Hotel Silence

Audur Ava Ólafsdóttir

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Traduttore: Stefano Rosatti
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 16 gennaio 2018
Pagine: 188 p., Rilegato
  • EAN: 9788806235987
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Finalista al Premio Strega Europeo 2018

Auður Ólafsdóttir ha scritto il suo romanzo piú bello, il piú essenziale, tenero e ironico. Un libro che è un segno di pace, una stretta di mano laica che ci riavvicina a quanto di umano dentro di noi resiste agli orrori del mondo.

«La pelle è l'organo più grande del corpo umano. In un adulto la pelle occupa una superficie di due metri quadri e pesa circa cinque chili. Per altri esseri viventi si parla piuttosto di manto, o di pelame. In antico islandese la parola "pelle" aveva anche il significato di carne.»

Jónas ha quarantanove anni e un talento speciale per riparare le cose. La sua vita, però, non è facile da sistemare: ha appena divorziato, la sua ex moglie gli ha rivelato che la loro amatissima figlia in realtà non è sua, e sua madre è smarrita nelle nebbie della demenza. Tutti i suoi punti di riferimento sono svaniti all'improvviso e Jónas non sa piú chi è. Nemmeno il ritrovamento dei suoi diari di gioventú, pieni di appunti su formazioni nuvolose, corpi celesti e corpi di ragazze, lo aiuta: quel giovane che era oggi gli appare come un estraneo, tutta la sua esistenza una menzogna. Comincia a pensare al suicidio, studiando attentamente tutti i possibili sistemi e tutte le variabili, da uomo pratico qual è. Non vuole però che sia sua figlia a trovare il suo corpo, e decide di andare a morire all'estero. La scelta ricade su un paese appena uscito da una terribile guerra civile e ancora disseminato di edifici distrutti e mine antiuomo. Jónas prende una stanza nel remoto Hotel Silence, dove sbarca con un solo cambio di vestiti e la sua irrinunciabile cassetta degli attrezzi. Ma l'incontro con le persone del posto e le loro ferite, in particolare con i due giovanissimi gestori dell'albergo, un fratello e una sorella sopravvissuti alla distruzione, e con il silenzioso bambino di lei, fa slittare il suo progetto giorno dopo giorno...Auður Ólafsdóttir ha scritto il suo romanzo piú bello, il piú essenziale, tenero e ironico. Un libro che è un segno di pace, una stretta di mano laica che ci riavvicina a quanto di umano dentro di noi resiste agli orrori del mondo.
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    Anna Lisa

    30/07/2019 13:33:23

    Credo sia il primo libro, di questa scrittrice, a non avere una ambientazione nordica; il tema del mal di vivere è comune ad altri romanzi ma la soluzione positiva, con cui si conclude il romanzo, appare anche più netta e più solare. Consigliato a chi vive nella parte "fortunata" del mondo, senza accorgersi delle fortune che ha.

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    maytay

    30/04/2019 06:28:35

    Un buon libro anche se pare più una favola che un'analisi lucida della disperazione - la lettura del libro scorre fluida tra citazioni ed un finale in parte scontato. La vera parte importante quella che più mi ha colpito è un 'analisi brutale della nostra esistenza quando Svanur il quasi amico del protagonista dice: Ci si rassegnerà mai al fatto d'essere nati? se venisse chiesta un'opinione forse uno deciderebbe di non nascere" ecco questa secondo me è la vera essenza del testo.

