Categorie

Enzo Fantò

Editore: Dedalo
Anno edizione: 1999
Pagine: 256 p.
  • EAN: 9788822053053





Barbagallo, Francesco, Il potere della camorra (1973-1998), Einaudi , 1999
Buscetta; Tommaso, La mafia ha vinto. Intervista di Saverio Lodato, Mondadori , 1999
Fant•, Enzo, L'impresa a partecipazione mafiosa. Economia legale ed economia criminale, Dedalo, 1999
Macaluso, Emanuele, Mafia senza identit…. Cosa Nostra negli anni di Caselli, Marsilio , 1999
Santino, Umberto, I giorni della peste. Il festino di Santa Rosalia tra mito e spettacolo, Grifo, 1999
recensioni di Armao, F. L'Indice del 2000, n. 01

La mafia, in quanto forma criminale di agire sociale che investe tanto la politica quanto la morale, è uno di quei temi sui quali può rivelarsi difficile tracciare un confine netto tra ricerca scientifica e polemica ideologica. È indubbio che, soprattutto in Italia la polemica sia stata per lo più appannaggio della classe politica e, come tale, subordinata alla logica della lotta tra fazioni e concretamente schiava degli eventi. È forse superfluo, ma non del tutto inutile, ricordare che il "dibattito" politico ha visto alternarsi momenti di facile (persino scontato) unanimismo anti-mafioso, utilitaristicamente espresso in occasione dei delitti eccellenti, presto seguiti tuttavia da lunghe fasi di altrettanto concorde rimozione del problema e da episodiche baruffe riducibili all'attribuzione di patenti di mafiosità o addirittura di anti-mafiosità (ridotta, anch'essa, a insulto). Ciò che sarebbe stato compito di una democrazia matura, ovvero l'assunzione da parte di ciascuna delle forze in campo delle rispettive responsabilità nel manifestarsi e nell'espandersi del fenomeno mafioso, è invece tragicamente mancato, consentendo ai più colpevoli di ricostruirsi una verginità che li ponesse sullo stesso piano dei meno colpevoli - perché di puri innocenti, in terre di mafia, non se ne danno, soprattutto tra i potenti.
Ma se la superficialità grossolana e troppe volte interessata dei politici ha potuto avere la meglio, ciò lo si deve anche alla prolungata latitanza del mondo accademico-scientifico che non ha mai ritenuto la mafia argomento degno di una ricerca metodica, cioè programmata, e soprattutto sistematica. Basti pensare al fatto che in un paese ad alta densità mafiosa come l'Italia non esiste una banca dati pubblica degli eventi di mafia, gli unici repertori essendo quelli (giustamente inaccessibili) delle fonti investigative e di poche e meritorie istituzioni private quali il Centro Impastato a Palermo e Mafia Connection in provincia di Pavia. Certo, per una volta non costituiamo un'eccezione: persino in un paese malato di induttivismo al punto da produrre repertori statistici su qualunque genere di avvenimento come gli Stati Uniti, oltre tutto territorio d'elezione per le organizzazioni mafiose di ogni parte del mondo, manca un simile strumento. Ciò, tuttavia, non può essere di grande consolazione.
Sia ben chiaro, non si vuole affermare che manchino, qui da noi o nel mondo anglosassone, buoni libri e ottime ricerche; quanto, piuttosto, che l'investimento in termini di risorse intellettuali e materiali appare del tutto inadeguato alla comprensione di un fenomeno che le massime istituzioni internazionali definiscono con sempre maggior frequenza una delle principali minacce alla democrazia e al suo indispensabile contraltare, il libero mercato. Tutto rimane affidato, in sostanza, alle capacità e ai mezzi di singoli individui, con esiti discontinui dal punto di vista della crescita delle conoscenze. Lo dimostra, seppure su scala ridotta, anche la rassegna dei libri qui presi in considerazione.
