Imperatori di Bisanzio. Cronografia

Michele Psello

Traduttore: S. Ronchey
Editore: Mondadori
Anno edizione: 1984
In commercio dal: 25/10/1984
Pagine: 2 voll., 886 p., ill.
  • EAN: 9788804238584

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recensione di Carile, A., L'Indice 1985, n. 5

Michele Psello (1018-1078 circa), in auge a metà dell'XI secolo come poligrafo, intellettuale e uomo di fiducia, soprattutto della famiglia Ducas, fra i molteplici scritti ha lasciato un'opera cronografica dal 976 al 1077. Codesti annali sono caratterizzati dalla esaltazione d'ufficio di Michele VII Ducas (1071-1077), ex-pupillo del nostro che scrive sotto il suo regno, del padre di Michele, Costantino X (1059- 1067), di cui Psello era stato familiare attorno al 1042, quando l'imperatore Costantino IX Monomaco, in una trama di solidarietà aristocratiche e di controlli dispotici per noi imperscrutabili, aveva collocato il giovane retore proprio in casa del Duca ("Cronografia", VII, a, 7). L'intendimento dei Ducas, di impiantare la loro dinastia, ispira a Psello la corrività ad una critica riduttiva verso la prestigiosa dinastia macedonica (867-1056) e un aperto biasimo contro i protagonisti della dorata stagione di Zoe e Costantino IX Monomaco, antico mecenate di Psello, fautore della sua fortuna, ma soprattutto sostenitore di una delle più feconde stagioni culturali di Bisanzio. In compenso il nostro è piuttosto deferente verso Isacco I Comneno (1057-1059) e verso il mancato imperatore Tomaso Dalasseno, tenuto conto che la temibile Anna Dalassena è in quegli anni il vero capofamiglia dei Comneni, rampanti verso il trono, in cui si insedieranno saldamente nel 1081.
I ritratti imperiali, condotti secondo la tesi conveniente alle grandi famiglie che contano nel momento in cui Psello scrive, sono tratteggiati secondo la precettistica retorica tradizionale, nella scuola bizantina, per l'encomio o per la diffamazione (psògos): descrizione di doti fisiche, caratteri, passioni e idiosincrasie dei personaggi, con digressioni, massime di saggezza politica; su tutto aleggia un tono brillante e una vanità impudente, che giunge ad un vero e proprio autopanegirico (Cron., Vl, 36-45). L'aristocrazia senatoria andava ghiotta di siffatta storiografia salottiera, in cui si contrabbandava anche qualche sprazzo di malumore politico, per lo più postumo, sotto la crittografia piccante della diffamazione (Kaiserkritik).
La "Cronografia" ha sortito un effetto deformante, sulla nostra storiografia di matrice positivistica, incline a giurare sulla oggettività dell'attestato. L'hypértimos (titolo ecclesiastico che suona "molto onorevole") Psello è stato preso alla lettera ed è assurto al ruolo di artefice della politica bizantina dell'XI secolo. Era stato invece un retore celebre, molto erudito, impinguatosi nella ambigua posizione di consigliere e segretario di potenti, per cui redigeva su commissione discorsi di elogio, giungendo a due cariche di rilievo, ma non tali da configurare più che una posizione di prestigio: la carica di "console dei filosofi", qualcosa come preside dell'unica facoltà di lettere e filosofia dell'impero ai tempi di Costantino IX Monomaco; e di presidente del senato (peraltro tecnicamente ridotto ad organo d'onore) ai tempi di Isacco I Comneno (Cron., Vll, 42). Nell'ottica aristocratica di Psello lo stato degli affari pubblici è conseguenza delle qualità eccezionali, nel bene e nel male, di chi governa: tutti i mali dell'impero derivano dalle qualità negative degli imperatori del "partito civile", ostili all'esercito. Quando il "diluvio" turco ebbe dimostrato, dopo il 1071, il prevalere della necessità della difesa militare, Psello, in sintonia con i suoi imperiali committenti, si affretta a bollare la frivolezza del regno di Zoe e Costantino IX Monomaco, che aveva segnato la ascesa di Psello stesso nel contesto della fioritura di interessi culturali e della loro istituzionalizzazione. Questa stagione fu tacciata di distorsione dello sviluppo sociale bizantino attraverso la creazione di ceti parassitari (Vl, S. 7, 9, 29). L'accusa si materializza in una serie di ritratti di imperatori goderecci e spendaccioni. Al di là della diffamazione, veniva imposta la tesi dell'aristocrazia militaristica, decisa ad accaparrarsi il trono, cioè il vertice dell'impero burocratico e di là intenzionata a rimodellare i rapporti economici e sociali fra i vari gruppi. Gli storici moderni hanno giurato su questa tesi e di fatto, quando Psello scrive, i turchi scorrazzavano per l'Anatolia e dimostravano in maniera palmare il prevalere delle necessità di difesa militare su ogni altro aspetto della vita bizantina.
