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L' ingannatore di Siviglia. Testo spagnolo a fronte

Tirso de Molina

Traduttore: R. Paoli
Editore: Garzanti Libri
Collana: I grandi libri
Edizione: 2
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
Pagine: XXIII-282 p., Brossura
  • EAN: 9788811366416

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È cosa nota che nella prima metà del Seicento (grosso modo tra il 1620 e il 1630) circolavano in Spagna due versioni di un dramma che aveva come protagonista un certo don Giovanni Tenorio, rampollo di un'importante famiglia sivigliana, fortemente impegnato nell'attività amorosa: una, intitolata ¿Tan largo me lo fiaís? (Mi date una scadenza così lontana?), e l'altra El burlador de Sevilla y convidado de piedra (Il burlatore di Siviglia e convitato di pietra). Quest'ultima contenuta in una miscellanea di pezzi teatrali spagnoli pubblicata a Barcellona nel 1630 (ma elaborata probabilmente tra il 1626 e il 1628), con una precisa indicazione d'autore: "Comedia famosa del maestro Tirso de Molina"; la prima, invece, riportata da un pliego suelto non datato e privo di segni editoriali, con attribuzione a Calderón de la Barca.

Incerti sono i rapporti di interdipendenza fra i due testi (ferma restando la constatazione che si tratta di due versioni della stessa opera), a tal punto che le indagini finora condotte sull'argomento, tutte con dovizia di riferimenti testuali, sono approdate a due conclusioni opposte e contraddittorie: per alcuni (la maggioranza dei critici, in realtà) il pezzo intitolato ¿Tan largo me lo fiaís? non sarebbe altro che una redazione posteriore e corrotta del Burlador; per altri (una minoranza, ma estremamente qualificata), la priorità spetterebbe senz'ombra di dubbio a Tan largo, mentre il Burlador si collocherebbe in una fase successiva con evidenti tracce di interventi arbitrari e peggiorativi.

Comunque sia, ¿Tan largo me lo fiaís? rinvia al leitmotiv di tutto il componimento, ovvero a quell'esplicito atteggiamento del protagonista, più volte ribadito nel corso della vicenda, che rifiuta di fare i conti con la sua coscienza e quindi di redimersi perché ritiene lontano il momento del giudizio finale. El burlador de Sevilla y convidado de piedra, invece, si richiama in termini denotativi alla duplice dimensione del testo, giacché, per un verso allude alla principale attività del protagonista del dramma (il burlador, un sivigliano burlatore e ingannatore di femmine), e, per l'altro, alla singolare proprietà del suo antagonista-giustiziere (il convitato di pietra, appunto). Nel primo caso (Tan largo), com'è evidente, si pone l'accento sul problema teologico (di teologia morale) che offre al componimento il supporto ideologico indispensabile per garantirne l'esemplarità e giustificarne gli eccessi; nel secondo caso (El burlador), si tende piuttosto a sollecitare la curiosità dello spettatore orientando la sua attenzione verso la superficie diegetica del testo.

Per la verità, si tratta di due dimensioni, l'una semantica e l'altra pragmatica, che nel Don Juan, così come in tutte le altre opere di Tirso sottese allo schema avventura esemplare - riflessione dottrinale (basterà ricordare El condenado por desconfiado, Il dannato per poca fede) non solo non si escludono, ma appaiono perfettamente complementari, nel senso che l'una (quella diegetica) sorregge l'altra (quella teologico-dottrinale).

Tuttavia, a differenza del Condenado dove la riflessione dottrinale abbraccia questioni teologiche di grandissimo rilievo e di accesi dibattiti tra ordini religiosi appartenenti alla stessa comunità ecclesiale (come la predestinazione e la correlata dottrina della grazia), la dimensione pragmatica del Burlador non sembra giustificare un così grande dispendio di energie diegetiche come quelle che ruotano intorno alla figura di don Giovanni. In altre parole, l'illustrazione di una tesi "sacra" non problematica e, tutto sommato, estranea alle dispute dottrinali tra opposte fazioni come quella della "vigilanza cristiana", avrebbe potuto tranquillamente prescindere dalle avventure galanti di don Giovanni, il quale, guarda caso, non si danna per aver tenuto una condotta riprovevole nei riguardi delle donne, ma per la sua arroganza e per un ben marcato senso dell'onore che gli impedisce di venir meno alla parola data.

