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Claudio Magris

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2008
Formato: Tascabile
Pagine: 280 p.

11 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Guide turistiche e viaggi - Letteratura di viaggio

  • EAN: 9788804583585


“Viaggiare è una scuola di umiltà, fa toccare con mano i limiti della propria comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui una persona o una cultura presumono di capire o giudicano un’altra.”

Una raccolta di brevi scritti di viaggio, ricordi e appunti che vanno dal 1981 al 2004, interessanti in sé, ma illuminati da una prefazione che crea nel lettore una straordinaria consapevolezza: quella di avere di fronte un testo importante, una chiave di volta per la comprensione non solo dell’autore, ma anche del proprio modo di stare nel mondo e del proprio osservare. Mi soffermo in particolare sulla Prefazione perché gli scritti che compongono il volume assumono particolare significato, come si è detto, proprio grazie alle 28 pagine iniziali.

Importante è il nesso che Magris subito dà al lettore come spunto di riflessione: c’è una stretta connessione tra l’idea di viaggio e la scrittura, soprattutto oggi in cui si sente con maggior forza l’esigenza di un confronto con la realtà. Inoltre scrittura e viaggio significano sempre separarsi da qualcosa per scoprirne un’altra, allontanarsi da una certezza per avvicinarsi a una meta sconosciuta, a un’idea, a se stessi.

Vari sono i modi del viaggiare, ma fondamentale è la distinzione tra quello classico e quello moderno. Nell’Ulisse Joyce mostra l’ultimo esempio del primo: l’andamento è circolare, il ritorno è a casa, anche se proprio quell’esperienza ha modificato il significato che si attribuisce alla casa stessa. Il moderno viaggiare invece ha un andamento rettilineo (“una retta che avanzi pencolando nel nulla”) e diventa un fuggire, un rompere limiti e legami, lo scoprire la precarietà del mondo e quella del viaggiatore stesso e così l’io inizia a disgregare la propria identità e produrre un altro uomo, “un cammino senza ritorno, alla scoperta che non c’è, non può e non deve esserci ritorno”, che non si può e non si deve essere gli uomini di prima: è l’uomo di Musil, è l’”oltre uomo” di Nietzsche, nel significato vero di questa definizione. Quando ci si mette in viaggio si parte con tutto il carico delle proprie idee e delle proprie sicurezze, ma le situazioni, le necessarie digressioni, il nuovo rapporto col proprio corpo, con la precarietà dell’ambiente sempre modificato e modificabile rende il viaggiatore poco assertivo, ben capace di mediare, lo induce a un inibente timore di offendere l’interlocutore (bellissima a questo proposito la pagina dedicata al soggiorno in Iran).

Lo scrittore cerca di capire il mondo: anche il viaggiatore Magris cerca di capire i tanti mondi che gli si propongono, dai noti e familiari Paesi dell’est o del nord europeo, alla Cina, all’Australia, alla vicina Spagna. Viaggio come momento di ricerca, possibilità di un più profondo possesso del presente, libertà dalle piccole grane della quotidianità che imbrigliano l’anima chiudendola all’esperienza degli altri: “Dante sapeva che l’amore per Fiorenza, appreso dall’acqua dell’Arno, doveva condurlo a sentire che la nostra patria è il mondo, come ai pesci il mare”.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del libro:

