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José Saramago

Traduttore: R. Desti
Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2013
Formato: Tascabile
Pagine: , Brossura

68 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa straniera - Moderna e contemporanea (dopo il 1945)

  • EAN: 9788807881350


«Dove si andrebbe a finire se tutti passassimo a vivere eternamente, sì, dove si andrebbe a finire, domanderà l’accusa usando tutta la sua più bassa retorica, e la difesa, superfluo aggiungerlo, non ha avuto la presenza di spirito per trovare una risposta all’altezza della situazione, neanche lei aveva la minima idea di dove si sarebbe andati a finire.»

Potrebbe forse definirsi un romanzo utopico-filosofico questo ultimo di Saramago, anche se l’autore probabilmente non sarebbe d’accordo. È un viaggio immaginario, alla maniera di Swift, in cui un inesistente Gulliver, la voce narrante, Saramago stesso, racconta da testimone privilegiato un luogo senza tempo e senza coordinate geografiche in cui accade un evento straordinario: l’improvvisa latitanza della morte. Un’utopia che si trasforma in dramma e che, attraverso i vari rivoli della narrazione, propone tragedie singole e collettive legate a un unico tema: l’immortalità.

Un’immortalità che non limita la vecchiaia, che non impedisce la malattia, l’incidente, il coma, la sofferenza, l’handicap, il dolore fisico e morale. Un’immortalità destinata a creare un universo di vittime sempre più anziane e sofferenti, un esercito di incontinenti, un popolo di abitatori di case di riposo (‘le dimore del felice occaso’) e ospedali, in numero sempre crescente rispetto ai giovani che possono accudirli, ormai unica professione immaginabile per il futuro. Di fronte a questa situazione, come reagirà la popolazione sapendo che è sufficiente attraversare il confine per ritrovare una giusta e buona e logica possibilità di morte? Cosa decideranno i parenti dei malati terminali e quali saranno le prese di posizione del governo e della polizia e le valutazioni di tipo etico e religioso, considerando che, se da un lato la ricerca cosciente della morte può considerarsi suicidio o peggio omicidio, senza morte non c’è resurrezione e dunque non c’è Chiesa?

Da tempo Saramago non identifica più i suoi paesi con un nome o un preciso luogo geografico, così come non attribuisce più un nome ai suoi personaggi e i suoi romanzi hanno sempre più assunto un ruolo di riflessione profonda e talora sarcastica sulla nostra condizione sociale, politica e umana, uscendo dal particolare per entrare nell’universale. Per capire il senso di questa scelta sarebbe importante leggere in questa chiave Tutti i nomi, grande anticipazione anche del tema della labile, quasi burocratica linea di confine tra la vita e la morte, in un’ottica senza possibilità di salvezza, sia fisica che metafisica, ma anche Saggio sulla lucidità, capolavoro di narrativa politica: non a caso lo scrittore portoghese si definisce “ormonalmente comunista”.

Poi, all’improvviso, in questo Le intermittenze della morte il racconto lascia il piano collettivo per passare nuovamente a quello individuale, quando la morte si rifà viva, dopo i suoi sette mesi di latitanza, tornando a colpire le sue vittime e facendosi precedere di qualche giorno da una lettera di colore viola che annuncia l’evento, che torna a essere un fatto unico e personale senza via d’uscita. Senonché anche la morte, detentrice assoluta del potere (“io sono la morte, il resto è nulla”), può incappare in un imprevisto, che qui prende le sembianze di un violoncellista: un incidente dai risvolti imponderabili. La morte si fa vulnerabile e donna e, con la complicità di un semplice brano musicale, un brevissimo studio di Chopin, opera 25, numero 9 in sol bemolle maggiore della durata di soli cinquantotto secondi, compie un’azione che credeva impossibile portandoci a un finale bellissimo e travolgente e alla frase ultima, che è anche la prima, e che testimonia come tutto si ripeta senza scampo.