Da tutto ciò nasce spontaneo il sospetto che la fortuna del don Giovanni di Tirso, in quanto dramma e in quanto generatore di un mito, non dipenda tanto dalle sue implicazioni filosofiche, teologiche o dottrinali, quanto piuttosto dalla sostanza stessa delle sue componenti narrative.

Sintetizzando molto, è possibile affermare che il Burlador (l'ingannatore, come preferisce chiamarlo Robero Paoli, qui eccellente traduttore in versi del dramma tirsiano) nasce e si sviluppa sotto l'egida di due antitesi: la prima, "amore" vs. "odio", affidata a un personaggio le cui doti picaresche (ben sintetizzate nella definizione di "burlatore") fanno sì che il primo termine dell'opposizione (amore) venga trasferito nel dominio del secondo termine (odio) con la conseguente creazione di una miscela esplosiva ad altissimo potenziale drammatico. La seconda antitesi, "sacro" vs. "profano", trova, invece, la sua espressione in una figura ibrida (don Gonzalo de Ulloa, il convitato di pietra, che di fatto, è mezzo uomo e mezzo pietra) capace di trasformare la staticità del sacro nella dinamicità del profano (condensato il primo nel leitmotiv Tan largo me lo fiaís, e il secondo nella sentenza Quien tal hace, que tal pague, grosso modo, chi la fa l'aspetti), ovvero nell'unico vero antidoto capace di neutralizzare gli effetti devastanti dell'operato di don Giovanni.

Questa è la formula che un geniale drammaturgo spagnolo dei primi decenni del seicento lanciò sul mercato teatrale di Spagna e Portogallo, trovando un'immediata eco in Italia grazie alla rielaborazione di Giacinto Andrea Cicognini, e nobilitandosi in Francia, nella seconda metà del secolo, per merito della rivisitazione compiuta da Jean Baptiste Molière, che consentì alla figura di don Giovanni di entrare nel territorio della leggenda. Una leggenda che si propagò lungo tutto l'arco del secolo successivo (con Antonio de Zamora, Carlo Goldoni e Lorenzo da Ponte, il librettista di Mozart), finché in piena epoca romantica, soprattutto in virtù di un altro drammaturgo spagnolo (José Zorrilla), l'introduzione di un nuovo reagente (facilmente identificabile con la forza salvifica dell'amore) offrì a don Giovanni l'impulso necessario per addentrarsi nello spazio del mito.

E il risultato di questa formula, cioè il Burlador, viene qui proposto all'attenzione del pubblico italiano con un dotto ed elegante profilo storico-critico dell'autore e dell'opera elaborato da Andrea Baldissera, con una succinta ma succosissima prefazione di Maria Grazia Profeti e con le cure editoriali di Roberto Paoli a cui spetta sia la dimensione traduttiva (realizzata adottando l'impegnativa formula della traduzione in versi) sia quella testuale che palesa un'esplicita accettazione delle proposte fatte da Américo Castro nella sua ormai consacrata edizione del 1910.

Leggere o rileggere il Burlador di Tirso è un'operazione alla quale nessun ammiratore delle imprese di don Giovanni si può sottrarre; in questo contesto l'edizione ora diffusa dalla Garzanti si qualifica come uno strumento prezioso offerto a quanti vorranno approfondire o, più semplicemente, rivisitare con piena conoscenza di causa uno dei temi più affascinanti delle letteratura occidentale.

Recensioni dei clienti

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    silvia

    13/01/2009 15.24.51

    Tirso non è certamente il più grande fra gli autori del siglo de oro spagnolo e il suo " Ingannatore di Siviglia" ne è la prova. Si colloca fra commedia e tragedia. Il cinismo di don Giovanni non è convincente e la tragedia annunciata dal convitato di pietra è il deus ex machina necessario per concludere, per mezzo di una morale adeguata ai tempi e ai costumi, la vicenda turbolenta di don Giovanni. Ciò nonostante, l'assoluta amoralità di don Juan ha un suo fascino perverso, destinato a durare. Il libertino che muore senza pentimento ha un sapore sulfureo che sicuramente affascina.

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