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Elena Aga-Rossi, Maria Teresa Giusti

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2011
Pagine: 660 p. , ill. , Rilegato

48 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Storia e archeologia - Storia - Storia militare - Seconda Guerra Mondiale

  • EAN: 9788815150707
  Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti in Una guerra a parte raccontano la storia dei militari italiani di stanza nei Balcani dal 1940 al 1945 rivolgendosi anche a un pubblico di non specialisti che potranno apprezzare questa sintesi ampia e articolata di una guerra poco studiata dagli storici. Basato su un vasto apparato di fonti inedite, il libro è nato dalla volontà di riprendere la riflessione proposta da Elena Aga Rossi nel suo fortunato volume Una nazione allo sbando, e quindi di tornare a studiare i militari italiani nel biennio 1943-1945. In realtà Una guerra a parte è un testo molto diverso dal precedente. Come affermano le autrici nell'introduzione, "il libro non vorrebbe essere una storia degli eventi bellici, ma un primo lavoro, che ancora inevitabilmente per alcuni aspetti dovrà essere ampliato e corretto, dell'esperienza della guerra di tutta una generazione". E in effetti, nelle seicento pagine che compongono il volume, Aga Rossi e Giusti affrontano le vicende delle divisioni italiane in Albania, Grecia e Jugoslavia a partire dal 1940, scrivendo quindi la prima storia complessiva della politica espansionistica del fascismo e dei governi successivi nei Balcani, dall'occupazione fino alla fine della seconda guerra mondiale, attraverso l'esperienza delle truppe italiane. Nella prima parte del volume le due storiche ricordano la scelta di tedeschi e italiani di occupare i Balcani, tradizionalmente frammentati dal punto di vista etnico, deboli da quello politico e strategici per conquiste future. Derivò da questa convinzione la volontà di mantenere il dominio sull'Albania, sulla Grecia e sulla Jugoslavia con tutti i mezzi: dalla collaborazione con le fazioni locali alla repressione più violenta nei campi di internamento. Come è stato ricordato anche da altri protagonisti del dibattito storiografico, citati nel volume, nella maggioranza dei casi i fascisti erano capaci di macchiarsi di crimini feroci. Nella seconda parte del libro, che è la più importante dal punto di vista dei documenti pubblicati, le due autrici spiegano come l'armistizio dell'8 settembre consentì ai tedeschi di assumere il controllo del territorio, trasformando gli italiani in prigionieri del Terzo Reich: "I comandi italiani − scrivono a questo proposito − decisero di non avvertire le divisioni di stanza nei Balcani (…) Difficili e spesso impossibili le comunicazioni tra le varie divisioni e tra i reparti delle divisioni stesse, anche perché l'interruzione delle comunicazioni fu una delle prime mosse attuate dai tedeschi dopo l'annuncio dell'armistizio". In assenza di ordini, solo una piccola parte riuscì a tornare a casa, mentre più di mezzo milione di uomini dovette optare fra la resa al vecchio alleato, la decisione di combattere contro i tedeschi o quella di unirsi ai partigiani. La maggioranza si fece disarmare dai tedeschi, che non esitarono a ingannare gli italiani considerandoli traditori, promettendo un aiuto per tornare in patria e invece imprigionandoli per trasferirli nei campi di internamento: dopo l'8 settembre del 1943, 430.000 italiani intrappolati nei Balcani e nelle isole greche consegnarono le armi; circa 90.000 scelsero di continuare la guerra a fianco dell'alleato tedesco e una piccola parte aderì alla resistenza locale. A questo proposito, smentendo un luogo comune diffuso nella storiografia militare che spesso ha ridimensionato il collaborazionismo, Aga Rossi e Giusti analizzano il fenomeno basandosi su fonti inedite. E sottolineano: "Non si deve trascurare il fatto che la generazione più giovane era stata educata sotto il regime fascista, alcuni si erano arruolati come volontari e, nonostante le sconfitte subite dal regime e la pessima prova nei vari fronti di guerra, ancora credevano nel fascismo e nella sua propaganda". Alcuni, invece, si schierarono con le forze della resistenza antifascista: la vicenda della divisione Acqui nell'isola greca di Cefalonia è nota, ma altre ce ne sono nel volume per raccontare le sorti di coloro che scelsero di proseguire la guerra a fianco dei partigiani. Nell'ultima parte le autrici descrivono la sorte tragica dei militari che finirono prigionieri dei partigiani e le difficoltà incontrate dalle unità che combatterono al loro fianco. In effetti, jugoslavi e greci riservarono ai nostri soldati un trattamento spietato, con il paradosso che in alcune zone dei Balcani gli italiani combattevano a fianco delle forze di Tito e in altre erano prigionieri degli stessi jugoslavi. È il caso ad esempio di Borovnica, in Slovenia, definito campo della morte, ma è anche il caso dei tanti campi di internamento dove i tedeschi reclusero gli internati militari, considerandoli, nella scala dei prigionieri, migliori solo degli ebrei. Termina qui la storia di un teatro della seconda guerra mondiale, lasciandoci a riflettere sulle diverse realtà prodotte dal conflitto e su come la nostra memoria nazionale ha fatto sue queste vicende. Alessandra Tarquini

Recensioni dei clienti

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    Luciano Tripepi

    28/08/2012 11.55.55

    Il volume di Elena Aga-rossi e Maria Teresa Giusti traccia, forse per la prima volta, il quadro complessivo della presenza militare italiana nei balcani durante la seconda guerra mondiale. Tale caratteristica, insieme all'utilizzo sistematico delle fonti storiche primarie e secondarie,militari e civili, è un indubbio pregio del volume. Ciò che desta perplessità è la chiave interpretativa generale dello studio, nel corso del quale la storia militare delle divisioni coinvolte nella guerra voluta dal fascismo viene di fatto contrapposta, in positivo,al contesto storico dell'occupazione nazifascista dei Balcani in cui matura una durissima guerra partigiana. Per cui, se vengono sottolineate in modo preciso le responsabilità e i crimini commessi anche da reparti italiani, soprattutto durante i primi anni del conflitto,estremamente contraddittorio e/o accondiscendente è l'atteggiamento nei confronti degli alti ufficiali italiani posti di fronte al dilemma se resistere o pensare soltanto alla salvezza dei propri uomini dopo il tragico 8 settembre 1943.Sembra solo occasionale, al di là della polemica contro il governo centrale e lo stato maggiore, sia la scelta di resistere subito che la tattica dilatoria. Nel caso della divisione Acqui, infine, il volume aggiunge un ulteriore tessera in una polemica infinita e mostra i suoi limiti interpretativi: accanto ad un'eccessiva fiducia nelle fonti e nelle ricostruzioni ufficiali, il comportamento di coloro che scelsero e accettarono il legame con la resistenza viene connotato come "ideologico", laddove è evidente che le ambiguità estreme, molto documentate,vennero generate dal comando.

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