L' incerta alleanza. Modelli di relazioni tra scienze umane e scienze naturali

Luciano Gallino

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1992
Pagine: XII-331 p.
  • EAN: 9788806129200
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recensione di Santambrogio, M., L'Indice 1992, n. 9

Sono davvero ambiziosi gli obiettivi di questo libro. Constatato, ancora una volta, che esiste tra le scienze umane e le scienze della natura una grave frattura, l'autore sostiene che un "collegamento più stretto... garantirebbe miglioramenti apprezzabili in più di un settore". Ma come promuovere tale collegamento? Ebbene, si tratta di costruire una nuova disciplina, una vera e propria scienza della scienza, la quale studi sistematicamente le relazioni che intercorrono tra i due gruppi disciplinari. Questa nuova scienza, di cui il libro getta le fondamenta, rientra in un certo senso nell'ambito della sociologia, che è "la disciplina che per definizione mira a individuare le connessioni tra tutti i campi dell'attività sociale e culturale". Solo in parte i suoi compiti si sovrappongono invece a quelli dell'epistemologia tradizionale, intesa come disciplina filosofica: infatti, a differenza di quest'ultima, che non ha mai aspirato ad avventurarsi nel campo delle predizioni empiriche' la scienza della scienza mette capo a previsioni del tipo "il trasferimento del modello X dalla scienza A alla scienza B produrrà probabilmente gli effetti Y, W, Z".
Ed è la natura di tali effetti che soprattutto dà la misura delle ambizioni del progetto: non si intende solo favorire un generico interessamento da parte dei ricercatori di una disciplina per gli obiettivi e i metodi dei loro colleghi in un altro settore, nella speranza che questo in qualche modo e per qualche ragione giovi a tutti loro, e a noi; n‚ soltanto "migliorare l'applicazione congiunta di scienze socio-umane e scienze naturali a progetti tecnologici e politiche ambientali; a una riforma culturale e organizzativa della scienza, a una rivisitazione delle responsabilità etiche degli scienziati; e a una diversa articolazione dei piani di studio nei licci e nelle università". Ciò a cui principalmente si mira sono veri e propri progressi teorici: "Una intensificazione mirata... degli scambi transdisciplinari lascia... prevedere una copiosa messe di progressi teoretici nei e tra i due gruppi di scienze". Un esempio dei problemi che una cooperazione più stretta tra le scienze socio-umane e le scienze naturali avvierà a soluzione è il cosiddetto "problema mente-corpo", il ben noto rompicapo per filosofi, psicologi, neuroscienziati e altri ricercatori.
Veniamo ora agli strumenti di cui si serve la teoria. Non possiamo certo passare in rassegna le 'technicalities' di un apparato teorico di grande complessità, che raccoglie e compone abilmente suggerimenti provenienti da diversi ambiti disciplinari. Dobbiamo però accennare almeno ad alcune delle categorie fondamentali a cui fa ricorso la teoria. Il nucleo portante della nuova scienza della scienza è costituito dalla teoria generale dell'azione, originariamente formulata da Talcott Parsons, ma rivista e arricchita dal nostro autore così da poter modellare efficacemente le azioni di un attore particolare: l'attore scientifico. Centrale nella teoria è il concetto di spazio d'azione - l'insieme degli esiti possibili delle scelte di un generico attore, strutturato dal variare dei due parametri della contincenza e della complessità. L'azione è circoscritta da norme, è condizionata da scopi, è legata alla disponibilità di mezzi. Tutte le scelte degli scienziati - le direzioni della loro ricerca, l'adozione di questo o quel modello, la divulgazione dei risultati raggiunti e anche la natura di questi stessi risultati - vengono rappresentate dalla teoria come particolari azioni, variamente disposte entro lo spazio d'azione umana, a sua volta articolato in quattro sottosistemi specifici - il sistema della cultura, del sociale, dello psichico e dell'organico. "Tutto ciò che un attore scientifico dice o fa è il risultato di una lunga e complicata sequenza di mosse nel suo spazio d'azione". Su questa base si viene poi a costruire una ricca tipologia di modelli - non solo modelli intrateorici, ma soprattutto modelli interteorici, modelli cioè di relazioni tra teorie diverse (in particolare, socio-umane e naturali). Un'impresa notevole, in cui trovano sistemazione i risultati di molte precedenti ricerche settoriali, distribuite su una vastissima area disciplinare, dalla filosofia alla storia della scienza.
