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In questa luce - Daniele Del Giudice - copertina

In questa luce

Daniele Del Giudice

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Editore: Einaudi
Anno edizione: 2013
In commercio dal: 29 gennaio 2013
Pagine: 189 p., Rilegato
  • EAN: 9788806214425
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Gaia la libraia

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Si raccoglie qui tutto ciò che per Del Giudice fa mania. Intendendo per mania una parola doppia, una parola male-bene: nel mondo greco mania indica infatti non soltanto il demone che sconvolge la mente, ma anche una particolare forma di concentrazione, una forma estrema del conoscere e del coincidere con il proprio destino. È mania la mezzanotte, ventiquattresima ora del giorno, istante ultimo e anche primo, valico del giorno passato e incipit del nuovo, ora ventiquattro e ora zero; è mania il proprio lavoro, scrivere e narrare, in cui secondo Del Giudice sarebbe meglio possedere un doppio passo, essere ambidestri, con una mano tracciare delle mappe, costruire dei progetti e con l'altra operare perché questi progetti vengano invalidati dalla narrazione, perché ciò che vale nel racconto è proprio tutto quanto eccede e vanifica il progetto. Sono mania la luce, le macchine, le città, lo spazio, le fortezze reali e quelle immaginarie, le carte geografiche, il cinema e la fotografia. I protagonisti dei libri più famosi di Daniele Del Giudice. Si ritrovano in queste pagine le riflessioni sul tempo e quelle sul volo ("Come quando l'aereo si stacca da terra, una sospensione nebulosa e via, la scrittura spinge su, dentro i carrelli"). Si parla, con estrema e acuta intelligenza, del leggere, degli autori e dei libri più amati, del tradurre, delle storie e dei personaggi, del trovarsi davanti al foglio bianco e del "levare ad ogni frase la terra sotto i piedi".
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    Patroclo

    25/05/2013 19:31:33

    e dire che avevo sentito odore di bruciato. a partire dalla fascetta: qui é raccolto tutto ció che per Del Giudice fa mania. chiaro riferimento a quella che ritengo una delle opere - delle raccolte - piú riuscite e di maggior successo dello scrittore. quindi: cercare di sfruttare - anzi di riprendere - una scia. che poi cosa vuol dire "fare mania"? secondo me non vuol dire niente. é un'espressione bruttina. poi: si tratta di una raccolta di raccontini, riflessioni, saggi eterogenei, in (gran) parte giá editi. e l'effetto é proprio quello: di un piatto messo insieme con ingredenti magari di buona qualitá, ma l'uno con l'altro scollegati. e con una preoccupante mancanza di perizia: per dire il riferimento agli Avvisi ai Naviganti di Conrad é sparso qua e lá in diversi testi, sempre con le stesse parole, sempre con la stessa nota a pié di pagina, quasi come se nessuno avesse pensato a "Omogeneizzare" questa raccolta, dandole almeno una dignitá unitaria. oh intendiamoci: alcuni saggi sono interessanti (specie quelli della prima parte). i racconti sul commercio del tempo non sono lontanissimi come riuscita e fascinazione da quelli di Mania. ma la sua vera poetica Del Giudice la enuncia all'inizio: scrivere é difficile...fa fatica e paura. insomma mi pare (e non é la prima volta che lo sospetto) che Del Giudice abbia paura di scrivere - e piú segnatamente abbia paura della fiction. e trovi invece sollievo in quei brani scientifici, precisi, ad esempio dove parla (con dovizia di particolari, temo noiosi per i piú) del volo. peccato, al di lá di questa raccolta, i cui limiti sono credo ascrivibili al progressivo inaridimento dell'autore e alla naturale propensione dell'editore a raschiare il fondo del barile (non intendo Einaudi in particolare), Del Giudice rischia di rimanere una stupenda occasione perduta nella contemporanea italiana. piú prosaicamente: compratelo solo se siete appassionati dell'autore - o appassionati di scienza, o di luce, o di volo. o di aridit

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    Francesco

    18/02/2013 14:18:33

    Un libro composto da interventi, lezioni, articoli dell'autore. Su tutto una scrittura nitida, esemplare, di uno dei nostri maggiori scrittori contemporanei. Finalmente fuori dalla dozzinale letteratura che invade le librerie delle nostre città.

