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Le guerre italiane 1935-1943. Dall'Impero d'Etiopia alla disfatta

Giorgio Rochat

Editore: Einaudi
Collana: Einaudi. Storia
Anno edizione: 2005
Pagine: XVI-460 p., Rilegato
  • EAN: 9788806161187

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Nelle prime pagine di questo volume Giorgio Rochat osserva come, anche nelle migliori e più recenti storie generali del fascismo, la dimensione della guerra, anzi delle guerre, del fascismo, sia troppo spesso accessoria, quando non proprio assente. Ma com'è possibile dare un giudizio generale su un regime militarista e imperialista come quello fascista, espungendo, o sottovalutando, o considerando una semplice appendice "tecnica", la storia della sua resa bellica?
Sulle guerre non solo del duce, come invece intendeva Mack Smith, un volume di sintesi su questo tema mancava. Non mancavano storie ufficiali edite dagli stati maggiori di forza armata, ricerche sulle singole campagne militari del fascismo, ricostruzioni tecniche di questo o quel sistema d'arma. Le guerre fasciste erano ovviamente presenti nelle opere generali sulla storia militare italiana (quella firmata ormai venticinque anni fa dallo stesso Rochat, una di poco successiva di Lucio Ceva). Alcuni studiosi non italiani avevano iniziato a tracciare le caratteristiche della guerra fascista 1940-43 (si pensi alle pagine, acute e severe, di MacGregor Knox), altri stanno lavorando su questi temi (Robert Mallett, John Gooch). Ma una sintesi mancava. Soprattutto, mancava una sintesi che guardasse non tanto alla diplomazia, o alle operazioni, quanto alla struttura organizzativa istituzional-militare della guerra fascista.
Rochat se ne occupa qui vedendo le forze armate italiane alle prese con le diverse guerre del fascismo: quelle, piccole, vinte (le imprese coloniali di Libia e soprattutto d'Etiopia, assieme all'intervento in Spagna, rappresentano un lungo prologo al resto) e soprattutto quella, grande, persa (la guerra mondiale). Per il 1940-43 il quadro di fondo della sua analisi è dato dai rapporti tra fascismo e nazismo e dalla preparazione (o meno) dell'Italia fascista per la guerra. Impegnatosi e dissanguatosi nelle guerre minori, il fascismo arrivò senza potere e volere effettuare un serio riarmo per la guerra più grande e pur tanto attesa. A quel punto - ma anche prima - l'Italia fascista poteva solo condurre una guerra subalterna rispetto al più potente e meglio armato alleato. Rochat precisa, innovando rispetto al passato, che anche la cosiddetta "guerra parallela" è da intendersi nei limiti di un'eventuale spartizione dei teatri d'azione, e non nel senso di un'autonomia che, nei fatti, mancò sempre.
Su tale quadro di fondo si muovono i soggetti principali dello studio di Rochat: i decisori della guerra fascista e la loro catena di comando (il duce, gli stati maggiori, i comandanti in teatro), gli ufficiali, i soldati. La guerra fascista è ripercorsa in tutti i suoi scacchieri (Africa orientale e settentrionale, Balcani, Russia, madrepatria) e per tutte le forze armate (esercito, marina, aviazione, e la milizia: questa è la prima vera storia "interforze" della seconda guerra mondiale in Italia), superando le generiche e tradizionali discussioni sulla preparazione (o meno) del fascismo. La sintesi che ne esce è in buona parte nuova.
La denuncia dello sperpero preventivo di risorse (l'impero d'Etiopia, la Spagna) non cela a Rochat la realtà per cui era la stessa base stessa industriale ed economica del paese a non poter permettere di sognare "guerre parallele" o "nuovi ordini del Mediterraneo". Di fronte a un calo del "consenso", ormai evidente, il fascismo avrebbe voluto la guerra per salvarsi in un conflitto che si sperava vinto dalla Germania, e non per fare un'Italia imperiale e più grande, come diceva la sua propaganda. Lo rivela anche il fatto che, per non chiedere troppo al paese, Mussolini rinunciò a proclamare la mobilitazione generale, come invece era stato fatto dalla classe dirigente liberale nel 1915-18. La questione relativa alle forze armate, di conseguenza, non sarebbe quindi tanto quella di essere preparate, o non preparate, quanto quella di sapere a quale guerra erano adatte. E Rochat spiega come esse non erano impreparate in assoluto, ma qualificate solo per una guerra breve e localizzata (e pur sempre "di spalla" a un alleato più potente): non purtroppo a quella lunga, e mondiale, nella quale furono trascinate. Ogni discussione relativa all'armamento della guerra fascista - dagli aeroplani alle artiglierie alle scarpe dei soldati in Russia e in Grecia - deve quindi tenere conto di questo quadro più grande. Sorprende, ma qui Rochat è più rapido, che gli alti comandi e gli stati maggiori accettassero una tale impostazione: non basta, e comunque non è una scusante, osservare che essi ritenessero di fidarsi del fiuto di Mussolini (che già li aveva trascinati alla vittoria in Etiopia e in Spagna) o dello "stellone" nazionale.
