Editore: Adelphi
Anno edizione: 2006
In commercio dal: 2 novembre 2006
Pagine: 220 p., Brossura
  • EAN: 9788845921261
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Descrizione
«Io ho una gamba di legno. Ragion per cui odio le donne»: così esordisce il protagonista di «L'eterna provincia» prima di travolgerci col disegno di una gelida vendetta: farà innamorare alla follia una donna e poi la umilierà con lo strumento della sua stessa menomazione per punire, attraverso di lei, tutte le donne. Ma al momento decisivo, quando la prescelta sarà nuda e pudica di fronte a lui, l'imprevedibile accadrà. Nella vita, del resto, tutto è incerto. contraddittorio. Persino gli affetti familiari e la letteratura offrono solo irragionevoli appigli, talché in «I due figli di Stefano» allo scrittore che ha appena perso il figlio indesiderato, un tesserino mostruoso e infernale, non resta che contemplare anche il naufragio del poema drammatico cui era affidata la speranza di sfuggire alla realtà quotidiana; e il «La dea cieca o veggente» la poesia è ridotta a gioco combinatorio, a roulette alla rovescia. La silloge di tredici racconti «In società» è apparsa per la prima volta nel 1962.

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    Roberto Agostini

    10/11/2014 18:35:35

    Il destino degli scrittori non deve ingannarci né il biografismo convincerci troppo, ma Dostoevskij giocava e anche Landolfi fu preso dal demone del tavolo verde, oltre che essere stato un magnifico traduttore del russo. In questi racconti antologizzati nel 1962, quasi tutti brevi e lapidari, l'assurdo è quotidiano, secondo il naturale grottesco dello stile landolfiano, che abitua il lettore agli improvvisi scarti di registro e a rivalutare il lessico nella sua ampiezza, come la vita nell'apparente suo ordine e disordine sconfinato. Non stupisce, quindi, che il giocatore chieda al mastro (Dio?)l'esatta portanza della trave cui vuole appendersi, non rinunciando però alla scappatoia (cederà al suo peso?); o che il robot innamorato vada in tilt, e un altro giocatore incontri il Doge, ricchissimo anche oggi, per confessargli la "volontà di perdere": ecco il demone segreto nel gioco dell'esistenza. Il racconto del titolo spiega la "società" in quattro quadretti ben dipinti, fra Settecento e Novecento, fra i bisogni delle dame prima di mettersi a tavola e le assurdità di un filosofo della Sorbona. Accanto ai tormenti storici e dell'attualità, Landolfi, ingaggiando il lettore amabilmente, interroga sempre l'artista sulla sua opera, e basta il ritratto dei "due figli di Stefano" - racconto nerissimo - per capire che aria tiri da queste pagine. Il borbottio arzigogolato di Landolfi anche se sfiora l'indecenza fra i Casanova sbottonati e i peti, ha un fine purissimo: lo si comprende nella revolverata che si spara lo scrittore ("vecchiotto") al termine della mattinata di lavoro: l'arte è una pedanteria; la prosa e la poesia, illusioni combinatorie che si spegneranno ridicolmente fra poco. Resta, nel suo sarcasmo inconsapevole, la vita che qui abbiamo registrata in vari modi. Il racconto più lungo riporta all'"eterna bisca", il secondo più lungo all'"eterna provincia". In entrambi un deluso, senza amore che per la sorte, gira nei suoi pensieri di rivalsa che mai giunge.

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