Editore: Adelphi
Edizione: 6
Anno edizione: 1987
In commercio dal: 28 settembre 1987
Pagine: XV-282 p., ill.
  • EAN: 9788845902567
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Recensioni dei clienti

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    Ana Maria

    22/09/2018 11:32:25

    I pochi libri di Cristina Campo (pseudonimo di Vittoria Guerrini) hanno la stessa atmosfera del particolare del Trittico Portinari di Hugo van der Goes riprodotto nella copertina dell'edizione Adelphi: cura maniacale dei particolari, amore per l'assoluto, infinita tenerezza nel tratto, severità di stile. Da questa commistione "fiamminga" nasce una delle prose più brillanti e controllate della letteratura italiana del secondo dopoguerra, un tappeto di note e di echi infiniti. Cristina Campo è un grande amore che non si dimentica mai.Di certe pesche si dice in italiano che hanno "l'anima spicca", il nocciolo, cioè, ben distaccato dalla polpa. A spiccarsi del pari il cuore dalla carne o, se vogliamo, l'anima dal cuore, è chiamato l'eroe di fiaba, poiché con un cuore legato non si entra nell'impossibile. Cristina Campo: Una delle più grandi. Questo libro è semplicemente un gioiello e dovrebbe stare in uno scrigno.

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    Danilo Saba

    21/09/2018 23:08:42

    I segreti nascosti in un tappeto persiano e la sublime arte della sprezzatura mi fanno tornare spesso alle pagine di questa regina della parola che ha scritto poco, e avrebbe voluto scrivere ancora meno. Un miracolo di parole meditate, dove nessuna è di troppo. Parole da leggere e ritornare per attraversare i diversi livelli del suo pensiero intellettuale. Parole che disegnano il nostro vissuto portando già i colori di quello ancora da vivere. Parole che suonano. Peccato non abbia mai scritto un romanzo. L'ho letto più volto... lo rileggerò e poi lo rileggerò ancora. Mentre leggevo mi immaginavo Cristina Campo intenta a scriverla con lievi mani, amorevolmente tra una crisi cardiaca e una messa a Sant'Anselmo o al Russicum, viene spontaneo e doveroso metterci anche noi l'amore e l'attenzione massima per capire tale grandezza e perfezione.

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    Marina Stella

    18/09/2018 13:41:25

    Leggere Gli imperdonabili come testimonianza di Cristianità è come per un ateo ascoltare le Messe di Bach sentendosi in dovere di specificare che gli piacciono anche se non è credente. Il fatto che la Campo venisse considerata come la vera ispiratrice di Lefevre. Oggi, se possiamo opinare un certo suo cattolicesimo o certe sue opinioni politiche tutt'altro che progressive, ci accorgiamo che Gli Imperdonabili non ha realmente nulla a che vedere con tutto ciò. Per Cristina Campo la forma coincideva col contenuto e non viceversa. Sarà che ho appena finito di difendere Gadda dalla medesima accusa presso un colto che, non si sa perché, lo contrapponeva alla scrittura anglosassone, "tanto comprensibile", mi diceva, convinto che fosse una questione di democrazia. E' uno scientista e si dimentica che già da un centinaio d'anni è stata smentita la democraticità della scienza. E sia nella forma che ne contenuto. Pertanto, lasciando perdere le classificazioni, rimane da dire che Gli Imperdonabili è ostico. Non è per la esattezza dello stile o per certe sue leziosità ma è perché lei entra con la precisione di un ago in regioni dove si è abituati a muoversi solo con un linguaggio più prudente. Si temporeggia. Lei no. I riferimenti sono tanto alle leggende del Cristianesimo quanto alle sue amatissime fiabe o a luoghi orientali della filosofia, con una libertà intellettuale di fatto laica, che avrebbe potuto insegnare a tutti coloro che non la ammettevano in quei salotti (dove lei peraltro non sarebbe mai entrata, il disprezzo era reciproco) in cui un intellettuale per potersi dire tale doveva farsi sorprendere con l'Unità in mano e aspettare che venisse da lontano il suggerimento su come la doveva pensare. Tra un canone e l'altro, qualche premio letterario, con le dovute contestazioni, per celebrare il niente, e sono pur sempre celebrazioni. Vedete? La forma è il contenuto.

