Il grande imperatore e i suoi automi

Jean Lévi

Traduttore: L. Balbo
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1986
Pagine: V-293 p.
  • EAN: 9788806594855
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recensione di Pogliano, C., L'Indice 1987, n. 3

Gli automi cui allude il titolo fanno la loro comparsa molto tardi, quasi alla fine del libro, e occupano, oltreché pochissime pagine, una posizione apparentemente marginale nella ricchezza di episodi che ne forma la trama. Viene allora fatto di domandarsi perché l'autore - un giovane sinologo francese (ma di origini italiane) -abbia voluto annunciarne così clamorosamente la presenza. Una possibile risposta può venire dal trattarsi, lungo l'insieme dei molteplici eventi narrati, di un apologo sulla patologia del potere: non, si badi, su una particolare congiuntura di dominio che degeneri o traligni dalla giusta misura e da regole decenti, ma più radicalmente sul potere stesso assimilato a malattia, fisica e morale, dell'uomo.
In questo senso, il desiderio che nutre Qin Shihuangdi, primo grande imperatore cinese vissuto nel III secolo a.C., di governare un regno di automi obbedienti a norme immutabili, diventa apice e rivelazione al tempo stesso di una follia naturale, eterna. A differenza dei suoi sudditi, quei congegni, costruiti per suo diletto da un abilissimo artigiano, gli avrebbero obbedito "senza desideri, senza pensieri, senza movimenti che non fossero quelli programmati" (p. 254). Essendo limitato il numero delle combinazioni tra le rotelle, l'agire di quei servi meccanici avrebbe goduto di piena prevedibilità. Tanto grande meraviglia induceva a concluderne che, se si fosse riusciti a conoscere con altrettanta sicurezza la periodicità degli umori nel vivente, se ne sarebbe padroneggiato senza residui il destino.
Il grande imperatore che in successive campagne belliche e con sapienti diplomazie d'annessione ha saputo unificare un immenso territorio, è uomo sofferente e ossessionato. Incubi e sogni enigmatici lo tormentano senza tregua, e senza che i suoi indovini sappiano persuasivamente decifrarli, o placarli. Si sente via via più solo e malato; lo attanagliano vertigini, mal di testa, nausee. Gli spettacoli di marionette semoventi dapprincipio ammirati con stupore tra l'infantile e il maligno gli fanno dubitare finanche del proprio potere, e sospettare d'essere, lui pure, "una brillante apparenza su cui si posano tutti gli occhi senza vedere la ruota idraulica che la muove" (p. 258).
Così, se la contemplazione di quei docili bambocci di bronzo lo aveva rallegrato e inorgoglito - niente di meglio che un universo-macchina di cui illudersi primo motore -, ora gli capitava di chiedersi quale forza oscura a sua volta, movesse i fili dietro di lui. Ovvero, si potrebbe commentare, l'ambivalenza del potere: un'implicita energia espansiva e moltiplicatrice mai disgiunta dal senso di morte e di dannazione.
Originariamente, Lévi avrebbe voluto scrivere un saggio storico, e s'è ritrovato fra le mani un romanzo. Perché questo sia accaduto, egli lo spiega in una recente intervista: a causa della qualità della documentazione raccolta sull'epoca dei cosiddetti Regni combattenti, occorreva un testo "aperto alla favola, al simbolismo, all'inverosimile, a quella dimensione fantastica che uno storico avrebbe dovuto abolire" (cfr. E. Filippini, Il cinese che ammazzò la Storia, "La Repubblica"). Una postfazione al libro avverte il lettore dove scorra il confine tra reale e immaginario, segnalando ciò che la "libertà controllata" del narratore avrebbe consentito di fingere. E con ciò Lévi sfiora appena, senza addentrarvisi, quel groviglio critico - cui è stata particolarmente sensibile, negli ultimi anni, la cultura francese - relativo allo "stile" proprio della ricerca storica: che cosa significhi, e che cosa distingua da altri generi letterari, interrogare fonti del passato, ricostruire sulla loro base una successione e un ordine, dedurne o indurne qualche intelligibilità o significato.