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    luciano

    03/04/2019 09:36:26

    Jònas ha "quasi quarantanove anni" e la moglie, da cui divorziato da poco, gli rivela che la figlia ventiseienne non è sua figlia, che, quando si sono sposati, era incinta di un altro. A Jònas il mondo gli crolla addosso, la vita diviene insopportabile e nella sua mente si presenta l'idea di farla finita. Per suicidarsi, e questo mi appare molto bizzarro, sceglie una città molto lontano dall'Islanda e precisamente, altra assurdità, una città, ai margini di una foresta, semidistrutta dai bombardamenti di una sanguinosa guerra civile, nella speranza, magari, saltare in aria su una mina antiuomo. Questo uomo apparentemente distrutto, che non ha portato quasi nulla con sé, ad eccezione di una cassetta degli attrezzi, trova alloggio nell'Hotel Silence e la prima cosa che pensa è che l'hotel "ha bisogno di una risistemata generale e di essere ritoccato qua e là, che la tappezzeria si sta scollando...". Per fortuna, pensa, che ha portato con sé la cassetta degli attrezzi! L'autrice non riesce a raccontare né la drammaticità della guerra, né la disperazione del protagonista. Rimane in superficie! Non riesce a raccontare il dolore. Forse, il dolore, per raccontarlo bisogna averlo provato, oppure bisogna essere dei grandi scrittori.

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    Massimo F.

    29/01/2019 17:09:19

    Mi è piaciuto. Lettura gradevole, mai noiosa, nonostante il tema molto intimistico ed un ritmo non certo forsennato. Un insieme ben coordinato, di riflessioni e metafore sul senso della vita, intersecando drammi esistenziali personali e sociali. Il tutto con uno stile tenero ed elegante. Consigliato.

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    CARLO PACC

    27/09/2018 12:05:51

    Bel romanzo che centra la differenza tra la fatica di vivere e vivere con fatica, malinconico ma poi trova una via di speranza e ricostruzione per il protagonista-Jonas, l'io narrante

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    Ingrid

    21/09/2018 15:01:12

    Un buon libro, scorrevole soprattutto dalla metà in poi. Racchiude in sé una profonda riflessione sul senso ed il valore della vita.

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    Lake's Meadow

    19/09/2018 08:36:05

    Un tema abbastanza comune nella narrativa, ma trattato con eleganza e personalità. Un'atmosfera malinconica, che solo sul finale lascia passare qualche raggio di sole. Una scrittura originale, con diverse citazioni più o meno palesi, che riesce ad essere surreale e al contempo parlare della semplice quotidianità della vita.

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    Nicoletta

    18/09/2018 13:19:36

    Ho praticamente letto tutti i romanzi di Auður Ava Ólafsdóttir. Questo non è del tutto ambientato in Islanda, isola che amo moltissimo. Però l'atmosfera che si respira è sempre la stessa dei romanzi della Ólafsdóttir: un pò malinconica, un pò introspettiva, un pò sfuggente... Ne consiglio vivamente la lettura.

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    Antonio

    17/09/2018 21:25:28

    Ho preso questo libro, come si dice, "al buio", nel senso che non conoscevo né la trama né l'autrice in generale, ma mi ha "chiamato" mentre mi aggiravo in libreria. Soprattutto la copertina mi ha attirato perché mi ha ricordato uno dei miei dipinti preferiti: "Il viandante sul mare di nebbia" di Friedrich. Perché un libro si giudica anche da questo, non facciamo i moralisti di stoca. Un libro poetico ed essenziale allo stesso tempo, che tocca con ironia e delicatezza argomenti difficili come la guerra e il suicidio. Ma soprattutto che tocca dentro.

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    Cristiana

    07/08/2018 20:46:30

    Sorprendente delicatezza per trattare un tema ostico, la depressione o la tristezza che può portare al suicidio. Non banale, serio, semplice, vero (a parte lo scatolone dei libri abbandonati nell'Hotel: tutti capolavori!...poco credibile). Niente di melenso o superficiale per questa scrittrice islandese che infatti non pubblica per Iperborea. Un libro di cui innamorarsi pacatamente, senza grandi entusiasmi forse, ma profondamente. Ho l'impressione che mi rimarrà dentro. E leggerò altro di questa scrittrice.