Di grande novità sono le pagine sugli ufficiali della guerra fascista. Il volume analizza la composizione del corpo ufficiali della guerra fascista fornendo dati quantitativi sulla politica di reclutamento, in particolare degli ufficiali in subordine: promuovere automaticamente a ufficiale tutti coloro avessero un diploma di scuola superiore militarizzò solo in apparenza il paese in tempo di pace, mentre rovinò le forze armate in guerra. Non stupisce se, con quei generali e con questi ufficiali, l'esercito si dimostrò incapace di apprendere sul campo, dalle prime difficoltà, e dalle prime sconfitte, le lezioni necessarie. Su tale difetto di elasticità e più in generale di cultura professionale Rochat insiste molto.
Importanti, e potrebbero dare origine a qualche discussione, sono le pagine sui soldati. Rochat ammette che non disponiamo ancora di studi sul "morale della truppa", e che non sarà facile averne, visto lo stato delle fonti. Fatte salve le distinzioni tra fronte e fronte, e fase e fase della guerra fascista, la sua impressione è quella di soldati quasi impermeabili nei confronti della propaganda fascista. "Non aveva senso per i soldati morire per Mussolini", scrive. Come il paese, anche i soldati sarebbero stati sostanzialmente lontani dal regime. Se combattevano, e Rochat dettaglia le fasi e i teatri in cui le truppe "si portarono bene", pur nel divario di strategie e di mezzi rispetto agli alleati tedeschi e agli avversari inglesi, russi, greci e iugoslavi, i soldati lo facevano per fedeltà all'istituzione, per salvare i propri commilitoni e il piccolo gruppo: ma non per il fascismo. In particolare, i soldati non erano stati addestrati per il tipo di guerra che il fascismo affrontò: era un tema già emerso nelle relazioni ufficiali militari. E che Rochat sottolinea. Questo scollamento dei soldati dal regime sarebbe uno dei segni del completo fallimento del fascismo e del suo ventennio. L'autore usa gli appropriati toni duri con Mussolini e gli ufficiali, ma si ferma di fronte ai soldati, male addestrati, non sempre bene armati, male impiegati: persino quando la documentazione conferma la realtà della più aspra guerra di repressione (ad esempio nei Balcani), Rochat insiste nel distinguere fra le responsabilità del regime e quelle dei soldati. È in conclusione per questo, anche, che Rochat titola il suo volume "guerre italiane". Non solo perché, come scrive nella prefazione, sono poi gli italiani a pagare il fallimento del regime e le sue guerre. In quelle che a noi continuano a parere guerre fasciste, l'autore vede, fra 1940 e 1943, il fatto che il fascismo aveva perso ormai forza e presa sulla società italiana, così come sui soldati.
È però difficile schematizzare uno studio ricchissimo non solo di spunti, ma soprattutto di informazioni, di dati, di cifre. Un'estrema attenzione alle differenziazioni, alle sfumature, alle peculiarità dei singoli reparti, dei singoli scacchieri di guerra, è alla base del volume. Le stesse linee di fondo dell'interpretazione qui sunteggiata stanno dietro, piuttosto che davanti, alla quantità di riferimenti, di dati, di numeri. Di fatto l'autore ha riversato in queste pagine più di quarant'anni di studi e ricerche personali sulla storia militare del fascismo e della prima guerra mondiale, ricerche che hanno conosciuto un'evoluzione che lo steso Rochat ammette (nell'introduzione) e che giungono ora alla sottolineatura sopra ricordata degli aspetti culturali. Anche in queste pagine l'autore non è incline a teorizzazioni e modellizzazioni: il termine di regime totalitario - se non abbiamo visto male - non compare quasi mai, e forse mai quello di policratismo. Ma la dovizia di informazioni, di risultati di ricerche archivistiche, comparazioni con le parallele vicende degli eserciti europei e con le contemporanee guerre dei regimi fascisti e liberali degli anni trenta e quaranta offre un materiale per riflessioni ampio, preciso e prezioso a chiunque voglia studiare la storia del fascismo.
Questo non è un volume di storia militare, se con quest'accezione si pensa ancora a una storia ancillare e settoriale: è un volume fondamentale su un aspetto centrale della storia del regime fascista. Cioè, è un volume fondamentale di storia generale, proprio perché buona storia militare, con il quale dovranno d'ora in poi confrontarsi gli studiosi del fascismo.
Nicola Labanca

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    Vittorio Caffè

    03/11/2007 21.17.30

    Libro fondamentale su un paese che non è fatto di brava gente, ma quando mai, piuttosto di colonialisti incompententi, di militaristi faciloni e cialtroni, di aspiranti dominatori vigliacchi: l'Italia. Rochat fa una carrellata su tutte le guerre del fascismo, movimento nato dai veterani della grande guerra e che aveva come programma di dare all'Italia un "posto al sole" negli equilibri internazionali; e fa vedere come una serie di scelte sbagliate (spicca tra tutte la guerra d'Etiopia) ci portarono al disastro. E c'è gente che ancora rimpiange Mussolini! Leggessero questo saggio solido e ben scritto per capire cosa veramente fu il fascismo, al di là delle descrizioni sfocate e ideologiche di certa sinistra...

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