Come si comporta questa teoria rispetto alle promesse che aveva fatto? Non considererò qui le parti del libro che riguardano la politica della scienza, le responsabilità etiche degli scienziati e i problemi della didattica delle scienze. Su questi temi Gallino ha una quantità di cose interessanti da dire che meriterebbero una discussione a parte. (Vorrei soprattutto richiamare l'attenzione sull'ultimo capitolo, "Modelli di relazione e curriculum universitario", sia perché le proposte che vi sono contenute mi sembrano in sé interessanti, sia perché si tratta a mia conoscenza di uno dei pochi esempi di interventi intellettualmente rispettabili sull'argomento della didattica universitaria che si siano avuti in epoca recente. Ma perché mai di questi argomenti si discute oggi così poco?). In questa sede tuttavia prenderò in considerazione soltanto le proposte teoriche di Gallino.
Credo di essere ben lontano dal sottovalutare l'impegno speculativo che esse hanno richiesto, ma devo anche dire che a mio giudizio i risultati, in termini di previsioni di avanzamenti teorici prodotti da un collegamento sistematico tra le varie scienze, sono inferiori alle attese. Alla fin fine tali previsioni non appaiono n‚ tanto circostanziate, n‚ tanto inattese che non potessero venir avanzate anche in assenza della teoria. Inoltre, anche sul problema mente-corpo, che avrebbe dovuto costituire una sorta di pietra di paragone, in vista della sua particolarissima posizione, all'esatto punto di incontro tra le scienze dell'uomo e le scienze della natura, non mi sembra che la teoria produca idee concrete e nuove per una soluzione.
Forse si tratterà del senno del poi: ma non avremmo forse dovuto, pensandoci bene, attenderci qualche delusione di questo tipo? Tra gli obiettivi della nostra teoria si trovavano, come si ricorderà, le previsioni del tipo "il trasferimento del modello dalla scienza A alla scienza B produrrà probabilmente gli effetti Y, W, Z". Ora, se tali effetti comprendono anche i progressi teorici delle scienze A e B - se cioè la teoria intende avanzare previsioni ad esempio di questo tipo: "è probabile che il tal problema sia più facilmente risolto dalla scienza B, se essa accoglie queste e quest'altre assunzioni di A", o comunque suggerimenti di analoga specificità -, allora sembra inevitabile entrare nel merito dei contenuti di A e di B e porli a confronto. Intendo dire con questo che la teoria non può limitarsi a considerare fattori che, a paragone dei contenuti, devono per forza apparire come esteriori - come gli scopi che si propongono i sostenitori di A e di B rispettivamente, i mezzi di cui dispongono, le norme che seguono o che violano e casi via. Sarà necessario (ma non è detto che sia ancora sufficiente) considerare il senso particolare, ovvero il contenuto proposizionale, di ciascuna delle affermazioni di A e di B e i rapporti istituiti da tale senso. Si tratterà in parte di rapporti logici e in parte di rapporti extralogici (del tipo di quelli studiati con grande impegno dall'epistemologia tradizionale) che intercorrono tra i contenuti specifici delle discipline in questione. Come si potrebbe altrimenti sperare di giungere a previsioni sufficientemente articolate?
Questi rapporti tra i contenuti delle discipline non rientrano tuttavia se non in minima parte nel quadro teorico prospettato da Gallino. È vero che egli prospetta un articolato repertorio di relazioni polari che possono intercorrere tra discipline diverse - un repertorio che comprende la relazione di compromesso e il suo contrario, il conflitto; l'isolamento e l'unificazione; la dominanza e la dipendenza; l'interpretazione e la purificazione; e così via. Tuttavia a me sembra che tale repertorio sia insufficiente a rappresentare la ricchezza anche dei soli rapporti logici tra le teorie. (Si possono avere ad esempio coppie di teorie che condividono una quantità di assunzioni, ma che su una certa proposizione si differenziano: una l'accetta, mentre l'altra accetta la sua negazione. Dovremo parlare in questo caso di compromesso o di conflitto o di quale altra relazione ancora? Mi sembra che nessuna delle relazioni elencate riesca a rendere giustizia alla specificità della situazione).
Si osservi che l'epistemologia tradizionale (ad esempio, quella del neoempirismo), nonostante entrasse nel merito dei contenuti delle teorie, si asteneva tuttavia rigorosamente dall'avanzare previsioni circa i loro sviluppi. Non credo che questo fosse dovuto solo all'assenza di un capitolo sulla pragmatica della scienza. Il problema è ben più profondo.
