Artisti: Afghan Whigs
Supporto: CD Audio
Numero dischi: 1
Etichetta: Sub Pop
Data di pubblicazione: 5 maggio 2017
  • EAN: 0098787115024
pagabile con 18App

Articolo acquistabile con 18App

Disponibile anche in altri formati:

€ 19,50

Venduto e spedito da IBS

20 punti Premium

Disponibilità immediata

Quantità:
Descrizione

“Cleromancy” (cleromanzia) non è una parola che normalmente si trova nei testi di una canzone rock. Però nel caso di In Spades – il nuovo album dei The Afghan Whigs, dal quale è tratto il singolo “Oriole” – le cose sono decise unicamente dalla mistica dell’album stesso. Il termine significa predirre il destino da una serie di eventi casuali. Sin dalla copertina, In Spades, sfida l’ascoltatore ad aprirsi ad un mondo di metafore scure ed immaginari spettrali. È un disco spettrale dice Greg Dulli, compositore e voce dei The Afghan Whigs. “Non è un disco tematico, ma segue un filo conduttore. Parla di come la memoria finisca per confondersi con il presente molto rapidamente.” In Spades rappresenta la quint’essenza dei The Afghan Whigs; coniuga il Midwestern punk dei Die Kreuzen e Hüsker Dü, con le sinfonie psichedeliche dei The Temptations e l’hard rock dei Led Zeppelin e dei Lynyrd Skynyrd. Al contempo però l’album sposta i confine musicali dei The Afghan Whigs ancora più in là. La chimica tra i membri della band – Dulli, i chitaristi Dave Rosser e Jon Skibic, il batterista Patrick Keeler, il polistrumentista Rick Nelson, ed il bassista John Curley – permea tutto l’album. Sin dal loro ritorno sulla scena con Do To the Beast (Sub Pop 2014), il dado era tratto. “Alla fine del tour io e Greg abbiamo sentito la necessità di mantenere l’inerzia che avevamo creato durante i concerti, registrando un nuovo disco.” In preda ad un delirio creativo le nuove canzoni furono registrate senza limiti, ed in due settimane di lavoro al Marigny Sound Studio di New Orleans oltre la metà delle canzoni era pronta. “In ogni disco ho sempre avuto una “figlia prediletta” ed in questo caso è stata la canzone ‘Toy Automatic’ per la quale ho cantato con tutta l’anima e nella quale ho inserito una sezioni di fiati che danno alla canzone un impatto devastante” dice GregDulli. I testi sono pervasi da riflessioni sul tema della morte e derivano da un periodo della vita di Dulli durante il quale è stato costretto a riflettere su questi temi. Per esempio “I Got Lost” e’ stata scritta al momento in cui Dulli ha scoperto che il suo collaboratore di lunga data Dave Rosser aveva un cancro al colon. Inoltre, nel 2016 sono scomparse molte delle icone musicali che lo avevano ispirato a diventare un musicista, primo tra tutti Prince da sempre la stella polare della traiettoria artistica di Dulli. “Da Prince ho imparato l’importanza di evolversi costantemente.” Canzoni quali “Light As a Feather” e “John the Baptist” rientrano nel classic sound della band, mentre per altri brani la band ha esplorato terre sconosciute come in “Arabian Heights”, “Into the Floor”, “The Boys of Summer”, nella ballad “I Got Lost” e specialmente nel brano di apertutra dell’album “Birdland” con il suo jazzy feel, ed una melodia ispirata alla voce di Jimmy Scott.


In questo disco – l’ottavo, in una carriera che risale al 1986, con una lunga pausa tra il 2001 e il 2014 – i veterani Afghan Whigs si presentano al meglio del loro meglio. E se a prometterlo fin dal titolo (In Spades) è un tizio schietto e genuino come Greg Dulli (d’altronde è italiano d’adozione, amicone di Manuel Agnelli) c’è da fidarsi.

E già che stiamo parlando di parafernalia (il termine si presta), dobbiamo dire che l’illustrazione di copertina di Ramon Rodrigues è davvero perfetta per presentare il disco e per il primo singolo, Demon in Profile.

«È un album spettrale», ha annunciato Dulli, cantante, chitarrista e autore di tutte le canzoni, «parla di come i confini tra la vita e la memoria possano sfumare». D’altronde i testi della band – e degli eccellenti side project di Dulli, The Twilight Singers e The Gutter Twins – hanno sempre indugiato sui temi della morte e della violenza.

Ci sono momenti riflessivi – Oriole, I Got Lost, Birdland – che sembrano ispirati più ai lavori paralleli degli ultimi anni che al passato glorioso della band, dove la voce aspra e imperfetta di Dulli ha spazio per elevarsi, spesso accompagnata da archi, in momenti di intensità devastante. E pezzi come Arabian Heights o Copernicus, che avrebbero potuto entrare in album ormai di culto come Gentlemen o Black Love.

In generale In Spades è la perfetta continuazione del nuovo corso degli Afghan Whigs, dopo il reboot del celebrato Do to the Beast (2014): una band che ha sempre scansato con fastidio ogni etichetta e che è libera di abbracciare le proprie contraddizioni, senza inseguire nient’altro che i propri demoni. O essere inseguita da loro.

Recensione di Mario Bonaldi