Traduttore: A. Tagliaferri
Editore: Einaudi
Collana: Letture Einaudi
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 6 marzo 2018
Pagine: 176 p., Brossura
  • EAN: 9788806135867
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Descrizione

"Basta cercare, basta sbagliare, e si finisce per trovare, si tratta di andare per eliminazione."

Scritto in francese nel 1949, subito dopo Aspettando Godot, L'innominabile è il testo che conclude la trilogia iniziata con Molloy e proseguita con Malone muore. Il monologo su cui è costruito muta però radicalmente rispetto ai due romanzi precedenti, influenzato proprio dalla scrittura teatrale, fisica, orale, che Beckett aveva iniziato a sperimentare. Il protagonista, immobile in un corridoio nell'ombra, parla tra sé e sé, è pura voce: non la trascrizione «finto parlata» di un narratore che scrive la sua storia. La voce racconta brandelli di vicende di vari personaggi ma si intuisce che si tratta dello stesso personaggio con nomi diversi. Chi è questo personaggio? Meglio sarebbe dire: chi siamo? Il capolavoro di Beckett rappresenta proprio il superamento dell'identità coinvolgendo il lettore-ascoltatore come forse nessun altro libro ha mai fatto.

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Scritto nel 1949, subito dopo En attendant Godot, il romanzo L’Innommable chiude la trilogia composta da Molloy e Malone meurt. Dal 1947 Beckett aveva iniziato a scrivere in francese, ovvero in quella che era divenuta la lingua della sua “resistenza”(...).

Beckett inizia con l’eliminare il nome proprio del protagonista o di chi per lui, minando così le basi fondanti del novel, il genere letterario nato con Robinson Crusoe e Moll Flanders. La spersonalizzazione è tale che la voce di chi parla deve subito ammettere di non sapere nulla di sé.

L’assunto dell’indicibilità delle cose, teorizzato a inizio Novecento da Hofmannsthal, Rilke e Wittgenstein, è portato da Beckett alle sue più estreme conseguenze, l’io narrante avverte infatti che avrà “da parlare di cose di cui non posso parlare”. È la voce di qualcuno che si trova in un luogo di costrizione, in una situazione di paura, di stasi forzata. È nudo, al buio, privo di orientamento. Passa il tempo ascoltando rumori.

(...) La voce che parla usa le forme del linguaggio umano, modi di dire, pone domande retoriche, fino a quando si auto-nega anche questa figura linguistica. Tanto nessuno risponde... Eppure, l’abitudine, la di-speranza di poter avere un riscontro, fanno sì che – una volta spariti anche i punti interrogativi – egli seguiti a interrogarsi, fino alla fine.  (...). Tutto è ancora una volta detto, ripetuto e negato, per occuparsi poi forse di Worm, un’involuzione invertebrata di sé che non può cessare almeno di tentar di capire, e che nell’ultima parte del testo s’abbandonerà ad una digressione a mala pena ancorata a qualche segno di punteggiatura. Aboliti gli “a capo”, al lettore non è data requie neanche tipograficamente (...).

Qua e là appaiono però delle confessioni, forse chi parla era tornato a casa solo per uccidere la madre, forse era morto in guerra o di crepacuore per gelosia, forse ha spaccato la testa a qualcuno con la sua mazza ancora macchiata di sangue. L’unica sicurezza è che deve comunque andare avanti. Una, o più colpe vanno espiate. La sua condanna è a dover continuare, continuare, continuare. Einaudi propone l’ormai classica, impeccabile traduzione di Aldo Tagliaferro del 1996 corredandola, come per i precedenti titoli della trilogia e altri testi di Beckett in catalogo, da una preziosissima introduzione di Gabriele Frasca. (...).

Recensione di Elisabetta d’Erme