Il volume di Barbagallo rientra in quel filone di studi storici, certamente il più fecondo in Italia, che ben lungi dal limitarsi a offrire un semplice aggiornamento sul fenomeno mafioso, ne ha proposto una lettura in gran parte originale. Non va dimenticato, infatti, che Salvatore Lupo (Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri,Donzelli, 1993), Paolo Pezzino (Mafia: industria della violenza, La Nuova Italia, 1995) e Rosario Mangiameli - e dello stesso Barbagallo, già autore di Napoli fine Novecento. Politici camorristi imprenditori (Einaudi, 1997) - hanno contribuito a smentire l'assunto relativo al carattere residuale della mafia evidenziandone, in particolare, i legami strutturali con i sistemi politico e imprenditoriale. I loro libri compongono quel substrato di storia evenemenziale (anche recentissima, nel caso di Il potere della camorra, smentendo l'ulteriore assunto dell'impossibilità di una "storia" davvero "contemporanea") in assenza del quale ogni tentativo di spiegazione sarebbe comunque impossibile. Gli storici, tuttavia, sono ancora pervasi da una sorta di naturale ritrosia per la comparazione e le generalizzazioni che rischia di indurre false conclusioni. La più rilevante è, certamente, quella che mafia (o camorra) sia sinonimo di sottosviluppo. "Lo sviluppo della società secondo modalità civili è cosa diversa e alternativa rispetto all'espansione del potere e delle iniziative economiche controllate dalle associazioni criminali", scrive Barbagallo, e prosegue: "camorra e mafia costituiscono l'ultimo, definitivo deterrente all'innesco di un meccanismo di sviluppo". L'impressione, invece, è che il loro successo in Italia e nel mondo non possa spiegarsi se non con la funzionalità proprio al capitalismo, entrato dagli anni settanta in una fase di crescente finanziarizzazione che ha trasformato i mafiosi - in quanto attori capaci sia di riprodurre all'infinito sul territorio meccanismi di accumulazione primaria, sia di proporsi come novelli "mercanti sulla lunga distanza" in grado di far circolare merci e denaro - in interlocutori privilegiati delle "forze del progresso".
Concretamente, ciò può voler dire prendere atto del continuo spostamento del confine semantico tra lecito e illecito, sul quale diventa imprescindibile concentrare la propria attenzione. È quanto riesce a fare Enzo Fantò, non limitandosi nella sua ricerca a occuparsi dell'impresa mafiosa, ma estendendo l'indagine all'impresa a partecipazione mafiosa. Questa, infatti, non potrebbe nascere se all'interesse del mafioso a occultare sempre meglio i propri profitti di origine illecita non corrispondesse come nota Fantò, un interesse altrettanto forte di alcuni imprenditori, a ridurre i costi della propria attività: "il passaggio dal sistema di convivenza conflittuale (...) al sistema della collaborazione organica e della compenetrazione dei capitali e delle 'competenze' (...) si presenta come la mossa strategica che permette di evitare i rischi di una conflittualità permanente tra mafia e impresa". Ma non solo. La compartecipazione mafiosa consente all'imprenditore di conquistare un vantaggio competitivo illecito sul mercato, ai danni di coloro che pretendono di continuare a operare legalmente: sia garantendosi un accesso privilegiato a commesse, appalti, eccetera, sia ricorrendo, in ultima istanza, alla risorsa tipica del mafioso, e cioè la violenza, per espellere definitivamente il diretto concorrente dalla competizione. La scelta di associarsi, economicamente, alla mafia ha perciò ragioni utilitaristiche, tant'è che vale anche per attori quali le grandi imprese del Centro e Nord Italia - come ben evidenzia Fantò nell'ultimo capitolo del libro - che avrebbero tutte le possibilità di sottrarsi a quello che troppo semplicisticamente viene etichettato come il "ricatto mafioso"; e non limitandosi a uscire dal mercato, ma imponendo le regole di un'economia legale.
A ben vedere, la validità (talvolta persino la plausibilità) degli studi sulla mafia si gioca ancora sulla capacità di smantellare quella sovrastruttura di luoghi comuni e veri e propri miti che ancora circonda quel fenomeno. E non a caso, dal momento che è la mafia stessa ad alimentarli, proponendosi in tutte le sue manifestazioni come un'organizzazione segreta e pseudo-iniziatica che, in quanto tale, necessita di un vero e proprio apparato ideologico. In questa prospettiva si rivela utilissimo un libro come I giorni della peste di Umberto Santino, autore invece tutt'altro che estrinseco agli studi sulla mafia. Oltre a essere una lettura di grande interesse per la storia del costume e della società siciliani, infatti, offre un quadro realistico e impietoso del ruolo che le élites politiche e religiose (spesso religioso-politiche) hanno avuto nell'invenzione e nello sfruttamento del mito di Santa Rosalia a partire dalla metà del Seicento.
