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Richard Sennett

Traduttore: A. Bottini
Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Anno edizione: 2012
Pagine: 336 p. , Brossura
  • EAN: 9788807104770
L'ultimo libro di Richard Sennett, Insieme, è dedicato a Stuart Proffitt, il suo editor inglese, e a Elisabeth Ruge, la sua editor tedesca: entrambi sono "redattori che svolgono con perizia il lavoro redazionale, un mestiere quasi estinto", scrive Sennett a conclusione della prefazione, ed entrambi sono stati concordi, aggiunge, "nel raccomandarmi di curare di più la qualità della scrittura". E con ciò è già stabilita una precisa connessione fra questo secondo libro della "trilogia" a cui Sennett sta lavorando, dedicato alla cultura della collaborazione, e il primo, L'uomo artigiano, dedicato alla cultura del "lavoro ben fatto". Può un libro essere "ben fatto" in assenza di collaborazione? Obiettivo di Sennett è costruire le tre parti di questo libro (incentrate su come la collaborazione può essere plasmata, indebolita e rafforzata) mediante esempi concreti, tratti da ricerche antropologiche, storiche, sociologiche e politiche, e presentati in una forma che si presti alla discussione dialogica e al coinvolgimento critico di un lettore "intelligente e non addetto ai lavori". Scopo della sua scrittura non è "inchiodare il lettore in una particolare posizione" ma "praticare l'arte della collaborazione sulla pagina". Quanto al terzo libro della trilogia, ultima tappa di questo progetto, nel suo insieme definito da Sennett "Progetto homo faber", sarà dedicato a un mestiere "a rischio di estinzione", la progettazione urbana. Strettamente connesso alle ricerche presentate nei due precedenti, ci annuncia qui Sennett, il terzo sarà scritto con la speranza che "dalla comprensione del lavoro materiale e dalla collaborazione sociale possano scaturire idee nuove su come costruire meglio le nostre città". Difficile dirsi estranei a un progetto così concepito, incentrato sulle abilità tecniche e sulle competenze relazionali necessarie alla "conduzione della vita quotidiana": abilità e competenze che l'attuale società tende a dequalificare ‒ mediante la disuguaglianza materiale, che isola le persone, il lavoro a tempo determinato, che rende più superficiali i loro contatti sociali, e l'omologazione culturale dei gusti e dei consumi, oggi evidente in ogni campo, che non dissolve ma alimenta l'angoscia "tutta moderna" per la differenza ‒ e che in quanto tali non sono la "salvezza" ma la condizione perché "le grandi questioni del Senso e del Valore" non rimangono "astrazioni". La collaborazione al centro dell'indagine sennettiana è quella, "impegnativa e difficile", che può consentirci di comunicare – e di ascoltare – in alternativa al confliggere, facendo fronte a resistenze e differenze altrimenti insuperabili. La convinzione di Sennett, il nucleo della sua ricerca, è che la sensibilità per l'altro che caratterizza tal genere di collaborazione non sia una disposizione etica o uno stato della mente insito in ciascuno di noi, ma "scaturisca dall'attività pratica". Tra i molti, un solo esempio, la pratica della "riparazione". Pensare alla riparazione come a una pratica altrettanto significativa della fabbricazione, argomenta Sennett, ci attrezza a lavorare non "contro" ma "con" resistenze ed errori, ci segnala le varie possibilità che si aprono a fronte del cedimento di un oggetto, di una struttura, di una relazione. Quando si combatte contro una resistenza, quale essa sia, ci si concentra su come eliminare il problema più che sulla sua comprensione; quando si lavora con la resistenza si mette temporaneamente da parte la frustrazione provocata dell'essere bloccati nell'azione per concentrarci sul problema in sé. Quando l'errore sia trattato come un "dato interessante", il problema alla fine si risolverà. È una regola di condotta, quella che qui Sennett ci segnala, che evoca puntualmente l'invito, soltanto anagraficamente vecchio (1958), rivolto ai sociologi dal filosofo analitico Peter Winch: quello di non liquidare frettolosamente come "irritanti corpi estranei" le "perplessità filosofiche" che possono presentarsi nel corso di una ricerca empirica, ma di far procedere di pari passo ricerca empirica e concettuale, osservazione del "mondo" e indagine sulla parte che il linguaggio assolve nel definire i concetti che a loro volta definiscono "la forma" della nostra esperienza del mondo. Sullo sfondo del volume aleggia, salutare, l'ombra del "più dialogico di tutti gli scrittori", il padre della modernità, Michel de Montaigne, che sul finire della propria vita, ci ricorda Sennett a conclusione del proprio lavoro, inserì in un saggio scritto molti anni prima il seguente interrogativo: "Quando gioco con la mia gatta, come faccio a sapere se non sia lei che sta giocando con me?". Comprendere che cosa passi nel cuore e nella mente delle persone con cui dobbiamo collaborare non è facile; ma nondimeno, così come Montaigne non smise di giocare con la sua gatta, noi dobbiamo continuare a impegnarci nel lavorare con gli altri. Questa è la "semplice conclusione" che Sennett spera il lettore tragga dalla sua "tortuosa perlustrazione". Andrea Sormano