Insegnare al principe di Danimarca - Carla Melazzini - copertina

Insegnare al principe di Danimarca

Carla Melazzini

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Curatore: C. Moreno
Collana: La memoria
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 30 giugno 2011
Pagine: 362 p.
  • EAN: 9788838925696
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"L'autrice, Carla Melazzini, è, nella scrittura come nella vita, del tutto aliena dalla retorica e dall'indulgenza facile. Così, commozione, intelligenza e poesia stanno in questo libro con la asciutta naturalezza con cui può sbucare un fiore meraviglioso dalla crepa di un muro in rovina. Senza compiacersi dell'idea che la rovina sia necessaria ai fiori, e ne venga riscattata. Ne troverete di fiori in queste pagine, e di ragazzini fiorai, e anche di rovine. Uno lo anticipiamo qui, è un tulipano finto, così come l'ha raccontato una bambina che era stata bocciata in seconda elementare: - C'era una volta un fiore che non voleva essere un fiore, allora la fata dei fiori disse: 'Se tu vuoi diventare un essere umano io ti accontenterò ma se non ti piace, ti dovrai rassegnare perché non potrai più essere un fiore'. Il fiore accettò e la fata lo toccò con la bacchetta e lo trasformò in un essere umano. Il fiore si rese conto che la vita era difficile. La fata allora lo fece diventare un tulipano finto, per non farlo morire, poi scomparì per sempre. Carla ha chiesto a un compagno di classe: 'Secondo te che cosa ha voluto dire Concetta con il suo racconto?' 'Che il fiore non voleva morire e così la fata lo ha fatto diventare immortale.' 'Però l'ha trasformato in un tulipano finto! È meglio essere una persona umana e morire o essere un fiore finto e non morire mai?' 'È meglio morire.'"
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    RITA LUGARESI

    20/09/2018 20:08:33

    Un testo che ho ripreso in mano in più occasioni, per la chiarezza, la densità e l’autenticità delle sue pagine. L’autrice è stata una delle “maestre di strada” nei quartieri periferici di Napoli e per undici anni ha offerto ai ragazzi, che vivono situazioni di forte disagio sociale, la possibilità di terminare la scuola dell’obbligo. Il progetto educativo "Chance" nasce da una relazione costruita giorno dopo giorno, fondata su reciprocità e ascolto. Un ascolto che si sveste di pregiudizi e sa restituire agli adolescenti i significati e il diritto-piacere di esprimersi, accompagnandoli a superare la logica del ghetto, della violenza, della sudditanza. Le storie di vita si si intrecciano a riflessioni sulla società, sulla disuguaglianza, sul rifiuto della scuola, sull’insegnamento, su una educazione che perde i suoi ragazzi quando funziona a senso unico. Il libro è uscito alle stampe postumo, perché Carla Melazzini è scomparsa prematuramente e il marito Cesare Moreno ne ha curato l’edizione.