La fortuna di Psello nella cultura occidentale moderna è strettamente legata al pregiudizio antibizantino che informa quest'ultima. La "Cronografia" non è stata certo uno dei testi più letti a Bisanzio, ma Psello ha avuto la sorte di emergere come mito del cinismo della borghesia, nell'orizzonte immaginario del decadentismo francese, grazie soprattutto al ritratto di A. Rambaud ("Michel Psellos" in "Revue Historique", 111(1877), pp. 241-282) del quale il Dichl scompose e rimontò i materiali nel caleidoscopio delle sue "Figures", dai colori grevi e fastosi, come intrisi di nostalgia negata per il Secondo Impero ("Une famille de bourgeoisie à Byzance", in "Figures Byzantines", I. Série, Paris 1906). Borghese, intellettuale, gonfio di erudizione libresca, opportunista, "pennivendolo", sullo sfondo di una Bisanzio "alquanto torbida", Michele Psello fu reso funzionale alla mitologia dell'impero orientale decadente per assioma. Sorprende di trovare questo mito indefettibilmente appollaiato nella imagerie collettiva del nostro occidente, che un tempo vantava una pretesa superiorità religiosa sugli scismatici ortodossi, come afferma nel XV secolo Lorenzo de Monacis, e che ora sarà forse orgoglioso della sua palingenesi perpetua, vuoi da progresso industriale vuoi da rivoluzione. La sopravvalutazione negativa di questo personaggio, che parla molto di sé, compare ancora nel massimo storico novecentesco di Bisanzio che da Psello mutua la sua famosa teoria delle due aristocrazie a Bisanzio, "il partito civile" e "il partito militare": "... con la sua feconda influenza in campo culturale, con la sua funesta attività politica e con la sua estrema depravazione morale, Psello è la figura più caratteristica di questa età" (G. Ostrogorsky, "Geschichte des Byzantinischen Staates", München 1963, tr. it. "Storia dell'impero bizantino", Torino 1968, pp. 299-300).
La Fondazione Valla ha dunque il merito grande di tentare di radicare nella cultura italiana più larga fra le altre questa grande voce dell'XI secolo bizantino, ignota, forse, al di fuori dell'esigente ma un po' segreto mondo specialistico di cui sono esponenti gli studiosi alle cui cure dobbiamo l'edizione di Psello. Per primi nella nostra storiografia essi hanno, coraggiosamente, presentato l'opera storica di Psello in italiano: chi ha consuetudine con il sottile e capillare gioco di rifrangenza testuale di cui si compiacciono questi autori, che conoscono a fondo la letteratura classica, sa bene quanto sia difficile rendere la complessa costruzione intellettuale e la polivalenza espressiva di questi testi, come sia impossibile rendere la panoplia della loro prosa ritmata.
L'edizione di Impellizzeri segna un momento di sintesi nella storia della critica testuale della "Cronografia", che bisognava prima leggere con una non sempre agevole spola fra la edizione del Renauld e le osservazioni e integrazioni che le erano state apportate. La traduzione della Ronchey, fondata a volte su congetture testuali autonome dalla edizione, è ricca di coloriture ed effetti preziosi; specialistico il commento prevalentemente lessicale del Criscuolo; condotto con alessandrina finezza il profilo che Del Corno traccia di Psello, mettendo a frutto i testi autobiografici: una via di esplorazione che viene indicata ai bizantinisti e che sarà bene ripercorrere, forse con una punta di minor fiducia nell'oggettività delle affermazioni del grande maestro di messa in scena, che non manca di divertirsi a mettere in guardia il lettore dalle sue finzioni verbali, verbigrazia: "... non posso dissociare la sua persona [Michele VII Ducas] da un'aura di mirabile portento. E che nessuno dubiti delle mie parole o nutra sospetto verso quanto verrà a leggere solo perché questo è stato scritto vivente il sovrano...". (Cron., VII, c, 1). O ancora a proposito del suo benefattore, Costantino IX Monomaco, che egli si appresta a diffamare: "Ma se negli encomi che ho dedicato a Costantino così mi sono contenuto, ora che mi pongo invece a scriverne da storico non potrei davvero condurmi nel medesimo modo, non intendendo certo falsificare la storia... solo per la malignità della gente..." (Cron., VI 26).