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Claudio Magris

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2006
Formato: Tascabile
Pagine: XXVIII-243 p. , Brossura
  • EAN: 9788804561910


“Viaggiare è una scuola di umiltà, fa toccare con mano i limiti della propria comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui una persona o una cultura presumono di capire o giudicano un’altra.”

Una raccolta di brevi scritti di viaggio, ricordi e appunti che vanno dal 1981 al 2004, interessanti in sé, ma illuminati da una prefazione che crea nel lettore una straordinaria consapevolezza: quella di avere di fronte un testo importante, una chiave di volta per la comprensione non solo dell’autore, ma anche del proprio modo di stare nel mondo e del proprio osservare. Mi soffermo in particolare sulla Prefazione perché gli scritti che compongono il volume assumono particolare significato, come si è detto, proprio grazie alle 28 pagine iniziali.

Importante è il nesso che Magris subito dà al lettore come spunto di riflessione: c’è una stretta connessione tra l’idea di viaggio e la scrittura, soprattutto oggi in cui si sente con maggior forza l’esigenza di un confronto con la realtà. Inoltre scrittura e viaggio significano sempre separarsi da qualcosa per scoprirne un’altra, allontanarsi da una certezza per avvicinarsi a una meta sconosciuta, a un’idea, a se stessi.

Vari sono i modi del viaggiare, ma fondamentale è la distinzione tra quello classico e quello moderno. Nell’Ulisse Joyce mostra l’ultimo esempio del primo: l’andamento è circolare, il ritorno è a casa, anche se proprio quell’esperienza ha modificato il significato che si attribuisce alla casa stessa. Il moderno viaggiare invece ha un andamento rettilineo (“una retta che avanzi pencolando nel nulla”) e diventa un fuggire, un rompere limiti e legami, lo scoprire la precarietà del mondo e quella del viaggiatore stesso e così l’io inizia a disgregare la propria identità e produrre un altro uomo, “un cammino senza ritorno, alla scoperta che non c’è, non può e non deve esserci ritorno”, che non si può e non si deve essere gli uomini di prima: è l’uomo di Musil, è l’”oltre uomo” di Nietzsche, nel significato vero di questa definizione. Quando ci si mette in viaggio si parte con tutto il carico delle proprie idee e delle proprie sicurezze, ma le situazioni, le necessarie digressioni, il nuovo rapporto col proprio corpo, con la precarietà dell’ambiente sempre modificato e modificabile rende il viaggiatore poco assertivo, ben capace di mediare, lo induce a un inibente timore di offendere l’interlocutore (bellissima a questo proposito la pagina dedicata al soggiorno in Iran).

Lo scrittore cerca di capire il mondo: anche il viaggiatore Magris cerca di capire i tanti mondi che gli si propongono, dai noti e familiari Paesi dell’est o del nord europeo, alla Cina, all’Australia, alla vicina Spagna. Viaggio come momento di ricerca, possibilità di un più profondo possesso del presente, libertà dalle piccole grane della quotidianità che imbrigliano l’anima chiudendola all’esperienza degli altri: “Dante sapeva che l’amore per Fiorenza, appreso dall’acqua dell’Arno, doveva condurlo a sentire che la nostra patria è il mondo, come ai pesci il mare”.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del libro:

