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Traduttore: S. Basso
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2003
Pagine: 413 p., Rilegato
  • EAN: 9788806161248
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Un modo assai sintetico e un po' cinico di recensire questo romanzo sarebbe di dichiarare che il titolo la dice tutta. È un abile imitatore il suo autore, Hari Kunzru, qui alla sua opera prima, "l'esordio più acclamato dalla critica inglese nella passata stagione" (come recita la quarta di copertina). È un imitatore compulsivo il suo protagonista, che nel corso della storia assume svariate identità, valicando più volte le barriere tra le nazioni, le etnie, e persino i sessi.

Pran Nath, rampollo di una ricca famiglia indiana è, come predicevano gli infallibili oroscopi, un bambino destinato a grandi sventure. In effetti già sulla sua nascita grava l'ombra dell'adulterio e dell'incrocio razziale, essendo il suo segreto padre biologico un soldato inglese. Un giorno fatale (siamo ad Agra nel 1918) Pran Nath si trova dickensianamente gettato per la strada, orfano e diseredato. È a questo punto che avviene la sua prima metamorfosi, che lo destina alla professione di eunuco in un harem. Sfuggito alla castrazione, la sua parte inglese e la sua carnagione chiara prenderanno il sopravvento, consentendogli di diventare dapprima missionario, poi studente a Oxford e infine esploratore antropologo, identità a cui corrispondono nomi diversi e i rispettivi capitoli del romanzo.

Il patologo letterario potrebbe a questo punto far ricorso alla diagnosi formulata da Jules de Gaultier all'inizio del secolo scorso e ispirata al personaggio letterario che si crede qualcun altro. Tuttavia parlare di bovarismo quando ci si trova sulla scena coloniale costringe ad alcune importanti precisazioni storiche che rendono impropri gli inflazionatissimi paragoni con Zelig, Ripley e gli altri camaleonti della cultura contemporanea. L'imperialismo britannico scelse come sua arma di conquista la colonizzazione delle coscienze, il cui strumento principe fu l'imposizione della cultura occidentale alle élites native in modo da creare, nella celebre definizione dello statista Thomas Babington Macaulay, "una classe di persone indiane per sangue e colore, ma inglesi per gusti, opinioni, morale ed intelletto". Da questa operazione di ingegneria sociale sono scaturiti personaggi letterari indimenticabili, da Ralph Singh di The Mimic Men di V.S. Naipaul fino a Saladin Chamcha dei Versi satanici di Salman Rushdie.

Kunzru spinge all'estremo questo fenomeno come se volesse condensare in un unico personaggio l'intera storia dell'epocale scontro/incontro fra India e Inghilterra. Il rischio di questa scelta ambiziosa è alto e ne è esempio il frangente in cui Pran Nath, al suo primo e più traumatico cambio di identità, si trova costretto nei panni di Rukhsana e viene violentato da un sadico e infantile ufficiale inglese. "L'esperienza (...) è dolorosa, come se qualcuno gli martellasse a colpi di mazza la schiena, ma se non altro sembra che accada in lontananza, che i messaggi di sofferenza arrivino al cervello come cartoline illustrate". Forse qui si svela l'inconscio del romanzo, che si compiace di tutte le esperienze metamorfiche ma le trasfigura in cartoline illustrate, in cui ogni dimensione emotiva è rimossa o negata. Non c'è traccia dei travagli e delle meditazioni dei personaggi di Naipaul o Rushdie alla ricerca di nuove identità ibride, e il ripetuto passaggio da una personalità all'altra, sempre casuale e immediato, rischia di apparire un mero espediente per rappresentare una serie di figurine inglesi e coloniali (l'ufficiale, il nababbo, l'antropologo, il missionario, la sensitiva, il pianista nero, l'ebreo comunista ecc.), in una galleria per altro gustosa e virtuosisticamente ricca di dettagli di costume.

Il grande successo riscosso in Inghilterra dall'Imitatore e le buone recensioni italiane danno l'ennesima dimostrazione della crescente popolarità dei romanzi indiani, che da un lato ha aperto le porte a dei veri capolavori contemporanei (che però stentano a venire "canonizzati", se ad esempio non se ne trova traccia nelle collane promosse dai quotidiani italiani), ma dall'altro ha prodotto una sorta di kitsch postcoloniale. Si potrebbe definire così quella forma aggiornata di esotismo, riveduto e politicamente corretto, che racconta il colonialismo e i suoi effetti attraverso temi e stilemi oramai logori. L'esempio che può valere per tutti nel romanzo è l'ennesima variazione sul tema del Cuore di tenebra di Conrad (che campeggia anche nel Dio delle piccole cose, prototipo del kitsch postcoloniale): la peregrinazione dell'imitatore di Kunzru non può che concludersi con un viaggio fluviale verso le viscere dell'Africa, dove la "verità" sulla sua identità andrà ritrovata nel confronto con una popolazione indigena che si difende dai malvagi colonizzatori bianchi.

Si può leggere questo finale come una riconciliazione di Pran Nath con la propria identità "nativa" ma, se così fosse, si tratterebbe di una riconciliazione regressiva, che non riconosce l'enorme sforzo di tanti scrittori postcoloniali di costruire nuove identità al di fuori di modelli nativisti di autenticità etnica, immaginando se stessi, secondo l'immagine di Derek Walcott, come frammenti di un vaso spezzato che possono essere riassemblati solo da un amore più forte di quello che dava per scontata la simmetrica bellezza della forma originale. "Ho un unico rimpianto: non essere qualcun altro", ha scritto memorabilmente Woody Allen. Questo romanzo, ben scritto e ben tradotto, ci stuzzica con il facile piacere di diventare tanti "qualcun altro", tralasciando il lato oscuro che ogni stravolgimento dell'identità porta necessariamente con sé.

Recensioni dei clienti

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    Paola

    15/07/2003 13.22.05

    Sono daccordo con Federica, non ho ancora finito di leggerlo e spero che l'ultima parte risollevi un pò la situazione! Per ora neanche a me ha comunicato niente di particolare a parte descrizioni su descrizioni che alla fine non lasciano nulla.

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    Federica

    19/06/2003 10.23.40

    Libro notevole, ricco di descrizioni, ma, sinceramente, non mi ha lasciato quelle emozioni difficili da descrivere che un lettore ricerca nella lettura di un libro. Tuttavia, riconosco che l'ultima parte mi ha piacevolemnte sorpresa, salvando un giudizio che altrimenti sarebbe stato più basso.

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