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    Benny B

    17/05/2018 16:19:49

    Purtroppo è un libro superficiale, che scorre via senza sedimentarsi e l'impressione è che temi estremamente complessi, siano trattati banalmente. E' una specie di favoletta inverosimile e come tale va presa. Il cambio di registro dell'autrice, ora qui più cupo e asciutto del solito, non è sufficiente a rendere davvero la drammaticità di un tema molto doloroso: l'incontro tra lo smarrimento esistenziale del protagonista che progetta il suicidio e un paese devastato da una guerra appena finita. Lo sguardo delicato dell'autrice sul mondo e il suo stile snello e semplice, in questo caso, costituiscono per me un limite, non una qualità. Non è credibile il protagonista che, mentre si organizza per togliersi la vita, si lascia distogliere da rubinetti da riparare e mobili da aggiustare; non sono credibili, applicate ad un suicida, la formula "guarda chi sta molto peggio di te e passa tutto" e l'idea che fare qualcosa per gli altri, guarisca. Perchè viene da chiedersi: ha voglia di fare, chi vuole morire? Il tormento del protagonista non si sente, se non in forma fredda e pacata, l'indagine psicologica è molto deludente. Anche se tornano gli argomenti cari all'autrice - la purezza e l'innocenza dell'infanzia o la forza e il coraggio delle donne - il tema principale del libro è la rinascita dalle proprie macerie, la duplice ricostruzione, materiale e simbolica, di una comunità e di un singolo individuo attraverso l'aiuto reciproco che, specularmente, permette all'uno e all'altra di tornare alla vita. La parabola sul potere salvifico del fare, il fare del bene al prossimo che di rimando fa bene a se stessi, dovrebbe lasciare spazio all'ottimismo ma il finale confonde, perchè si scopre che per guardare lontano non si vede vicino e alla domanda “Ci si rassegnerà mai al fatto di essere nati?” non tutti ce la fanno a rispondere con un sì.

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    polo

    19/02/2018 22:32:08

    È più importante una tragedia “grande”, una guerra, un olocausto, un paese martoriato dalla fame e dalla violenza, o la piccola tragedia di un uomo che non sa più a chi è, a che serve, cosa ci sta a fare al mondo? Forse è questo ciò che l’autrice si, e ci, chiedeva scrivendo questo buon romanzo. Sono uguali, perché la grande tragedia colpisce tante singole vite, le fa finire, o le rende intollerabili, ne più ne meno del piccolo dramma personale. Il velo cupo che ricopre gran parte del libro, e lo stile assai smilzo, sanno di già visto, e il finale è così ottimista da far quasi tenerezza, ma un po’ di fiducia nella bellezza del mondo e della vita bisogna pur averla ogni tanto.

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    Massimo

    06/02/2018 19:10:22

    straordinaria delicatezza nel trattare il tema della solitudine, della sofferenza e del dolore; solo nel confronto, nel misurarsi con l'altro si può finire per lavorare su se stessi e sulle proprie incapacità e limitazioni a vivere e a reagire agli eventi con la consapevolezza di poter anche andare oltre. Da leggere con delicatezza e lentezza.

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    Libraia Giulia

    27/01/2018 09:09:22

    Bellissimo, limpido e struggente. La tenacia della vita a rigenerarsi...perché se credi che abbia perso senso, sarà lui a ritrovare te. Consigliatissimo!!

Vedi tutte le 14 recensioni cliente
  • Audur Ava Ólafsdóttir Cover

    Audur Ava Ólafsdóttir, nata a Reykjavik nel 1958, ha insegnato Storia dell'arte ed è stata direttrice del Museo dell'Università d'Islanda.In Italia ha pubblicato Rosa Candida (Einaudi, 2012), La donna è un'isola (Einaudi, 2013), L'eccezione (Einaudi, 2014) e Il rosso vivo del rabarbaro (Einaudi, 2016).Rosa candida è stato finalista al Prix Fémina e ha vinto il Gran Prix des lectrices de Elle, il Prix Page des Libraires 2010, il Prix des libraires du Québec e il Prix des Amis du Scribe 2011. Hotel Silence (Einaudi 2018) ha vinto l'Icelandic Literature Prize ed è stato eletto Libro dell'anno 2016 dai librai islandesi. Approfondisci
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