Le vicende che si susseguono, benché ramificate e talora non facili da tenere a mente per l'abbondanza di figure maggiori e minori e per l'accavallarsi dei tempi, compiono un ciclo. Tutto ha inizio con la supplica indirizzata al giovane re da L, un mercante che ne aveva promosso l'ascesa (essendone segretamente il padre) e ne era diventato primo ministro, per poi cadere in disgrazia a causa di un intrigo di corte, e si conclude con un'altra istanza, in cui la magia della parola avrebbe dovuto salvar la vita a Li Si, anch'egli già ministro dell'Imperatore, e massimo responsabile della sfortuna di L, oltreché dei progetti di Stato accentratore e tirannico nel frattempo edificato. Di mezzo tutti quanti gli sforzi e le mille astuzie, le violenze e i tradimenti, le infamie e i massacri occorsi per instaurare l'auspicato "regno dell'ineluttabile". Tra l'altro, vi assumono rilievo teorie filosofiche antagonistiche, la confuciana e la taoista anzitutto, impotenti, con la verbosità delle loro massime o la sottigliezza delle loro estenuanti prescrizioni, a condizionare "un mondo che il rullo dei tamburi di guerra e la cadenza martellante degli stivali facevano tremare"; oppure piegate, loro malgrado, ad affinare le lame del potere.
A vincere, almeno temporaneamente, è la visione totalitaria di Li Si (e del suo ispiratore Han Negazione), oscuro funzionario di provincia cinicamente assurto al massimo rango di quella burocrazia: leggi implacabili e castighi terrorizzanti per impedire all'individuo una padronanza del proprio tempo e della propria vita; editti e regolamenti minuziosissimi, per far sì che il gesto, imparato o imposto, diventi in ciascun suddito una seconda natura. Non che si debba rinunciare del tutto, nel sistema così delineato, all'intelligenza - la stupidità è infatti riservata soltanto al "maggior numero" -, semmai bisogna rivolgerla contro se stessa, trovare i mezzi per neutralizzarla in quelle élites preposte a controllare l'abbrutimento dei più. Ed è pur sempre una forma di intelligenza, quantunque diabolica, a consigliare il principe, a suggerirgli di diventare padrone del linguaggio, uno strumento potentissimo se impiegato a stabilire perfetta univocità fra nomi e cose.
L'imperatore è assillato dall'idea che, lui morto, il mondo avrebbe continuato a esistere; non sa rendersene ragione, e per distrarsi, per curare l'ansia di immortalità, compie lunghe spedizioni, o decide di erigere un baluardo - la Grande Muraglia - contro l'irrazionalità dell'Occidente, "questo altro se stesso", da dove irrompono periodicamente ondate di barbari. Teme le chiacchiere di concubine e eunuchi, e per intimidirli utilizza uno specchio bifronte, "della verità", sul cui retro sembrerebbero comparire l'interno dei corpi e i pensieri nascosti, Come se la carne fosse trasparente". Letterati, eruditi e maghi lo deludono, ed è facile volerne un'esecuzione pubblica durante la quale li si seppellisce vivi dopo i canonici cinque supplizi.
Sarebbe eufemistico definire fosco il ritratto della Cina antica - godibile pittura d'ambiente, peraltro - disegnato da Lévi. Per inciso, l'efferatezza e l'immoralità così ampiamente illustrate potrebbero anche rintuzzare certe tendenze, non solo contemporanee, a idealizzare un Oriente buono e pacifico contro il perfido e guerrafondaio Occidente. Va detto infine che l'intento dell'autore si fa problematico, se non discutibile, quando pretende a un de te fabula narratur. L'universo dei Qin - egli ci informa - l'ha affascinato poiché, pur trattandosi di una società arcaica, esso offrirebbe nondimeno "uno specchio dei tempi attuali". Ma davvero quella storia di tempi remoti, e con quelle precise caratteristiche, ci svela qualcosa delle nostre forme di potere, storicamente determinate?