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    Paolo

    19/09/2010 14:59:27

    In questi saggi un singolo concetto è diluito fino a scolorare e impreziosito da tanto ricercate quanto stucchevoli divagazioni. Una scrittura molto curata e affascinante cui manca però quel vigore che fa suscitare l'interesse per quello che si scrive e non per come lo si fa.

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    Massimo Sannelli

    20/03/2006 00:28:30

    L’incantesimo e la profondità possono scegliere la clausura o la catabasi nella materia-inferno. La seconda possibilità è una discesa non conservativa: dare tutto a molti, la maggior quantità possibile a tutti. La clausura può/deve essere solo comportamentale: ma i frutti devono servire a molti, come il volgare in cui sono scritti e la Rete che li sta diffondendo gratuitamente. La humanitas può/deve essere insegnata, dove non c’è: il seme può/deve cadere dove serve e dove servirà a molti. Probabilmente questo principio non è conforme agli ideali personali di Cristina Campo, in quanto individuo storico; ma è un’estrema conseguenza che appartiene al fatum dei libelli, più che a quello del singolo. C’è – ed è un insegnamento di Ernst Bernhard, mitobiografo e mitobiografato – una straordinaria commistione di intimo/inconscio e di sovrapersonale. E ci sono possibilità che devono essere, se non altro, suggerite: “l’ortodossia può parlare all’ortodossia” (Marcos Pallis, cit. in Sotto falso nome, p. 141) ma deve misurarsi con l’eterodossia in cui siamo, ognuno nella propria cella.

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    hag reijk

    19/01/2004 17:06:03

    Cristina Campo è il tocco lieve che ci indica gli abissi sui quali è necessario volare -ed il mezzo che ci indica è nient'altro che un tappeto volante- per non restare a guardare l'altra sponda con un cannocchiale. Occorre affrontare questa traversata per arrivare a godere col cuore (come non ricordare le sue stupende traduzioni di John Donne), per afferrare il profumo e la fragranza della parola che nel tragitto si tramuta in quelle corde rimbaldianamente tese da campanile a campanile; in ghirlande da finestra a finestra; in catene d'oro da stella a stella -e noi danziamo.

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    matteo canale

    04/11/2002 17:32:19

    La meraviglia. Sì, perché ci si meraviglia moltissimo leggendo la Campo, e proprio come prescrive Socrate dinanzi al Bello; ché davvero un'intensità di pensiero così spiccata e uno sfolgorio di lingua simile raramente c'era capitato di accostare; e in quelle, appunto, rare epifanie (benedette), mai più che per qualche esile pagina! Qui invece pare totalmente compiuto il precetto del Liki, il libro cinese delle costumanze, per cui "il rito é la cortesia, ma la musica é l'essenza del cielo e della terra". Come dire che l'ordine dei ranghi è l'imprescindibile cornice, e il suono é la sostanza di tutto l'accadere... Scriveva Marius Schneider, sommo etnomusicologo, ammiratore e amico della Campo: "il risultato della nostra educazione unilaterale, questo livello da rotocalchi, ha talmente mutilato una quantità di uomini che essi sono ormai incapaci di intuire il grande nel piccolo, il tutto nel particolare”. Cristina Campo ebbe, al contrario, la grazia di rendere la realtà sempre un poco inferiore alla aspettazione: creare associazioni spericolate tra mondi culturali generalmente non comunicanti; cavalcare i tappeti tra le vie di Bassora e la città di Rame; come flauto, sempre volgere nel cuore il sussurro del tempo in musica... concentrare mirabilmente l'universo mondo in una mandorla o nella noce notissima della fiaba: les sources de la vivonne. come vi riuscì? perché era un "autentico spirito poetico" secondo l’inarrivabile Mario Praz; perché, tra l'altro, non aveva pressoché fatto scuole - ebbe a scrivere Elémire Zolla - rimanendo pura d'ogni pregiudizio e sovrastruttura tipica della cultura di Stato ( e che Stato!); perché, infine, simile a Rublev, sapeva come cadere in ginocchio davanti alla parola. vale a dire all'Uno che fa all'inizio, secondo insegna il Maestro Slutsky. del resto, la via da percorrere ce l'aveva indicata solarmente altrove, precisando che da quattro linee essa é puntellata: il linguaggio, il paesaggio, il mito e il rito. di più, la parola, non la si può sforz