Sulla strada di don Chisciotte

1. Tielmes, quasi alle porte di Madrid, non è ancora nella Mancia e non fa parte, a rigore, della "Ruta de Don Quijote", dell'itinerario del Cavaliere dalla Triste Figura. Il nostro viaggio di amici scioperati sulle sue orme inixia da questa cittadina anche perché qui abita uno dei più grandi conoscitori e studiosi dell'ingegnoso hidalgo e del suo errare, Manuel Fernàndez Nieto. La sua biblioteca è un universo cervantino, ma non meno seducente è la sua cantina del XVII secolo, con le sue enormi anfore di terracotta ed il buon umido odore di muffa. Anni fa, in questo sottosuolo è stato trovato un cane mummificato. Una cantina, tomba non meno regale di una piramide, come si addice al Don Chisciotte, il libro in cui il sublime e l'infimo, il sacro e lo scurrile, la fiducia nell'uomo e la sua irrisione, la fede ed il caos coincidono come il diritto ed il rovescio di una moneta. Anche per questo Dostoevskij pensava che quel libro potesse bastare, da solo, a giustificare agli occhi di Dio l'odissea dell'umanità. Aveva ragione, perché la ricotta maleodorante che cola sul viso di don Chisciotte, eroico, ridicolo e schernito, assomiglia al sudore di sangue di Cristo.
Tielmes è vivace, mostra la vitalità che caratterizza la Spagna, il Paese che in questi anni s'è rinnovato e trasformato forse più d'ogni altro, con incredibile creatività. In questa composta energia spicca, per contrasto, un bar chiuso e scalcinato, che reca - come un'allegoria in un teatro barocco - l'insegna "Bar Moderno". Oggi il Moderno, con la sua fede nel progresso e nella possibilità di dirigere il corso della storia, sembra un'anticaglia polverosa. Ci si muove e si vive in un Medioevo postmoderno, globale e sofisticato, che trasforma tecnologicamente il mondo a ritmi vertiginosi, ma non crede di potergli dare un senso. Don Chisciotte, cavaliere errante che pensa di essere antico, è l'eroe del Moderno per eccellenza; la sua sortita è la conquista del mondo, ma soprattutto la verifica del suo senso, la ricerca d'un valore forte che lo trascenda. Oggi quella modernità sembra arrugginita al pari delle sue armi e della saracinesca di questo bar, ma la ruggine splende talora come una spada incantata, accende riverberi di Eldoradi, bagliori di poesia e di significato.

2. Non è affatto sicuro che l'indefinito luogo della Mancia da cui è partito don Chisciotte sia, come vuole tutta una tradizione, Argamasilla de Alba. Forse il punto di partenza deve restare incerto, come la direzione nella quale s'avvia l'hidalgo, senza scegliere la via ma lasciando che la prenda a caso Ronzinante, il suo nobile e scalcagnato cavallo. La pianura della Mancia - piatta, quasi sempre uguale sotto il cielo diafano, solo vero confine l'orizzonte - è l'adeguato paesaggio di questo lasciarsi andare alla vita, perché sembra avere, come il deserto, infinite strade.
Anche una passeggiata sfugge al controllo preciso d'un disegno e di una volontà, perché non si può sapere se e cosa, al primo incrocio, farà deviare dal percorso previsto. Tutte le cose fondamentali - l'amore, la felicità, la sofferenza - accadono per caso o per grazia, quando si lasciano cadere le briglie e ci si lascia portare dalla vita come un bastone nelle mani d'un viandante. Se, andando così incontro a ciò che capita, si ricevono doni inattesi, ci si abbandona lietamente all'esistenza, fiduciosi nella sua magnanimità e pronti a credere che essa provveda meglio di noi a ciò di cui abbiamo veramente bisogno. Ma a qualcuno la vita non porta proprio niente oppure soltanto l'indecenza della sventura, cui si può contrapporre -dice una grande pagina di Antonio Murioz Molina, nel suo romanzo Beatus lile - solo una triste ironia. Allora si ha timore della stolta imprevedibilità della vita; l'orrore e lo sgomento che stringono il cuore inducono ad afferrare saldamente le briglie di Ronzinante, a dirigere con precisione maniacale il cammino, a tenere l'esistenza in pugno sino a stritolarla se si comporta male, a non fare un passo senza consultare mappe minuziose, tracciate per proteggersi dal disordine delle cose, che incute tanta paura. Ci si aggira per i corridoi di Kafka anziché per le pianure di Cervantes.
Don Chisciotte non ha paura; si offre all'incertezza del vivere, che gli porta disastri, legnate, porcherie, umiliazioni. Ma egli non ha fede nella vita, che non sa quel che fa, bensì nei libri, che dicono non la vita ma ciò che le da senso, le sue insegne. Per queste insegne egli si batte e viene quasi sempre ridicolmente battuto, perché quasi sempre il bene perde e il male vince. Ma nemmeno disarcionato egli dubita di quelle insegne. Argamasilla è la patria del baccelliere Sansone Carrasco che l'atterra, ma don Chisciotte atterrato afferma che la propria debolezza non compromette la verità di ciò in cui egli crede.