Sulla strada di don Chisciotte

1. Tielmes, quasi alle porte di Madrid, non è ancora nella Mancia e non fa parte, a rigore, della "Ruta de Don Quijote", dell'itinerario del Cavaliere dalla Triste Figura. Il nostro viaggio di amici scioperati sulle sue orme inixia da questa cittadina anche perché qui abita uno dei più grandi conoscitori e studiosi dell'ingegnoso hidalgo e del suo errare, Manuel Fernàndez Nieto. La sua biblioteca è un universo cervantino, ma non meno seducente è la sua cantina del XVII secolo, con le sue enormi anfore di terracotta ed il buon umido odore di muffa. Anni fa, in questo sottosuolo è stato trovato un cane mummificato. Una cantina, tomba non meno regale di una piramide, come si addice al Don Chisciotte, il libro in cui il sublime e l'infimo, il sacro e lo scurrile, la fiducia nell'uomo e la sua irrisione, la fede ed il caos coincidono come il diritto ed il rovescio di una moneta. Anche per questo Dostoevskij pensava che quel libro potesse bastare, da solo, a giustificare agli occhi di Dio l'odissea dell'umanità. Aveva ragione, perché la ricotta maleodorante che cola sul viso di don Chisciotte, eroico, ridicolo e schernito, assomiglia al sudore di sangue di Cristo.
Tielmes è vivace, mostra la vitalità che caratterizza la Spagna, il Paese che in questi anni s'è rinnovato e trasformato forse più d'ogni altro, con incredibile creatività. In questa composta energia spicca, per contrasto, un bar chiuso e scalcinato, che reca - come un'allegoria in un teatro barocco - l'insegna "Bar Moderno". Oggi il Moderno, con la sua fede nel progresso e nella possibilità di dirigere il corso della storia, sembra un'anticaglia polverosa. Ci si muove e si vive in un Medioevo postmoderno, globale e sofisticato, che trasforma tecnologicamente il mondo a ritmi vertiginosi, ma non crede di potergli dare un senso. Don Chisciotte, cavaliere errante che pensa di essere antico, è l'eroe del Moderno per eccellenza; la sua sortita è la conquista del mondo, ma soprattutto la verifica del suo senso, la ricerca d'un valore forte che lo trascenda. Oggi quella modernità sembra arrugginita al pari delle sue armi e della saracinesca di questo bar, ma la ruggine splende talora come una spada incantata, accende riverberi di Eldoradi, bagliori di poesia e di significato.

2. Non è affatto sicuro che l'indefinito luogo della Mancia da cui è partito don Chisciotte sia, come vuole tutta una tradizione, Argamasilla de Alba. Forse il punto di partenza deve restare incerto, come la direzione nella quale s'avvia l'hidalgo, senza scegliere la via ma lasciando che la prenda a caso Ronzinante, il suo nobile e scalcagnato cavallo. La pianura della Mancia - piatta, quasi sempre uguale sotto il cielo diafano, solo vero confine l'orizzonte - è l'adeguato paesaggio di questo lasciarsi andare alla vita, perché sembra avere, come il deserto, infinite strade.
Anche una passeggiata sfugge al controllo preciso d'un disegno e di una volontà, perché non si può sapere se e cosa, al primo incrocio, farà deviare dal percorso previsto. Tutte le cose fondamentali - l'amore, la felicità, la sofferenza - accadono per caso o per grazia, quando si lasciano cadere le briglie e ci si lascia portare dalla vita come un bastone nelle mani d'un viandante. Se, andando così incontro a ciò che capita, si ricevono doni inattesi, ci si abbandona lietamente all'esistenza, fiduciosi nella sua magnanimità e pronti a credere che essa provveda meglio di noi a ciò di cui abbiamo veramente bisogno. Ma a qualcuno la vita non porta proprio niente oppure soltanto l'indecenza della sventura, cui si può contrapporre -dice una grande pagina di Antonio Murioz Molina, nel suo romanzo Beatus lile - solo una triste ironia. Allora si ha timore della stolta imprevedibilità della vita; l'orrore e lo sgomento che stringono il cuore inducono ad afferrare saldamente le briglie di Ronzinante, a dirigere con precisione maniacale il cammino, a tenere l'esistenza in pugno sino a stritolarla se si comporta male, a non fare un passo senza consultare mappe minuziose, tracciate per proteggersi dal disordine delle cose, che incute tanta paura. Ci si aggira per i corridoi di Kafka anziché per le pianure di Cervantes.
Don Chisciotte non ha paura; si offre all'incertezza del vivere, che gli porta disastri, legnate, porcherie, umiliazioni. Ma egli non ha fede nella vita, che non sa quel che fa, bensì nei libri, che dicono non la vita ma ciò che le da senso, le sue insegne. Per queste insegne egli si batte e viene quasi sempre ridicolmente battuto, perché quasi sempre il bene perde e il male vince. Ma nemmeno disarcionato egli dubita di quelle insegne. Argamasilla è la patria del baccelliere Sansone Carrasco che l'atterra, ma don Chisciotte atterrato afferma che la propria debolezza non compromette la verità di ciò in cui egli crede.