Più che sulla paura della morte è sul terrore della vecchiaia che si incentra il romanzo, terrore che tormenta la nostra società occidentale manifestandosi in vari modi: dalla spasmodica ricerca di un’apparente giovinezza, anche attraverso l’uso di strumenti di tortura come la chirurgia estetica, all’allontanamento degli anziani in luoghi appartati e “invisibili” come, appunto, ‘le dimore del felice occaso’: lontani dagli occhi, dal cuore e dalla memoria. Questo non è dunque un libro sulla morte, ma sulla vita perché non esisterebbe l’una senza l’altra, perché ogni vita terrena è destinata a una fine, ne ha bisogno per la sua stessa esistenza; è così anche per i patriarchi vegetali ai quali sono concessi mille ma non più mille anni.

“La morte è logica, è naturale: ci appartiene. Viviamo per morire e non vivremmo se non morissimo. L’eternità paradossalmente sarebbe infinitamente peggiore”.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr'ore, fra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato. Neppure uno di quegli incidenti automobilistici tanto frequenti nelle occasioni festive, quando l'allegra irresponsabilità e l'eccesso di alcol si sfidano reciprocamente sulle strade per decidere chi riuscirà ad arrivare alla morte al primo posto. Il passaggio dell'anno non aveva lasciato dietro di sé il solito rigagnolo calamitoso di morti, come se la vecchia atropo dalla dentatura digrignata avesse deciso di inguainare la forbice per un giorno. Sangue, però, ce ne fu, e non poco. Allucinati, confusi, accorati, a stento dominando la nausea, i pompieri estraevano dall'amalgama dei rottami miseri corpi umani che, secondo la logica matematica delle collisioni, sarebbero dovuti essere morti e stramorti, ma che, nonostante la gravita delle ferite e dei traumi subiti, erano ancora vivi e così venivano trasportati negli ospedali, al suono delle dilaceranti sirene delle ambulanze. Nessuna di quelle persone sarebbe morta strada facendo e tutte avrebbero smentito le più pessimistiche prognosi mediche, Per questo povero diavolo non c'è niente da fare, non varrebbe neanche la pena di perdere tempo a operarlo, diceva il chirurgo all'infermiera mentre quest'ultima gli accomodava la mascherina sul viso. Realmente, forse non ci sarebbe stata salvezza per il poverino il giorno precedente, ma era del tutto chiaro che la vittima si rifiutava di morire in questo. E quanto accadeva qui, accadeva in tutto il paese. Fino alla mezzanotte in punto dell'ultimo giorno dell'anno ci fu ancora gente che accettò di morire nel più fedele ossequio alle regole, sia quelle che si riferivano al nocciolo della questione, cioè, il concludersi della vita, sia quelle che attenevano alle molteplici modalità di cui esso, il suddetto nocciolo della questione, con maggiore o minor pompa e solennità, usa rivestirsi quando arriva il momento fatale. Un caso fra tutti interessante, ovviamente trattandosi di chi si trattava, fu quello dell'anzianissima e veneranda regina madre. Alle ore ventitré e cinquantanove minuti di quel trentuno dicembre nessuno sarebbe stato tanto ingenuo da scommettere un soldo bucato sulla vita della real signora. Perduta ogni speranza, arresisi i medici all'implacabile evidenza, la famiglia reale, gerarchicamente disposta intorno al letto, aspettava con rassegnazione l'estremo sospiro della matriarca, forse qualche parolina, un'ultima sentenza edificante analizzata alla formazione morale degli amati principi suoi nipoti, forse una bella e schietta frase all'indirizzo della sempre ingrata memoria dei sudditi venturi. E poi, come se il tempo si fosse fermato, non accadde nulla. La regina madre non migliorò né peggiorò, rimase lì come sospesa, dondolando il fragile corpo sul bordo della vita, a ogni istante minacciando di cadere dall'altro lato, ma legata a questo da un tenue filo che la morte, poteva essere soltanto lei, non si sa per quale strano capriccio, continuava a tenere. Eravamo ormai passati al giorno seguente, e in quello, come si è informato subito all'inzio di questo racconto, nessuno sarebbe morto.
Era già pomeriggio piuttosto inoltrato quando cominciò a correre la voce che, dall'inizio del nuovo anno, più precisamente dall'ora zero di questo primo gennaio in cui ci troviamo, non risultava che fosse occorso in tutto il paese un solo decesso. Si potrebbe pensare, per esempio, che la diceria avesse avuto origine nella sorprendente resistenza della regina madre a desistere da quel po' di vita che ancora le restava, ma la verità è che l'abituale bollettino medico diramato dall'ufficio stampa del palazzo ai mezzi di comunicazione sociale non solo assicurava che lo stato generale dell'inferma aveva presentato visibili miglioramenti già durante la notte, ma addirittura suggeriva, addirittura dava a intendere, scegliendo accuratamente le parole, la possibilità di un completo ristabilimento dell'importantissima salute. Nella sua prima manifestazione la voce poteva anche essere uscita con la massima naturalezza da un'agenzia di pompe funebri e traslazioni, A quanto pare nessuno sembra esser disposto a morire il primo giorno dell'anno, o da un ospedale, Quel tipo del letto ventisette non vuole davvero crepare, o magari dal portavoce della polizia stradale, È un vero e proprio mistero che, con tanti incidenti che ci sono stati sulla strada, non ci sia almeno un morto a titolo di esempio. La diceria, la cui fonte primigenia non venne mai scoperta, senza peraltro, alla luce di quanto sarebbe successo in seguito, che ciò importasse molto, non tardò ad arrivare ai giornali, alla radio e alla televisione, e fece rizzare immediatamente le orecchie a direttori, vice e capiredazione, persone non solo preparate a fiutare a distanza i grandi avvenimenti della storia del mondo, ma anche addestrate a ingigantirli ancora di più ogni qualvolta sia conveniente. Nel giro di pochi minuti c'erano già per la strada decine di cronisti investigativi a far domande a chiunque gli capitasse davanti, mentre nelle brulicanti redazioni le batterie dei telefoni si agitavano e vibravano nella stessa identica frenesia investigativa.

