copertina

Insegnare oggi. Prima indagine Iard sulle condizioni di vita e di lavoro nella scuola italiana

0 recensioni
Con la tua recensione raccogli punti Premium
Curatore: A. Cavalli
Editore: Il Mulino
Collana: Studi e ricerche
Anno edizione: 1992
In commercio dal: 2 novembre 1992
Pagine: 304 p.
  • EAN: 9788815037466

€ 18,08

Venduto e spedito da Libreria Novissima Snc

Solo una copia disponibile

+ 5,00 € Spese di spedizione

Quantità:
LIBRO
Nuovo - attualmente non disponibile
Attualmente non disponibile
Leggi qui l'informativa sulla privacy
Inserisci la tua email ti avviseremo quando sarà disponibile
spinner

Grazie, riceverai una mail appena il prodotto sarà disponibile

Non è stato possibile elaborare la tua richiesta, riprova.

Gaia la libraia

Gaia la libraia Vuoi ricevere un'email sui tuoi prodotti preferiti? Chiedi a Gaia, la tua assistente personale

Gaia la libraia

Gaia la libraia Vuoi ricevere un'email sui tuoi prodotti preferiti? Chiedi a Gaia, la tua assistente personale

PACCHIANO, GIOVANNI, Di scuola si muore, Anabasi, 1993
FOFI, GOFFREDO, Benché giovani, e/o, 1993
CAVALLI, ALESSANDRO (A CURA DI), Insegnare oggi, Il Mulino, 1992
recensione di Giovannone, G., L'Indice 1993, n. 9

