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Informatica solidale 2. Libertà di software, hardware e conoscenza

Mariella Berra,Angelo R. Meo

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Collana: Temi
Anno edizione: 2006
In commercio dal: 23 febbraio 2006
Pagine: 346 p., Brossura
  • EAN: 9788833916460
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Informatica solidale 2. Libertà di software, hardware e cono...

Mariella Berra,Angelo R. Meo

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Il successo di realizzazioni importanti come LINUX e più ancora di Internet frutto della collaborazione di migliaia di ricercatori e programmatori di tutto il mondo, che hanno operato a titolo personale, dà un contenuto di realtà alla prospettiva della 'informatica solidale'. Ai capitoli dedicati alle tecnologie e al mercato dell'informazione, fanno seguito quelli dedicati al confronto con il software proprietario, all'analisi degli aspetti socioeconomici della nuova modalità di sviluppo del software. Infine, nell'ultimo capitolo, si discute la questione di carattere generale della proprietà intellettuale, di cui il caso dell'informatica e del software è soltanto un esempio emblematico.
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Mariella Berra e Angelo Raffaele Meo, la sociologa e l'ingegnere, aprono una finestra sul mondo della libertà informatica e della conoscenza, evitando, già a partire dal titolo, di riproporre sterili diatribe tra free software (software libero) o open source software.
Il software è il linguaggio che ci permette di comunicare e di far funzionare l'hardware e la sua importanza è evidente se si pensa al legame tra scrittura e conoscenza, che nel passato ha rappresentato un patrimonio esclusivo di chi esercitava il potere. La storia si ripresenta e il software proprietario, "leggibile" solo dai suoi autori, rende gli altri programmatori e gli utilizzatori dipendenti dagli scribi moderni, scribi di codice proprietario.
La definizione: "L'espressione 'software libero' si riferisce alla libertà dell'utente di eseguire, copiare, distribuire, studiare, cambiare e migliorare il software" non fa nessun riferimento al lato economico; è quindi evidente che libero non significa gratuito e che l'accessibilità al codice sorgente è una condizione necessaria ma non sufficiente per definire un software libero. Un esempio semplificatore potrebbe essere quello dell'automobile che in regime di software proprietario avrebbe il cofano sigillato e per qualsiasi problema il conducente si dovrebbe rivolgere esclusivamente alla casa costruttrice. Potrebbe sembrare normale se non fosse che al conducente non è garantita la riparazione e non gli è dato sapere cosa sia successo. Le automobili attualmente, e forse ancora per poco, sono a "cofano aperto"...
Anche un sistema di scambi liberi richiede delle regole: a questo scopo, nel 1984 Richard Stallman, ex programmatore del Mit e fondatore del movimento del software libero, ha messo a punto uno strumento legale: la gnu General Public License (gpl) prevede che il codice sia accessibile, modificabile e distribuibile a patto che venga applicata la stessa licenza anche a ciò che ne potrebbe derivare. Si instaura così un rapporto paritetico tra l'autore del software, gli utilizzatori e i programmatori che lo modificano, migliorano, ampliano. Da questo tipo di cooperazione dal sapore utopico nascono migliaia di programmi e alcuni sistemi operativi dei quali il più conosciuto è Linux, sviluppato dal 1991 da un'idea di Linus Torvalds, allora studente dell'Università di Helsinki.
Il libro si apre con alcuni capitoli ricchi di grafici e di tabelle, utili a inquadrare l'argomento e gli ordini di grandezza in gioco. Gli autori ci forniscono poi dati e strumenti finalizzati a condurre il lettore nel bazar del software libero senza incorrere nell'errore delle guerre di religione. Meo riporta un raffronto puntuale e pragmatico tra software proprietario e software libero dal punto di vista aziendale, mentre Berra introduce il lettore alle dinamiche sociali del fenomeno. Il quadro che ne deriva è molto completo e fa da preambolo a una panoramica sulle politiche dei governi che sposta l'attenzione dagli aspetti tecno-sociologici alla politica istituzionale.
A livello mondiale è ormai evidente che la pirateria del software è solo una soluzione provvisoria a colmare il divario tra paesi ricchi e paesi poveri; il Brasile è forse la più importante tra le nazioni che hanno intrapreso la strada del software libero. Un'azienda che passa al software libero è una notizia, ma che a passare al software libero sia un paese intero è un evento; non si sta solo cambiando prodotto bensì modello di sviluppo ed è questo cambiamento radicale che ha spiazzato i grandi produttori di software proprietario: alcuni di loro si sono rivolti alla giustizia e offrono gratuitamente software proprietario a scuole e istituzioni. Sergio Amadeu, tecnologo brasiliano, ha paragonato queste regalie alle prime dosi offerte dagli "spacciatori", a "un cavallo di Troia, un sistema per assicurarsi una massa critica di utenti"; per la cronaca la denuncia ricevuta per diffamazione è stata ritirata dopo l'ondata di proteste da parte della comunità del software libero.
Una comunità autorganizzata, composta da migliaia di programmatori disposti a scrivere codice e testare programmi, spesso gratuitamente ma a patto che il risultato della cooperazione non possa diventare proprietà di nessuno. Perché lo fanno? Si potrebbe pensare a una forma di volontariato oltre che a una sfida affascinante. A parte il fatto che molti lo fanno come lavoro retribuito, contano il piacere di programmare, sfidare il software commerciale e, non ultimi, il miglioramento professionale e la soddisfazione personale che si possono ottenere dal partecipare a una vasta comunità internazionale.
Molti altri sono gli spunti di riflessione; vorrei ancora ricordare l'ultimo capitolo, sulla proprietà intellettuale. Qui c'è la goccia che fa traboccare il vaso: si sta passando dalla protezione del prodotto alla protezione dell'idea che sta a monte del prodotto; cosa succederebbe se qualcuno brevettasse il procedimento per il calcolo del massimo comune divisore?
Il software libero pone le basi per un'economia della conoscenza realmente collettiva, basata sulla proprietà comune delle innovazioni prodotte dalla collaborazione che può convivere con l'utilizzo privato e commerciale delle applicazioni e dei prodotti derivati. La soluzione, infatti, non è l'abbattimento della proprietà privata, ma la realizzazione di un sistema che non permetta a nessuno di bloccare l'innovazione per interesse e consenta la redistribuzione della ricchezza. Qualunque sia il nostro ruolo nel gioco, programmatori, utilizzatori, produttori, venditori, ma anche solo cittadini, dobbiamo renderci conto che la battaglia per i diritti di proprietà intellettuale è il punto cardine per poter condividere l'innovazione e prendere parte ai benefici che ne derivano.
In questo quadro, segnalo ancora la traduzione italiana, appena pubblicata, dell'ultimo libro di Bruce Sterling La forma del futuro (Apogeo), un libro rivolto ad "ambiziose anime giovani (di tutte le età) che vogliono intervenire costruttivamente nel processo della trasformazione tecnosociale". L'autore ci dimostra come il software sia riuscito a uscire dai personal computer e stia colonizzando la quasi totalità degli oggetti di uso comune che ci circondano, fino a ritrovarlo in una bottiglia di vino. Sterling proietta nel futuro la fotografia sul presente di Berra e Meo, traccia le linee di una società del futuro dove si combineranno il potere computazionale con il bisogno di sostenibilità. Questa società del futuro è annunciata da una nuova generazione di oggetti, sintesi tra informazione e sostenibilità, non più considerati manufatti ma processi: gli spime (contrazione di space e time).
  Paolo Ariano
Note legali