Recensioni dei clienti

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    Michele Lucivero

    14/06/2016 14.59.47

    Eros e Thanatos, Eros è Thanatos, ma quando c'è Eros non c'è più Thanatos e non si muore più. Se non fosse per quello stile così originale quanto complicato per la lettura e l'attenzione, l'opera sarebbe potuta uscire anche anonima ed essere facilmente attribuita ad uno scrittore della temperie mitteleuropea dei primi del Novecento, invece è di un portoghese morto qualche anno fa. Il quadro vagamente thomasmanniano nel quale si situa l'opera è dato dalla musica classica tedesca, dai riferimenti alla mitologia antica, dalle disquisizioni filosofiche e teologiche sulla costituzione del tempo in relazione alla vita e alla morte, che fanno da cornice in un tempo indeterminato e in un luogo imprecisato. Non solo, ma decadente è anche la rappresentazione della morte, protagonista principale, e quella del violoncellista, uomo solo, con passioni d'altri tempi e che sembra quasi puzzare di materiale incartapecorito. Sarà proprio lui, il violoncellista, a beffare la morte, a sedurla con la sua musica e a concederle un'altra pausa dal suo pesante e assiduo lavoro quotidiano. Forse perché sono innamorato, ma il messaggio che ricavo da questo simpatico esperimento letterario è, parafrasando anche un noto cantautore dei nostri tempi, che "l'amore è l'unico modo per fregar la morte!".

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    Clara

    02/01/2016 22.58.01

    In questo libro, la prima parte è molto interessante, stile tipico di Saramago, che descrive il "collasso" della società di fronte ad un evento inaspettato, un po' come in "Cecità". La seconda parte però non mi è piaciuta per niente, mi è sembrata copiata da un libro di fantascienza di infima qualità. Decisamente non il libro migliore di Saramago.