I ricercatori dello Iard usano un registro piuttosto asettico per definire l'immagine che gli insegnanti hanno di sé: "La maggioranza degli insegnanti intervistati... ritiene che nella nostra società negli ultimi dieci anni il prestigio sociale della categoria sia diminuito" ("Insegnare oggi"). Con più brutale immediatezza scrive Giovanni Pacchiano: Alzi la mano chi, in un incontro con un gruppo di estranei... non abbia provato un attimo di imbarazzo quando qualcuno gli chiedesse "Tu che cosa fai nella vita?' a rispondere 'Io insegno'. Come se ci fosse qualcosa di vergognoso, o di sporco, a svolgere una professione del genere" ("Di scuola si muore"). Il disagio è determinato da fattori troppo noti per ripeterli, ma per una categoria che, dalla stessa indagine Iard appare massicciamente dedita alla lettura dei giornali, la "letteratura del lamento scolastico", come la definisce Adriano Colombo ("L'Indice", n. 7, 1993), dov'essere una fonte di stress non secondaria. L'invito di Colombo a occuparsi dei tanti che lavorano seriamente, studiano, progettano soluzioni didattiche, ecc., è sacrosanto ma inutile. Anzi, la reattività alle critiche viene vista come una conferma della chiusura culturale della categoria.
La suddivisione tra buoni ("gli insegnanti di orientamento progressista" che accettano le critiche) e cattivi, senza che si entri mai nel merito delle critiche, si commenta da sola. E tuttavia è vero, ribattere punto per punto è inutile e anche un po' patetico. È giunto il momento di aprire una riflessione più generale attorno ai vizi di fondo del discorso sulla scuola, in primo luogo una certa irresponsabilità per cui la disinformazione si coniuga a una stupefacente facilità a scambiare le proprie idiosincrasie per assiomi. Come fa, ad esempio, Strik Lievers ("Il Mulino", n. 346) scagliandosi contro la legge 148/1990 (che sostituisce alla "maestra-mamma" il 'team' del modulo) con un pathos ("scelte gravi e di grande momento", "illusione catastrofica", "allontanamento dall'Europa") davvero eccessivo, se si pensa che gli alunni del tempo pieno o dell'asilo non hanno mai conosciuto la maestra unica. Che dire poi dei toni da crociata contro la "demagogia intimamente illiberale" della riforma solo perché essa implica un confronto tra insegnanti?
Il tono apocalittico, del resto, è una costante della pubblicistica sull'argomento, pervasa da una fastidiosa retorica dello "sfascio". Così, in una sua "Cartolina", Andrea Barbato auspica che la scuola elabori un sistema di valori che possa contrastare lo spettacolo di degrado morale offerto dalla nostra classe dirigente, ma si chiede: "È possibile, con questa scuola?", dove il dimostrativo lascia intravedere sfaceli inimmaginabili, gli stessi sottesi a un inciso de "il manifesto del mese" (luglio 1993), "nelle condizioni in cui versa il sistema-scuola" o alla domanda che Goffredo Fofi rivolge ai giovani: "A cosa serve una scuola come quella che vi trovate a frequentare?" ("Benché giovani").
Difficile contestare alcunché, quando si parte da queste premesse. Ma per gli insegnanti è anche difficile trarre suggerimenti dai contraddittori messaggi che giungono loro dai media. Anni fa, quando si insisteva molto sulla "pedagogia della ricerca", ho letto sullo stesso quotidiano un'invettiva contro i maestri che non sapevano insegnare "creativamente" e un invito di Arbasino a smetterla con la creatività e a tornare alle tabelline, una tendenza culminata nel famoso libro di Norberto Bottani, "La ricreazione è finita" (Il Mulino, 1986, recensito su "L'Indice", n. 10, 1986). E chi si è trovato a sfogliare il già citato numero de "Il Mulino" e il libro di Fofi ha trovato nel primo l'appello a estendere l'obbligo scolastico a sedici anni mentre nel secondo poteva leggere: "E oggi c'è perfino qualcuno che propone l'allungamento dei termini di carcerazione, in anni di scuola dell'obbligo!". Difficile anche conciliare le spinte della Confindustria e del Censis affinché anche nella scuola entri il concetto di "qualità totale" e le obiezioni della sinistra che bolla questi orientamenti come frutto di una "logica aziendalistica " ("il manifesto") che condurrà alla formazione di "esseri sempre più vicini ai robot" ("Benché giovani").
Certo, qui siamo ai livelli alti del dibattito, distanti anni luce dalle "parole in libertà" che si leggono sui quotidiani a ogni anno scolastico. E basta peraltro: in tutti o quasi i testi citati si lamenta la disattenzione nei confronti della scuola, tutti considerano questo silenzio una metafora delle "condizioni" in cui essa versa. Più che probabile. Però si potrebbero porre alcune domande, provocatorie ma non retoriche: e se questa "invisibilità" non fosse la spia di chissà quali catastrofi ma di normale funzionamento, di un servizio tutto sommato adeguato alle esigenze della società, nonostante le richieste talvolta bizzarre della società alla scuola? Siamo davvero sicuri che nonostante le aule fatiscenti, le mille rigidità burocratiche, la scarsità delle risorse, la dispersione scolastica nel Mezzogiorno, ecc., siamo davvero sicuri che la "qualità media" dell'istruzione in Italia sia scadente? La scuola inglese, obietterebbe Romano Prodi (cfr. il numero citato della rivista "Il Mulino"), è più "produttiva", nel senso che sforna un maggior numero di diplomati, ma non credo che il livello culturale fornito dalle 'comprehensive schools' sia paragonabile a quello dei nostri licei. La nostra scuola superiore è troppo selettiva? È possibile, ed è auspicabile pensare all'opzionalità di alcune materie. Però bisogna decidersi. Non si può piangere per le "stragi" del biennio e poco dopo parlare di faciloneria perché oltre il 90 per cento dei candidati supera la maturità. I problemi ci sono, eccome, dalla modesta padronanza comunicativa delle lingue straniere all'analfabetismo per quel che riguarda il diritto, l'economia, la statistica, l'informatica, come il raccordo con le aziende e il mercato del lavoro in generale, ma evocare lo "sfascio" conduce solo all'immobilismo.
Quanto ai "valori", e a certi appelli al "dover essere" rivolti agli insegnanti: "curiosi", "creativi", "aperti al nuovo", "attenti alla utilità sociale del servizio pubblico", portatori di "modelli alternativi" a quelli che hanno ispirato le carriere dei Prandini, De Michelis, De Lorenzo, verrebbe voglia di rispondere: perché, da dove dovrebbero trarre gli insegnanti tanta sovrumana energia morale? "Perché mai una ragazzina di sedici anni - si chiede Pacchiano - dovrebbe capire che lo studio è indispensabile per la vita, quando vede le ninfette... di Gianni Boncompagni... sbalzate dall'oggi al domani, dal nulla al successo, ai quattrini, alla fama? Effimera... ma effimera davvero? Più effimera dei tuoi due milioni al mese, coi quali ti sudi la vita per tutta la vita?".
Gli stupidi anni ottanta non sono mai finiti, i valori dominanti sono sempre quelli, inutile farsi illusioni. Molti insegnanti, fin dalle elementari, si sforzano di educare alla libertà e alla solidarietà, come chiede Fofi (anche perché, contrariamente a quanto egli pensa, non esiste una categoria meno "rampante", incapace persino di immaginare un "miglioramento del proprio status"). Ma per riuscirci davvero ci vorrebbe Gandhi, o Tolstoj, e forse chissà, anche loro rischierebbero di fare la figura dei soldati giapponesi smarriti nella foresta.
Note legali