L'attualità del tema sta nella
riscoperta del-
la "funzione di legittimazione" del festino di Santa Rosalia negli anni più recenti, che conduce i politici su un terreno, quello della ricerca-riconferma del consenso per via emotiva (carismatica) piuttosto che democratica, già tremendamente sdrucciolevole, ma reso ancora più viscido dal pericolo oggettivo di rivitalizzare manifestazioni che hanno sempre offerto ai mafiosi siciliani (non diversamente, peraltro, da quanto avvenuto a Hong Kong con i membri delle Triadi o in Giappone con quelli della Yakuza) uno straordinario palcoscenico per rinnovare il proprio consenso riproponendo il proprio mito fondativo della religiosità - cui, per fare un esempio d'attualità, un personaggio quale padre Frittitta, mentore della "conversione a domicilio" del boss latitante Aglieri, ha saputo dare nuovo lustro.
Di più dubbia riuscita è l'operazione condotta da Saverio Lodato nell'intervista a Tommaso Buscetta, che prosegue una tradizione avviata da Enzo Biagi con lo stesso Buscetta (Il boss è solo, Mondadori, 1986), ripresa da Pino Arlacchi con le autobiografie di Calderone (Gli uomini del disonore, Mondadori,1992) e ancora di Buscetta (Addio Cosa Nostra, Rizzoli, 1996) e già praticata da Lodato anche con Giovanni Brusca (Ho ucciso GiovanniFalcone, Mondadori,1999). Si tratta di un filone di per sé utilissimo, quello delle testimonianze, il cui limite tuttavia è rappresentato dalla totale assenza di filtri interpretativi. Detto in altri termini, l'osservatore non c'è; o se c'è, come nel caso di questo secondo libro di Lodato, è fin troppo partecipante, finendo col fornire dell'intervistato un cliché alla Goodfellas. La mafia, quindi, viene identificata con quel che il mafioso crede che sia o sia stata. Non è qui in questione la veridicità o meno dei singoli fatti raccontati, dal momento che chi legge sa che questa è la versione che ne danno di volta in volta Buscetta, Calderone o Brusca; ma nemmeno, volendo, la buona fede degli intervistati, tanto più se si considera che molto di ciò che raccontano ha già trovato riscontri anche in sede penale. Piuttosto, e in maniera più radicale, si dubita che l'auto-rappresentazione che i mafiosi possono offrire della mafia nel suo insieme sia identificabile tout court con la mafia stessa. Per fare un esempio, la distinzione tra mafia "nobile" delle origini e mafia moderna snaturata dall'accesso ai grandi profitti della droga ritorna spesso nei racconti di questi collaboratori, quando ormai la ricerca storiografica più recente ne ha smentito la plausibilità. Si può allora continuare a ritenere, come tanti sociologi e psicologi fanno basandosi proprio su questo genere di testimonianze, che i mafiosi competano effettivamente per l'onore e per la famiglia, seppure in maniera anomala; oppure partire dall'ipotesi che ci si trovi di fronte a una vera e propria ideologia e servirsi anche di simili auto-rappresentazioni, oltre che per ricostruirne i contenuti, per sforzarsi di comprendere i meccanismi psicologici profondi che la rendono così credibile. Talmente credibile che un ex mafioso potrà arrivare ad affermare di aver rinnegato l'organizzazione per rispettare quei valori su cui essa dichiarava di fondarsi, ma che invece aveva tradito.
Veniamo infine al pamphlet di Macaluso, del quale è impossibile (e probabilmente inutile) contestare le numerose e discutibili affermazioni: dall'assunto, espresso fin dal titolo, che la mafia sia "senza identità" perché "attraversata da una crisi di autorità e lacerata, in tutte le sue componenti, dal pentitismo" a quello secondo cui "c'è oggi un unanimismo antimafioso impressionante" - per non dire, poi, della pretesa di scandire la vita di Cosa Nostra a partire da chi l'ha combattuta (gli "anni di Caselli" contrapposti agli "anni di Falcone"), quasi a imporre un cambiamento di prospettiva: la mafia è ciò che i nemici ne fanno. In realtà, tutta l'operazione editoriale è giocata su un equivoco di fondo: la credibilità, diciamo in senso lato scientifica, dei contenuti deriverebbe dall'autorevolezza politica dell'autore, già leader storico del Partito comunista. È uno di quei casi in cui una fonte ideale per una ricerca approfondita sul campo - non si dimentichi che Macaluso è stato comunque uno dei protagonisti della vita politica italiana del secondo dopoguerra e ha vissuto dall'interno anche tutte le vicende palermitane e siciliane - pretende di estraniarsi e farsi semplice osservatore. Il fatto è che ciò che Macaluso racconta sulla mafia sembra ripreso a uso divulgativo da testi ben più documentati e originali, mentre sul piano dei giudizi politici non si spinge oltre una generica condanna nei confronti del sistema di potere democristiano che suona davvero come un tentativo di disperdere le responsabilità di un singolo nell'indeterminata irresponsabilità di tutti. A confermare questa sensazione contribuisce anche la pretesa di esaurire il discorso sul proprio partito attribuendogli la colpa "storica" (e indistinta) di non aver saputo riconoscere le forze progressiste presenti all'interno della borghesia siciliana, bollata nella sua totalità come mafiosa, nulla dicendo invece sui casi concreti in cui il Pci-Pds-Ds, venendo meno al proprio ruolo di opposizione, si è fatto attivo interprete di pericolosi compromessi anche in tema di lotta alla mafia.