Comunque si concepisca la natura di una disciplina scientifica - come un complesso dinamico di affermazioni, secondo lo stereotipo del neoempirismo, o invece come una successione di azioni da parte di attori-scienziati, come suggerisce Gallino -, il problema di far previsioni sul suo futuro non può essere più semplice di quello di prevedere, dato un segmento iniziale di un discorso o di un testo, i suoi sviluppi successivi. Il paragone è suggerito dallo stesso Gallino: "Ultimato un primo segmento dell'azione, quello seguente si aggancia di solito in modo disciplinato, così come in un testo una frase fornita di senso continua secondi criteri anch'essi significativi quella che la precede". Ebbene, credo che nessuno oggi possa dire di avere la più pallida idea di quale sia In natura di tali "criteri significativi". Sappiamo che tali criteri devono essere abbastanza definiti e riconoscibili, poichè altrimenti l'azione e il testo non risulterebbero complessivamente coerenti; eppure non possiamo supporre che essi siano tanto stretti da permettere in generale una sola prosecuzione (o solo un numero finito di possibili prosecuzioni) del segmento iniziale dell'azione o della frase - ciò che indubbiamente ci consentirebbe di avanzare previsioni. Infatti, dato ad esempio un testo troncato (non importa quanto sia lungo, quanto sia "regolare" o "facile") noi non siamo assolutamente in grado in generale di prevederne il seguito. (Per convincervene, provatevi a prevedere la prossima frase di questo articolo) Forse Leibniz aveva in mente qualcosa di simile quando parlava di "inclinazioni che non necessitano". Ma che cosa intendeva dire esattamente?

recensione di Rasetti, M., L'Indice 1992, n. 9

Non c'è dubbio che la scienza - la scienza della natura - abbia giocato e giochi da sempre un ruolo dominante nell'insieme di quelle forze che determinano e controllano, ora come nel passato, l'evolversi della società degli uomini. Lo ha giocato su fronti diversi, da un lato perché scienza è conoscenza (e quindi dominio) dei processi che presiedono alla dinamica della natura e per ciò stesso ragione della predominanza della specie umana su tutte le altre, dall'altro in quanto ha generato la tecnologia, che da essa prende alimento e ragione di essere e quest'ultima è diventata strumento via via di progresso e di distruzione, di sempre nuovi miglioramenti, ma talora anche di drammatici peggioramenti della qualità della nostra vita.
Questo il tema di fondo da cui prende spunto Gallino, che da tali considerazioni iniziali fa emergere il problema che costituisce l'oggetto del suo "L'incerta alleanza": le scienze naturali non hanno fra i loro paradigmi una nozione di responsabilità etica globale che le orienti a un migliore servizio dell'uomo, mentre le scienze sociali, che sono attrezzate per cogliere spinte, stimoli e domande della società ai tecnologi e agli scienziati della natura, non dispongono dei mezzi e spesso, addirittura, del linguaggio per governare i processi di quella scienza che costoro praticano; occorre perciò creare i presupposti per formare una nuova figura di scienziato intermedio che faccia - con le sue competenze - da ponte fra scienze naturali e scienze sociali, il cui ruolo "politico" sia di indirizzare e controllare l'operato delle prime in accordo con le indicazioni che provengono dalle seconde.
Il libro si pone l'obiettivo di dare una risposta al problema formulando un'articolata teoria sociologica la quale - sviluppato preliminarmente un modello generale della scienza e, a partire da questo, un modello di relazione fra scienze - utilizza gli strumenti cognitivi ed epistemologici di tali modelli per proporre una gamma di funzioni che la teoria stessa può svolgere al fine di migliorare la razionalità delle strategie di politica della ricerca, di fornire agli scienziati della natura strumenti di valutazione delle conseguenze socio-culturali della ricerca e consentire quindi loro una completa consapevolezza delle proprie responsabilità morali, di elaborare "migliori" teorie scientifiche.
Pur avendo il libro momenti molto tecnici, la tesi in esso sviluppata è ben chiara e vorrei brevemente elaborare due riflessioni che la lettura mi ha ispirato.
Scienza e, in prima se non unica istanza, acquisizione - senza limitazione o vincolo alcuno - di conoscenza: ogni scienziato, ogni vero scienziato, sente in sé questa tensione a capire, a correlare e organizzare il cumulo grandioso di informazioni che il mondo naturale gli convoglia in una struttura coerente, organica, muoversi entro la quale sia come un fluire dal disordine verso l'ordine e al contempo dal particolare al globale. Scienza è cultura, ma è anche presupposto e fondamento della cultura: comprensione e conoscenza su cui la cultura costruirà, se mai, le sue strutture. Ne segue l'equazione che scienza è libertà: è invenzione (di linguaggi, di formule, di processi) e scoperta, ma scienza è anche necessità: è confronto delle idee e dei modelli con le stesse previsioni che essi generano, con il rigore dell'esperimento.