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(recensione pubblicata per l'edizione del 1987)
recensione di Kleiner, B., L'Indice 1988, n. 1

Il volume raccoglie le varie "cose scritte" di Cristina Campo, nome d'arte eletto da Vittoria Guerrini; sono testi in gran parte pubblicati già precedentemente, per lo più negli anni sessanta. L'intenzione costante, sotterranea che lega gli argomenti trattati, a dire il vero assai distanti fra loro, anzi, apparentemente disparati, come la fiaba, i tappeti orientali, il destino, le figure retoriche o la perfezione estetica, è il riferimento tacito ad una esperienza interiore, alla quale, attraverso i vari temi, viene alluso senza che essa si espliciti mai fino in fondo. Non v'è quindi da stupirsi che la figura centrale e ricorrente - retorica, argomentativa e speculativa - in questa smagliante prosa, sia la litote.
Il saggio che dà titolo al volume qualifica come "imperdonabili", agli occhi dei loro contemporanei, quelle poche persone, poeti in prevalenza, che oggi sappiano ancora, non soltanto sopportare, ma "guadagnare alla mente" la bellezza e la perfezione perdute in una epoca di "massacro universale del simbolo, [di] inespiabile crocefissione della bellezza" (p. 121). Nello stesso senso vanno intese le osservazioni sulla perdita del destino individuale, in questa "epoca di progresso puramente orizzontale" (p. 73) e il conseguente tentativo di ricostruire i luoghi e gli estremi di una esperienza interiore che il proprio destino, lo sappia cogliere, ac-cogliere.
Uno dei luoghi privilegiati dove tale 'restitutio' dell'anima si compie è, accanto all'esperienza religiosa, la fiaba. Sono dei piccoli capolavori di complessità, i due saggi esplicitamente dedicati ad essa "In medio coeli" e "Della fiaba". Entra in gioco il tempo biografico della narrazione, la vecchiaia, la quale, a doppio filo, si lega all'infanzia - in quanto contenuto ricordato e destinatario della narrazione (il bambino). Questo tempo curvo viene poi intrecciato al tempo spaziale della fiaba, spazio percorso in un dato tempo (sette giorni, sette anni), "che alla fine si svelerà un labirinto, un cerchio perfetto, una spirale, una stella - o addirittura un punto immobile dal quale l'anima non partì mai, mentre il corpo e la mente faticavano nel loro viaggio apparente" (p. 17), per poi essere allacciato e stretto in quel nodo singolare dal quale si sprigiona il momento presente, il momento della rivelazione e del tempo ritrovato, il "momento della bilancia sospesa, del filo di spada, della punta di remo su cui le antitesi si conciliano" (p. 25) e che palesa ad "uno spirito trasformato... terra nuova e cieli nuovi intorno" (p. 42).
Attraverso la composizione polifonica di questi saggi che coinvolge anche il linguaggio intrecciandolo alle altre voci e conducendolo insieme ad esse, si delinea l'immagine di un tempo interiore nei confronti della quale la "durée" bergsoniana impallidisce e non sembra che una concettualizzazione unidimensionale dell'attesa e della noia. È un tempo interiore animato e ritmato dal "peuma", ed è nel suo spazio che si apprende la "caparbia, inesausta lezione della fiaba [che] è la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente niente altro, perché niente altro c'è da imparare su questa terra"(p. 34)