È bello, emozionante ritrovare Daniele Del Giudice in libreria. Del resto, per i suoi lettori, è sempre stato così. L'appuntamento con lui ha avuto sempre dei tempi dilatati, lunghi. Ogni suo libro, allora, un momento fatale, da gustare in tutta la sua ritualità, e nella ritualità, è l'attesa ad avere avuto il ruolo centrale. Soltanto all'inizio quelle lunghe pause hanno significato privazione, vuoto. Poi, dopo, è stato come se Del Giudice, per i suoi lettori, fosse presente in ogni momento, negli spazi, nelle attese. Come se noi, suoi fedeli lettori, fossimo in grado di leggerlo anche in quei frattempi, negli interstizi fra un libro e l'altro, nel corso dei suoi e dei nostri percorsi. Di leggerlo parola per parola, nell'istante stesso in cui stava scrivendo le sue storie. Aspettare i suoi libri, da un certo punto in poi, non ha provocato più alcun tipo di attesa, allarmata o curiosa che fosse. Perché il lettore di Del Giudice sa che quel momento, poi, per lui e per noi, è "sempre". Scrittura e lettura, inscindibili, coincidenti, presenti. Nessuna frattura tra pause, tempi e frattempi. Una percezione diversa della scrittura e della lettura, unica. Così, se all'inizio degli anni ottanta ne avevi venti, di anni, e la fortuna di avere un amico libraio che ti conosceva così bene da non sbagliare un consiglio, incontrare e scoprire e amare Lo stadio di Wimbledon fu inevitabile. Fatale e decisivo. Se Bobi Bazlen non aveva mai scritto, lasciando soltanto delle "note a piè di pagina", tu lo avresti fatto ‒ ci avresti provato ‒ finalmente, proprio perché Del Giudice lo stava facendo raccontando la storia di uno che aveva scelto di non farlo. Magari non ne avevi così chiare tutte le dinamiche, a vent'anni, ma si trattava di un sentimento, come quello che avrebbero provato e che avevano raccontato fin lì Pietro Brahe e Ira Epstein, alla fine di Atlante occidentale, a pagina 152 ("'Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova'. 'E questa?' 'Questa è finita'. 'Finita finita?' 'Finita finita'. 'La scriverà qualcuno?' 'Non so, penso di no. L'importante non era scriverla, l'importante era provarne un sentimento'"), ed era il 1985, e Del Giudice riusciva a raccontarti la fisica che di lì a un paio di decenni, avrebbe portato a compimento gli esperimenti di un anello nucleare che lui aveva in anticipo soltanto immaginato (e rileggere, poi, spesso, lezione di scrittura assoluta, quel paio di pagine dove Ira Epstein, lo scrittore che ha smesso di scrivere, racconta a Pietro Brahe, il giovane fisico, i fuochi d'artificio che stanno guardando dalla riva del Lago di Ginevra. Un capolavoro). E poi Nel Museo di Reims, Staccando l'ombra da terra, Mania, Orizzonte mobile. Chissà quanti hanno provato a iniziare a scrivere leggendo Del Giudice. E quanta fatica. Quella di cui parla in apertura di questo nuovo libro (che sì, i suoi lettori hanno come sempre "visto" scrivere mentre si faceva, hanno "letto" quando, parola dopo parola, si metteva insieme, negli anni), In questa luce, autobiografia intellettuale, dichiarazione di poetica, invito dentro a quello studio dove ci sono la scrivania, gli appunti, la vecchia macchina da scrivere e tutto il resto, laddove si costruiscono i libri. "Eccomi qui, davanti al foglio bianco. Quante volte, dalla prima? Quante volte ancora, fino all'ultima? Non son balle, scrivere è difficile. Per tutti. Si è soli, dopo le chiacchiere, le discussioni, gli incontri, le letture. Si è soli e fa fatica". C'è tutto Del Giudice, qui, In questa luce. E ci sono i suoi libri. Quelli che ha scritto e quelli che verranno. Le sue manie, la sua acutissima e unica capacità di sguardo, le ossessioni, il suo rapporto speciale con il tempo, con i tempi; bellissimo il racconto Mercanti del tempo, che si svolge fra Rabat, il nostro Nordest e a Stavanger: "Ieri per la prima volta ho assistito a una transazione commerciale riguardante il tempo. O meglio, credo di aver percepito un commercio di tal genere in un negozietto…". E In questa luce ci racconta dell'ombra, perché la parola illumina, ma è l'alone oscuro che fa nascere a produrre narrazione: "Ha a che fare, forse, proprio come