Recensioni dei clienti

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  • User Icon

    bruno

    30/12/2015 22.27.31

    Ottimo libro che ti fa vivere le geografia e la cultura dei posti come se fossimo veramente li . L'amore per la complessità e lo sguardo scevro da pregiudizi rappresentano gli strumenti centrali di questo infinito viaggiare . Consigliatissimo anche se la scrittura non è semplice

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    andrew

    09/12/2015 15.38.26

    Un libro molto bello. La prefazione è un saggio sul profondo significato del viaggiare: - Viaggio come "persuasione", cioè "il possesso presente della propria vita, la capacità di vivere l'attimo, ogni attimo". - Viaggio come ricerca e come rinnovamento. "Molte cose cadono, quando si viaggia; certezze, valori, sentimenti, aspettative che si perdono per strada - la strada è una dura, ma anche buona maestra. Altre cose, altri valori e sentimenti si trovano, s'incontrano, si raccattano per via." Il viaggio come fuga dalla propria realtà quotidiana è "immorale". Perché "L'avventura più rischiosa, difficile e seducente si svolge a casa; è là che si gioca la vita, la capacità o incapacità di amare e di costruire, di avere e dare felicità, di crescere con coraggio o rattrappirsi nella paura; è là che ci si mette a rischio." - Viaggio come scuola di umanità. "Viaggiare insegna lo spaesamento, a sentirsi sempre stranieri nella vita, anche a casa propria, ma essere stranieri fra stranieri è forse l'unico modo di essere veramente fratelli. Per questo la meta del viaggio sono gli uomini; non si va in Spagna o in Germania, ma fra gli spagnoli o fra i tedeschi." - Viaggio come ritorno. "Conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, è l'emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell'attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo ... 'Perché cavalcate per queste terre?' chiede nella famosa ballata di Rilke l'alfiere al marchese che procede al suo fianco. 'Per ritornare' risponde l'altro".

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    Claudio

    21/06/2015 17.12.27

    La narrazione procede attraverso delle brillanti riflessioni maturate durante alcune esperienze di viaggio vissute dall'autore. Magris è sicuramente tra i più importanti intellettuali nel panorama nazionale; purtroppo, almeno in questo libro, la sua scrittura si presenta a tratti un pò accademica rischiando talvolta di apparire cattedratica, quindi poco agile.

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    Marias

    28/09/2014 20.10.35

    Claudio Magris ad ogni capitolo riesce sempre ad impartire qualche utile lezione di vita; riesce a cogliere il bello e l'importanza dei gesti che compongono la nostra esistenza , soffermandoci ad osservare e a cogliere la bellezza anche della abitudinario , la 'rassicurante banalità dell'ordinario' , la familiarità di ogni giorno , 'la ripetizione sempre nuova di ciò che rende incantevole lo scorrere del tempo'. E' forse questo il passo che mi è piaciuto maggiormente, a parlare di come oggi 'chi può vantare delle abitudini , quindi delle sicurezze, sia in realtà un privilegiato'. Il viaggio inizia con la preparazione della valigia, cercando di non dimenticare ciò che all'inizio crediamo indefettibile , preparando con cura ogni dettaglio e possibilmente cercare di ritardare il ritorno. Il viaggio , inteso come esistenza , come eterno divenire , imparare e mai approdare; poiché è la fine del viaggio e il ritorno 'ha a che fare con la morte' . Insomma , Magris è un vero poeta. Non racconta propriamente un viaggio , sono lezioni di vita , ad ogni capitolo riesce a fare un sunto delle esperienze , che sono la parte migliore ,aldilà di spesso confusi viaggi , impartisce una morale ; si sofferma su un concetto che vuole evidenziare e lo fa magistralmente . Consigliatissimo .

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