Per questo, nel tempo, la comunità degli scienziati della natura è cresciuta su se stessa accomunata dalla comprensione profonda di questa dinamica dialettica che la domina: ogni scienziato vero nel fare scienza opera come se i suoi referenti fossero solo altri scienziati, il cui processo di crescita intellettuale, come il suo, è una mescolanza di conoscenza, di fantasia, di "magia" (l'inglese ha una bella parola: 'serendipity', per descrivere quello che è una mistura di fortuna e intuizione), ma il cui vaglio è rigido e infinitamente severo: l'esperimento. Ed esperimento a sua volta vuoi dire universalità: chiunque lo ripeta, ovunque lo ripeta, deve ritrovare le stesse risultanze fenomenologiche, perché se e quando ha senso formulare una legge per un processo naturale, questa deve essere la stessa per ognuno. Progresso della scienza significa dunque sempre nuova accuratezza nel conoscere i fenomeni e quindi elaborazione di strutture teoriche che - pur inglobando come casi particolari le teorie precedenti - sappiano rappresentare tale nuova precisione osservativa e perciò includere sempre più ampi insiemi di fenomeni.
Ecco perché è così difficile pensare ad un rapporto di controllo della scienza da parte di chi gestisce la società.
Ben sanno quei politici il cui ruolo è di finanziare la ricerca di base, come sia arduo il loro compito: la loro scelta è godelianamente indecidibile; un progetto troppo accurato e articolato implica a priori e per sua stessa natura che l'informazione acquisita sarà scarsa; un progetto troppo vago e informe non consente loro di valutare la portata e la rilevanza degli eventuali risultati; una vera scelta, paradossalmente, andrebbe fatta a posteriori!
Ben diverso è naturalmente il caso delle scienze applicate e, in particolare, della tecnologia: lì le scelte di politica della ricerca hanno connotazioni sociali, perché un loro ruolo precipuo è proprio di contribuire a definire come l'uomo si collochi e si collocherà in rapporto con la natura ed esse incidono sulla qualità della vita e sui rapporti intersociali.
A questo livello lo "scienziato intermedio fra natura e società" auspicato da Gallino ha certamente una rilevanza operativa non indifferente ma è ovvio che quella stessa problematica di natura etica globale cui si vorrebbe assoggettare lo scienziato della natura si estende immediatamente a questa nuova figura, forse perché di fatto è intrinsecamente e necessariamente connessa alla funzione di scienziato.
Chi infatti definirà i vincoli morali per questo nuovo gestore della ricerca? Chi deciderà che imprese intellettuali di incommensurabile portata conoscitiva, la decodifica della struttura genetica, o la comprensione delle leggi dinamiche che sono alla base della stabilità del nucleo atomico o la chimica delle molecole complesse sono da imbrigliare o addirittura frenare perché qualche politico o industriale potrebbe, senza adeguato controllo, utilizzarne i principi per produrre mostri biologici, o armi letali o reattori soggetti a incidenti o veleni micidiali? Ma perché controllare lo scienziato e la sua funzione conoscitiva e non il politico nel momento decisionale o l'industriale in quello produttivo?
Più che non a manager e operatori di una nuova etica inter- e sovra- disciplinare (perché anche le scienze sociali, senza principi etici globali possono dare vita a mostri!) non sarebbe giusto pensare a meccanismi educativi e di gestione della vita collettiva grazie a cui questi principi siano veramente patrimonio comune e caratterizzante di un'umanità civile, che viva appieno il proprio preziosissimo bagaglio di libertà e di intelligenza? Una società siffatta considererebbe senza traumi lo scienziato della natura come un suo membro con gli stessi doveri e le stesse libertà di tutti.
Sono domande un po' retoriche le mie, che formulo per fare la seconda considerazione che i] libro mi ha ispirato.
La struttura del sistema scienza (con le sue complicate relazioni interne) - società, con le loro difficili relazioni reciproche, è struttura complessa. Di un sistema complesso, nel senso proprio della moderna teoria della complessità, ha tutte le caratteristiche principali: l'autosimilarità a varie "scale" (ho poco sopra cercato di spiegare come l'allargamento di relazioni che "L'incerta alleanza" prospetta, non faccia che riproporre, seppur spostati e riferiti ad una diversa organizzazione del referente scientifico, gli stessi problemi che l'autore individua nelle relazioni parziali fra scienze naturali e umane e società nel suo complesso), l'indecidibilità dei quesiti fondamentali, l'instabilità intrinseca rispetto a variazioni anche piccole o piccolissime delle condizioni ambientali.
La scienza è, entro la società, un frattale che si è insinuato a tutti i livelli, intellettuale e culturale ad un estremo, pratico e operativo dall'altro, adattandosi-seppure in modo interattivo-con i sistemi ideologici e religiosi, di prassi e di credo, entro cui dinamicamente si evolve. Questo ne fa un'esigenza fondamentale e profonda della specie umana, che non deve -io credo - pensare tanto ad imbrigliarla e controllarla con sovrastrutture operative o a classificarne l'evoluzione in una dinamica che, proprio perché il sistema è complesso, può non essere predicibile, quanto a farla sua strutturalmente, come diffuso, comune, universale paradigma di vita e di esistenza.