l'ombra, con la quantità di ombra che il linguaggio porta con sé, che ogni parola porta con sé nel suo medesimo far luce, dunque dell'ombra che ciascuno di noi riesce a trattenere, a conservare e a far 'parlare' all'interno della continua e probabile, puramente probabile luce delle parole". Uno svelamento continuo. Della propria vita, la sua infanzia nel testo Televisione, l'adolescenza in Cinema, la passione per le moto da giovane e per gli aerei da adulto. E il suo mestiere di scrittore: "Del proprio lavoro si può parlare soltanto raccontando delle intenzioni. E le intenzioni, come tutti sappiamo, in letteratura non valgono assolutamente nulla". C'è tutto Del Giudice, dunque, in questo libro. E ci sono i suoi libri. Quelli che ha scritto e quelli che verranno. Perché i suoi lettori hanno voglia di rileggerla, per esempio, la bellissima introduzione a Senilità di Italo Svevo (Feltrinelli), dove Del Giudice, con una brillante intuizione, ci spiega perché Senilità sia molto più importante e decisivo di La coscienza di Zeno, e ci dice qual è la differenza tra bugia e menzogna. E in quel libro che verrà potrebbe esserci anche il mirabile saggio su Italo Calvino, uscito soltanto in Francia, sul "Magazine Littéraire", dove ci racconta del Calvino scrittore di progetto, ogni libro un percorso nuovo, differente. O anche quella recensione-saggio sul primo Ian McEwan, che uscì su "Paese Sera". O, ancora, la stupefacente critica del nuovo e forse unico libro dello scrittore austriaco Anton Ganzfalsch. O, infine, il saggio reportage di quelle riunioni che regolarmente faceva con i suoi amici filosofi, Massimo Cacciari, Nadia Fusini, Giorgio Agamben, e lui se ne stava lì, in disparte, a ascoltare, intruso scrittore che cerca di capire. E poi racconti inediti, tanti, come quello sulla Ferrari (un automobilista qualunque, in viaggio nella Val Padana in una notte di nebbia, resta in panne. Abbandona la macchina e si incammina. Si ritrova davanti a un cancello e suona. Escono due custodi che gli dicono ci pensiamo noi. Due ex meccanici della Ferrari in Formula 1), un altro sul treno Settebello, e uno sui tasti bianchi e neri del pianoforte. Ma sono solo esempi. Perché Del Giudice ha pubblicato poco, ma scritto tantissimo, e non a caso uno dei suoi libri faro, che ti diceva di leggere assolutamente, era Nessun giorno senza una riga di Juri Olesa. Oggi, Del Giudice ha smesso di scrivere, forse. Un giorno, non sapremo mai bene quale, deve aver preso a prestito uno dei Cessna del Lido, aeroporto Nicelli, ha staccato l'ombra da terra, e chissà quale rotta ha comunicato alla torre di controllo veneziana, verso quale direzione invisibile e irraggiungibile ha puntato il muso del suo aereo e se stesso. Verrebbe da prendere il vaporetto e andarlo a chiedere a Bruno, il suo laconico istruttore di volo, del quale ci ha raccontato in Staccando l'ombra da terra ("Il tuo comandante è davanti all'hangar, ti guarda non meno perplesso, non meno preoccupato di te, conosci quel modo dei comandanti di scrutare il cielo da aruspici, meteorologi e padri di famiglia"). Sta in un posto irraggiungibile, oggi, Daniele Del Giudice, così lontano e così vicino, un posto dove forse si smette di scrivere, o forse no, forse lo si fa in un modo diverso. E da lì, a noi lettori, continua a modo suo a raccontarci la scrittura, le sue storie di luce. Da lì, in un'ombra invisibile, riesce ancora a farcene sentire il sentimento. E ci illumina. Fai buon viaggio, Daniele. Roberto Ferrucci
  • Daniele Del Giudice Cover

    (Roma 1949) scrittore italiano. Ha esordito con Lo stadio di Wimbledon (1983), che narra l’inquieta ricerca di un giovane intorno alla vita - e al silenzio - dello scrittore triestino Bobi Balzen. L’avventura della percezione, nell’impegno di «vedere oltre la forma» e tracciare una mappa del mistero della creazione, è il tema dominante dei romanzi successivi (Atlante occidentale, 1985; Staccando l’ombra da terra, 1994), dei racconti (Mania, 1997, premio Grinzane) e della raccolta di scritti In questa luce (2013), sorta di autobiografia intellettuale. Approfondisci
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