Il libro enuncia, verso la conclusione, un tema certamente rilevantissimo, ma degno di ben altre attenzioni: la difficoltà, per una democrazia, di ammettere nei propri ordinamenti norme quali il reato di associazione mafiosa e, ancor più, di concorso esterno in associazione mafiosa; e questo perché uno dei principi giuridici irrinunciabili è il rifiuto della colpa collettiva. È demagogico, tuttavia, liquidare il problema in poche salaci battute ignorando la realtà di un tipo di organizzazione, quella mafiosa appunto, che ha di fatto mutato la natura stessa del reato, facendone la finalità istituzionale di gruppi armati e forzandone i confini tradizionali al punto da deterritorializzarlo: nelle sfere economica e finanziaria, alla difficoltà di accertare le colpe dei singoli si aggiunge quella di individuare il luogo stesso del delitto. È, invece, una vera e propria mistificazione storica tentare di attribuire ai magistrati la colpa di aver riscritto un codice che invece, naturalmente, è stato prodotto proprio da quel sistema politico di cui Macaluso stesso è stato autorevole esponente. Ed, evidentemente, per convenienze del momento: i nuovi principi costituzionali sul cosiddetto "giusto processo" introdotti quasi all'unanimità dal Parlamento segnano, comunque li si voglia giudicare, un'inversione di tendenza (che smentisce, peraltro, l'esistenza di quel potere di condizionamento che l'autore attribuisce alla lobby dei magistrati giustizialisti).
Per citare il caso attorno a cui ruota l'intero libro, se davvero
i magistrati avessero voluto condannare Andreotti sulla base di un "teorema" invece che con delle prove, sarebbe bastato ritorcergli contro l'argomento principe addotto, dallo stesso collegio difensivo, a sua discolpa: la sua grandezza di statista. Perché, siamo logici, un grande statista dovrebbe essere, per definizione, dotato di grande intelligenza, intuito finissimo e, soprattutto, adeguato senso di responsabilità del proprio ruolo. Quindi, se davvero Andreotti era (è?) un grande statista, non poteva non sapere; se non sapeva e non vedeva, si dimostrava nei fatti uno statista di ridottissima levatura, un uomo di mediocre intelligenza, incapace di cogliere elementi che erano noti e documentati. Dal che sembra lecito dedurre tra l'altro, sempre su un piano logico, che chi oggi inneggia alla sua grandezza premia in Andreotti il politico "realista" e la sua capacità di volgere a proprio vantaggio anche i compromessi più discutibili dal punto di vista della democrazia prima ancora che della morale.
Macaluso, comunque, ritiene di poter risolvere il dilemma relativo all'innocenza-colpevolezza del leader democristiano con una sorta di artificio retorico, già formulato da Sergio Romano nel 1997, secondo cui se davvero Andreotti fosse colpevole dei reati ascrittigli, allora dovrebbe essere processato per tradimento dello Stato (Romano diceva del Parlamento). Certo, colpisce vedere una provocazione originariamente concepita in chiave anti-sistema divenire argomento in difesa del sistema stesso e trasformarsi così in blandizie. Si deve infatti a Pasolini l'idea di "trascinare almeno una dozzina di potenti democristiani sul banco degli imputati, in un regolare processo penale" e processarli per "indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione di denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera" e via elencando.
Ma Pasolini scriveva nel 1975, e l'intensità della sua sfida veniva comunicata dall'inverosimiglianza del processo stesso. Adesso, nel 1999, Andreotti era davvero alla sbarra e, qualora fosse stato condannato, il tradimento delle istituzioni avrebbe assunto il crisma della verità giudiziaria.