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Federico Zeri

Editore: Longanesi
Collana: Il Cammeo
Edizione: 3
Anno edizione: 2008
Pagine: 288 p. , ill. , Rilegato
  • EAN: 9788830405929

recensione di Castelnuovo, E., L'Indice 1986, n. 3

"Amò il mio amore con un'A perché è affascinante, lo odio con un'A perché è altezzoso" inizia una nota cantilena inglese che prosegue, sempre con parole in A, ad annunciare dove vive la persona amata (ad Aberdeen o ad Ancona per esempio) e di cosa si nutre (di acetosella o di armadilli). Qualsiasi lettera dell'alfabeto serve per continuare il joke a cui non riesco a non pensare quando apro un nuovo libro di varia battaglia di Federico Zeri. Come questo "Inchiostro variopinto" che raccoglie articoli apparsi tra l'82 e l'85 sulla "Stampa" e sull'"Europeo" e che fa dunque seguito a "Mai di Traverso" apparso, anch'esso presso Longanesi, nel 1982.
Si tratta di una cronaca di tre anni di fatti e misfatti, articolata in oltre sessanta pezzi, che va dalla grande mostra itinerante sul Seicento napoletano al congresso su Simone Martini a Siena e alla intermittente polemica su Guidoriccio, passando per le discusse celebrazioni raffaellesche, per le funeste pietre di Livorno, per la bella mostra ferrarese di Londra, o per quella romana, assai sgangherata, sugli Anni Santi. I ragguagli delle mostre non occupano che una piccola parte del libro, Zeri ha il genio dell'elzeviro, da una lettura, da un incontro, da un fatto recente, da un oggetto, un quadro, una vendita all'asta prende a dipanare avvolgenti (e urticanti) ragnatele tenute insieme da solidissimi fili.
Se mi vien fatto di pensare alla cantilena inglese è perché questo libro mi appassiona - appunto per i suoi mille fili - , perché è arrabbiato, ardimentoso, affascinante, ma insieme mi respinge per il tono (talvolta) arrogante, apodittico, assoluto. Zeri non va con mano leggera, non ha paura dello scandalo, n‚ del chiasso, n‚ dei cocci. Portae inferi non praevalebunt. Unicuique suum: il motto dell'"Osservatore Romano" potrebbe andargli a pennello. A ciascuno il suo; a ministri, soprintendenti, direttori, a consulenti ministeriali e cattedratici, ad Argan, Brandi, Palma Bucarelli, a Italia Nostra, Wwf, ad Antonio Cederna e Italo Insolera, o ad Adriano La Regina. I suoi bersagli preferiti sono le sciagure che quotidianamente accostiamo e che fanno parte dello sfascio ordinario del paese e dell'amministrazione delle Belle Arti, musei chiusi, monumenti in rovina, regolamenti idioti, vandalismi, mostre ridicole, cataloghi inverecondi, spostamenti pericolosi e indebiti di opere d'arte, arbitrii, vigliaccherie, connivenze, consorterie, complicità, ignoranze e cinismi.
Di fronte all'accomodante scetticismo nostrano che tace, lascia andare, insabbia, Zeri ha il coraggio di essere impietoso, di non dimenticare, di gridare, di puntare il dito. Il grande conoscitore si butta nella mischia in prima persona, scrive in modo da esser compreso da tutti.
Le sue frecce vanno oltre il malgoverno dei beni culturali, colpiscono entro un più ampio raggio costumi e atteggiamenti che ha in gran dispetto Non gli piacciono gli intellettuali, per esempio, che sospetta di ogni colpa e di ogni abbiezione, di opportunismo e di elitismo sfrenato. Così con compiaciuta iconoclastia condanna Eleonora Fonseca Pimentel per aver prima esaltato poi vituperato Ferdinando di Borbone (il fatto di aver pagato con la vita quest'ultimo comportamento è un fatto accessorio che non mitiga il fiero giudizio), così per esempio fustiga Cesare Garboli reo di aver rimpianto - parlando del mondo di Antonio Delfini - le strade di campagna "bianche e silenziose". In questo caso per fortuna l'avvocato Agnelli non ha potuto mandare al patibolo il colpevole di leso asfalto e di ingiuria aggravata all'automobile, ma anche se ciò fosse avvenuto non credo che l'ira di Zeri si sarebbe placata. Ed ora forse so ciò che mi allontana - a volte - dal libro di Zeri, il tono catoniano e assoluto che mi ricorda certi tratti - non i più lodevoli - di Roberto Longhi che per verve polemica e per indiscussa sicurezza poteva sommariamente liquidare anche imprese meritorie. Prendiamo per esempio la ricorrente polemica sullo scavo dei fori. Cosa vorrà mai dire che lo scavo stratigrafico è un metodo sorpassato? Si dica allora quali sono i metodi di scavi oggi à la page e che vantaggi presentano rispetto a questo. Ho letto relazioni di scavi stratigrafici che mi sembravano ammirevoli per serietà e risultati, ho conosciuto decine di giovani e meno giovani archeologi che mi sembravano preparatissimi e, il che non guasta, entusiasti per questi metodi. E non riesco a mettere insieme lo scandalo dei musei chiusi, dei monumenti in rovina, degli scempi urbanistici e delle mostre catastrofiche o progetti bislacchi come quello della demolizione del Vittoriano con gli scavi dei Fori. Né riesco a prendere sul serio la polemica sull'erre moscia che se ben ricordo era già stata portata avanti in anni poco fausti. È vero che recentemente qualcuno ha scritto che giusto era lo sdegno verso le inique sanzioni e forse dunque giusto è anche riprovare l'erre moscia.
Ma non creda il lettore di trovar solo inchiostri negri o biliari. In questo leggibilissimo libro c'è spazio anche per inchiostri rossi o dorati come quando, per respirare una boccata d'aria, Zeri esce dall'opprimente atmosfera dei mali culturali, per evocare qualche lettura sceltissima, magari un libriccino con dedica autografa di Marat ad Angelica Kaufmann, qualche incontro con arbitri del gusto, con aristocratici eccentrici, con amici miliardari, qualche quadro, magari visto tanti anni prima in vecchie fotografie e materializzatosi dopo tanto tempo, qualche bella mostra, qualche strabiliante vetrina newyorchese.
Infine un ultimo dissenso, malgrado il rispetto che ho per la tenacia e l'attenzione di Gordon Moran, malgrado certi fatti un po' beceri prodottisi a Siena, credo che il Guidoriccio sia proprio di Simone Martini. Se non allora quando? e come? e perché?