti classici; riferimenti che però, più che alla perfezione umanistica del tempio, fanno pensare all’accumulo antiquario, a quell’horror vacui che riempie con l’eccesso (di immagini, di voci, di storie, di grida) il vuoto imperante del Tempo. Caotica e senz’ordine, d’altronde, è anche la Roma descritta nel romanzo: non il centro città dalle marmoree e fredde proporzioni, ma le baracche sconclusionate sulla riva del fiume, ultima e spesso desolante soglia prima del bosco e del caos.

Si tratta, in fondo, di un Tevere-Scamandro, di un limen, una linea di confine tra la città e l’ignoto, il giorno e la notte, Apollo e Dioniso; e come attorno allo Scamandro infuriava la battaglia per Troia, così sul Tevere infuria la battaglia della vita, forse fisicamente meno impegnativa ma non per questo meno disperata. Lo sa bene il Dottore, che con la vita ha già perso il suo primo scontro, ma lo sanno anche il perduto Luis, la luminosissima Victoria, la triste Helena, il pescatore (anche di uomini) Cesare e Giulio, il fool della situazione, che cita a memoria la Bibbia e produce un centerbe-pharmakon dalle magiche virtù.

Ma racchiudere la vita nelle pagine di un libro è dura, quasi come voler fermare a una a una le onde fangose del Tevere; a volte in effetti il lettore arranca, incespica, non ce la fa: lo scintillante dettaglio appena emerso dalle acque è subito travolto dall’onda successiva, che trascina in avanti nuovi segreti e nuove scoperte e ricostringe le vecchie sul fondo. Che fare, allora? È vero che le parole di Nucci si accumulano e scorrono in fretta, ma fortunatamente al comando c’è un narratore che è un vero e proprio titano, uno che fa di tutto e anche di più per fermare sulla pagina la corsa della Storia. Anche se solo per un singolo, meraviglioso istante.

Recensione di Elena Malvica

Indice

Parte prima. Fiume

Uno
29 novembre 2015

Due
30 novembre 2015

Tre
1°, 2, 3 dicembre 2015

Parte seconda. Fuga

Uno
27 agosto 2012. Quello che non abbiamo preso lo portiamo

Due
7 dicembre 2012. L'uomo nella notte accende una luce a se stesso

Tre
1° febbraio 2013. Nutrito da un'unica notte

Quattro
30 marzo 2013. Come un lampo

Cinque
15 maggio 2013. Le porte del giorno e della notte

Parte terza. Fame

Uno
30 giugno, 1° luglio 2016

Due
2 luglio 2016

Tre
3, 4 luglio 2016