Recensioni dei clienti

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    simonetta cestarelli

    04/02/2007 12.14.02

    Questo libro si aggiunge agli altri scritti da Magris come cronache di viaggi,ma a differenza dei precedenti,organizzati nella narrazione in modo continuo,è frammentato in un insieme di racconti che raccontano una serie di piccoli viaggi dal 1981 al 2004 tra l’Europa e il resto del mondo.I racconti sono tenuti insieme da una splendida prefazione di ventotto pagine che è parte integrante ed irrinunciabile di tutto il libro,li riunisce e li contiene attraverso una riflessione ragionata dell’autore e da essa scaturiscono tutte le tematiche che il viaggiare evoca e che lui condivide e comunica al lettore.In quelle ventotto pagine c’è quello che rimane dopo un qualsiasi viaggio,non le immagini quanto :le emozioni,i ricordi, le riflessioni,qualcosa che emerge dallo scrivere e scaturisce da ciò che si è appena notato.Magris affronta la tematica dello scrivere e del trasferire le parole sulla carta, il nesso fra le parole e ciò che si e’ visto.La riflessione si concentra sul viaggio e sul significato del viaggiare,sul vivere inteso come viaggio continuo, come quello intrapreso nell’ Ulisse di James Joyce,un viaggio per conoscere se stessi per poi tornare a casa, ma anche un viaggio in linea retta,una specie di fuga, un essere qualcosa e attraverso il viaggio diventarne un’altra;nascere come nuova entità disgregandone una precedente,come in Nietzche.Parla delle nostre sicurezze che a poco a poco attraverso il viaggio vengono messe in dubbio,l’appartenenza ad un posto,la consapevolezza della precarietà,l’incontro con le frontiere,sia politiche che culturali ed ideologiche,ma soprattutto frontiere che sbarrano la strada a noi stessi.Viaggio dunque come conoscenza di sé,delle nostre paure,dei nostri limiti,come comprensione delle nostre culture e delle culture differenti,un percororso attraverso il tempo,vagabondaggio e ricerca di libertà,confronto con l’ignoto delle cose non viste e l’ignoto dentro di noi,un prendere tempo da un vivere incalzante,viaggio inteso come conoscere e riconoscersi.

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    Roberto

    15/12/2006 11.41.02

    Dalla Spagna alle Maldive, dalla Norvegia alla Cina, da Praga all'Australia. un completo giro del mondo in 39 brevi e brevissimi capitoli introdotti da una lunga prefazione e tutti uniti da un imponente sottofondo letterario che sorregge e in qualche modo giustifica questo "infinito viaggiare". L'autore dosa saggiamente l'apporto "professorale" che non è fine a sè stesso in un inutile sfoggio di cultura come purtroppo fanno altri intellettuali che "scendono" dalla cattedra e pubblicano per il vulgo. Non tutte le pagine producono la stessa tensione emotiva, anche perchè scritte in un arco temporale molto ampio, ma le migliori lasciano il segno. Finita l'emozione della prima lettura, si riapre il libro per ricavarne spunti per accrescere la propria cultura, la propria visione del mondo, per carpire dall'autore e dalla pletora di personaggi letterari intervenuti, ulteriori mete di conoscenza. Quando un libro appena terminato di leggere, ti invoglia a riaprirlo, ad esaminare la sua struttura, a ricercare alcune sue pagine, quello, secondo me, è un ottimo libro.

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