Chi era Carla Melazzini? "Una persona riservata e diafana", determinata, secondo il commosso ricordo del marito, Cesare Moreno, "ad affermare la propria identità contro ogni tentativo di cucirle indosso un vestito", "una delle poche persone, se non l'unica, ad abbandonare la Scuola Normale di Pisa di sua volontà e per dichiarata incompatibilità con un modo di fare cultura che sentiva lontano dal reale". Inevitabile, quindi, in quest'ottica di scavo nella realtà con gli strumenti della cultura, che un percorso nutrito di coerenza abbia condotto Carla Melazzini (scomparsa circa due anni fa) nella zona ai margini rappresentata da una scuola speciale di uno dei quartieri più popolosi e popolari di Napoli, in quello che per i giornali (di cui il libro riporta agghiaccianti stralci di cronaca) è il triangolo della morte governato dalla camorra.
Per il lavoro scelto Melazzini si impose (e il libro lo dichiara a più riprese con forza) l'abbandono di un ruolo e di un metodo e la ricerca di un "modo" che consentisse di incidere, all'interno del progetto "Chance", sulle vite fragili di adolescenti che non erano riusciti a completare il percorso di studi della scuola dell'obbligo. Il rovesciamento di prospettiva fu totale, come spiega l'autrice stessa parlando dell'apprendistato di un gruppo di insegnanti e di dialogo educativo alla vita: "Un insegnante di media cultura e umanità è presumibilmente disponibile a commuoversi sul dramma del giovane principe di Danimarca, e a riconoscere le ragioni dei suoi atti, anche i più estremi. Ma quanti insegnanti sarebbero disposti a riconoscere la stessa legittimità ai sentimenti di un adolescente di periferia che vive il tradimento della propria madre con l'intensità e la consequenzialità del principe Amleto?".
Allora, se – senza pietismi o sentimentalismi o retorica – l'apprendistato si sposta dallo studente all'insegnante (che deve continuamente negare il già noto e reinventarsi nell'osservazione attenta degli adolescenti), le esperienze del progetto "Chance" diventano significative non solo per i docenti di ogni ordine, grado e contesto sociale, ma anche per i cittadini costretti a fare i conti con riflessioni importanti per la società e i suoi valori. Come non meditare, per esempio, sul concetto – reso pregnante da chi ci governa da decenni – di "guadagno secondario"? Tale guadagno, che si materializza nell'accumulo di beni di consumo, come cellulari, giochi elettronici e televisori, è l'effetto di una rinuncia al guadagno primario (della formazione culturale o del corso di nuoto per i propri figli) che discende da una precisa consapevolezza della propria miseria e fragilità: "A chi tocca la prima mossa in quella in questa difficile partita? Probabilmente a una società che fosse civile, quindi persuasa che la cultura senza specificazioni, intesa prioritariamente come fiducia nella proprie capacità di conoscere, è un guadagno primario di valore assoluto, per i propri cittadini e per se stessa".
Ma alla società poco importa di quei ragazzi "fuori" e l'insegnante deve registrare progressivamente la trasparenza dei suoi studenti e il fastidio che la loro presenza suscita nella scuola (quando, per esempio, il disprezzo dei bidelli li ricaccia nella disistima di sé), per strada (dove un mondo di vecchi guarda con fastidio al gruppo di ragazzi in uscita) e spesso nelle famiglie, in cui paradossalmente si tende a lavorare nella direzione opposta al successo del figlio: "Qual è la colpa delle maestre? Pretendere che i bambini riescano. Perché è una colpa? Perché il successo dei bambini sarebbe la dimostrazione del fallimento dei genitori (…), quindi abbasserebbe oltre il limite tollerabile il già scarso rispetto che essi hanno di sé. Occorre dunque che le colpe dei genitori ricadano sui figli, di generazione in generazione".
In un simile contesto, come è possibile che questa insegnante ostinata discesa a Napoli dalla Valtellina non sia stata presa da scoraggiamento? Il segreto sta nella considerazione che lei stessa fa sulle radici delle piante delle sue valli alpine destinate a resistere e a espandersi. È un continuo lavoro nella direzione dell'umiltà e della consapevolezza e contemporaneamente in quella della rinuncia a sé: se un ragazzo esibisce il proprio sesso disteso sui banchi non lo fa per offendere la donna che c'è nella propria insegnante, ma per contraddire la voce diffusa nella scuola sulle modeste dimensioni del proprio pene. La ricostituzione del gruppo dei pari è un tratto importante nell'ambito del progetto "Chance", che coinvolge "anche quei ragazzi – e non sono pochi – che sono fuggiti alla scuola soprattutto perché incapaci di sostenere le tensioni e i conflitti interni al gruppo dei coetanei".
Il volume è ricchissimo di indicazioni preziose, di avvertenze per l'uso del mestiere di insegnante (che troppo spesso segue le sue idee di sé, del proprio lavoro, della cultura e della cosiddetta "utenza" della scuola). In poche pagine vengono raccontate vite destinate all'oblio (nell'ambiente che già avevano descritto i registi D'Ambrosio e Di Biasio nel film Pesci combattenti del 2001 e la scrittrice Paola Tavella nel libro Gli ultimi della classe edito da Mondadori nel 2000), si ragiona sull'uso del dialetto come antilingua giovanile che rafforza i legami del gruppo, sul valore delle immagini fotografiche, sulla valenza della rappresentazione teatrale (ché questo e non altro è in verità la giornata tipo in un'aula scolastica, con la differenza che bisogna anche maneggiare gli strumenti per ricondurre a un ordine tutti i rimossi e i conflitti emersi nel gioco della finzione).
Insegnare al principe di Danimarca è destinato a diventare un classico, come quella Lettera a una professoressa a cui si pensa costantemente, leggendolo, e con cui il libro condivide il tono del racconto di una verità lungamente taciuta. Alcune pagine andrebbero lette all'inizio di ogni anno scolastico, se le riunioni di insegnanti avessero anche la forza (al di là dell'appiccicume burocratico) di stabilire delle linee guida di lavoro o dei temi di riflessione. Illuminante la difesa della metafora come arma contro la potenza paralizzante della scuola ed evidente il rifiuto della moda strutturalista della dissezione del testo per cercare la fabula e l'intreccio e le funzioni di Propp: "L'incontro con il libro è un evento personale, intimo, di cui l'insegnante deve farsi mediatore. Basta una pagina, ma la lettura deve essere ad alta voce, ed espressiva, e chi legge deve trasmettere un evidente piacere". Monica Bardi
  • Carla Melazzini Cover

    Ha studiato a Pisa alla fine degli anni ’60, ha vissuto a Napoli. Molto attiva nei movimenti studenteschi, ha militato lungamente in Lotta Continua. Si è trasferita al sud negli anni settanta, e ha dato vita al progetto Chance, per offrire opportunità formative a bambini e ragazzi provenienti da famiglie in difficoltà. Progetto Chance, di cui Melazzini è stata animatrice indispensabile fino alla sua morte, avvenuta nel dicembre 2009, opera nelle zone più degradate della periferia napoletana. Su questa esperienza pedagogica e di vita, Sellerio ha pubblicato una raccolta di scritti di Melazzini, che è apparsa nelle librerie nel 2011 col titolo Insegnare al principe di Danimarca. Approfondisci
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