Al di là delle leggi di necessità si colloca anche la "sprezzatura", atteggiamento morale e psicologico di difficile definizione perché "necessita di un contesto quasi perduto al mondo di oggi" (p. 98) che si direbbe però quello specifico dell'autrice. Nel saggio "Con lievi mani", Cristina Campo la descrive come una specie di trasognata noncuranza nata dalla grazia e, al contempo, estrema stilizzazione della propria esistenza, e ne dà una vasta gamma di esempi che spaziano da Gesù Cristo a Nicola, ultimo zar delle Russie, da Cosimo dei Medici a Fréderic Chopin. Di quest'ultimo afferma che "'nulla lo infastidiva di più che esser creduto sulla parola dei suoi modi dolcissimi e della sua cortesia slava': lamento, ahimé, tutto moderno dell'uomo bennato in un mondo ormai barbaro - non barbarico - da cui sono banditi i sottintesi gravi dell'urbanità, gli impervi pudori della grazia: incubo orrendamente letterale dove tutto 'vale quel che sembra' " (p. 90). Questa affermazione fornisce una chiave importante: se tale è l'appiattimento della realtà odierna, la prosa di Cristina Campo vi si oppone, è tutta intenta a riaprire, a tenere aperto questo varco fra essenza e sembianza, conferendo il massimo di dignità a quest'ultima in quanto contenitore di una essenza particolarissima, oggi sul punto di scomparire. Da qui il tratto aristocratico, l'estrema consapevolezza, la perfezione stilistica di questa prosa.
Ora però le nostre società hanno sviluppato una tale ricchezza di forme dell'apparire che non può essere questione di salvarle in quanto depositarie di essenza rara: questa si è già da tempo ritratta da esse, lasciando che entrino ad alimentare il gioco della "distinction" (Bourdieu). In queste condizioni, l'accusata prossimità fra essere e apparenza muta stato, comincia a delinearsi, proprio in essa, una 'chance', la 'chance' del momento: quella di un rovesciamento di questo rapporto. Non più: l'essenza subisce come una lesione "maestatis" l'identificazione alla parvenza, ma proprio grazie a questa stessa prossimità 'sceglie' di essere ciò che sembra. Operando questo capovolgimento, la diagnosi dei gravi danni inferti da una contemporaneità stolta e pachidermica innanzitutto alla sensibilità e alla sensualità umana, diagnosi che fa da contrappunto a questa prosa, invece di sfociare in delle invettive e in un conseguente aristocratico esilio, potrebbe finalmente tornare sul sensibile da cui è dettata, incominciare a com-prenderlo e dargli parola.
Esteriormente, nei loro risultati, queste due intenzioni si differenziano di pochissimo, in verità però stanno su sponde opposte: l'una su quella di un esteticismo nostalgico che rischia di rimanere vuota ri-affermazione di sé stesso, vuota perché speculare e autoreferentesi e in ciò puramente restaurativa; l'altra invece dal lato di una etica che delle forme dell'apparire estetico si serve per darsi i propri contorni e quindi, impercettibilmente, le sposta nel loro significato tradizionale. È indecidibile su quale dei due lati si collochi la prosa di Cristina Campo (eccezion fatta, forse, per i saggi sulla fiaba), perché a quello iato che differenzia le due intenzioni, viene continuamente alluso, esso viene evocato e saltato, colmato e riaperto e, con ciò, infine offuscato e cancellato, dal gioco della litote. Ne risulta un ché di cangiante di questa prosa, di cui non si sa se sia "lueur de la mort ou luminosité surnaturelle".