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    And the Oscar goes to ....

    14/12/2015 12.24.40

    Mah, che dire? "Cecità" mi era piaciuto di più. L'idea potrebbe anche essere originale ma il racconto mi ha coinvolto solo a tratti. Potendo, il voto sarebbe stato 2,5.

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    Fabio M.

    30/10/2015 23.38.42

    Dirò un'eresia ma ho trovato questo libro insopportabile, tanto che non ce l'no fatta neanche a terminarlo.L'idea è originale, ma lo stile pedante, più attento a fare sfoggio di farraginosi, irritanti virtuosismi che alla scorrevolezza e all'immediatezza hanno azzerato il mio interesse a proseguire nella lettura. Bocciato.

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    gennaro

    14/10/2014 12.15.38

    La maestria di Saramago è l'aspetto più rimarchevole del testo. La trama è carina, paradossale e profonda al tempo stesso, soprattutto nella prima parte del libro. La seconda parte del testo fa invece aumentare la valutazione globale, con un superbo spaccato di quotidianità che avvicina la morte al mondo reale. Se magari lo scrittore avesse tagliato un po' di più la prima parte ed avesse approfondito di più la relazione tra la morte ed il violoncellista il mio giudizio complessivo non avrebbe potuto essere altro che un bel 5/5.

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    Enzo

    28/08/2014 21.28.35

    "Il giorno seguente non morì nessuno". Così si apre e chiude questo surreale esperimento sociale di Saramago, in conformità al suo noto modus operndi. La compagine umana è il suo dichiarato campo d'indagine, la società usata come un laboratorio dove sfiziarsi in arzigogolati esperimenti fondati sulla semplice intromissione di un elemento assurdo e straordinario nel quotidiano. Ed ogni conseguenza e imprevisto scaturiscano dall'originale combinazione (l'intera nazione a cui capita la fortuna-disgrazia) vengono anatomizzati dall'acuto e attento sguardo dell'autore. Dapprima l'analisi è generale: facendo uso di una finissima logica dentro l'illogico, e per mezzo di una impareggiabile ironia, abbraccia ogni possibile risvolto dal punto di vista socio-economico-politico-etico-religioso-psicologico e quant'altro, e proprio quando questa contorta elucubrazione principia a stancare, Saramago aguzza la vista per focalizzarsi più intimamente sulla mitologica disertrice, scheletrica e incappucciata così come ce la consegna la suggestiva tradizione, per trascinarci in una storia appassionante e struggente.

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    P.G.

    04/06/2014 17.10.19

    Non è mai semplice recensire un libro di Saramago, figuriamoci se poi parla di morte e della Morte. Tuttavia, solo un scrittore simile può avventurarsi in un terreno così delicato e farlo con la consueta maestrìa che lo contraddistingue. A chi ha già letto libri come "Cecità", "La caverna", "Tutti i nomi", "Il Vangelo secondo Gesù Cristo", "L'uomo duplicato" e così via,non sembrerà strano che le "somme" si tirano soltanto alla fine. Quando la morte, forse, farà meno paura. Grazie alla letteratura e a chi le dà voce.

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    cama

    23/04/2014 07.26.50

    Un libro che meriterebbe 4 stelle ma che è penalizzato da una pessima punteggiatura. Sarà pure stato scritto da un premio Nobel ma non è giustificabile la quasi assenza di punti, la mancanza di virgolette per i dialoghi, nomi propri con le minuscole, domande senza punto interrogativo e via dicendo; alla lunga ci si abitua ma richiede uno sforzo notevole. In quanto alla trama ho trovato assolutamente ironica, arguta e dissacrante la parte iniziale in cui si immaginano le conseguenze di una improvvisa e malaugurata immortalità; l'umanità è tratteggiata in modo distaccato, quello appunto di un tristo mietitore. Tutto ciò però si perde nella parte successiva, alla luce della quale i primi capitoli non sembrano più l'inizio di un originale percorso nell'ipotetico, ma un lungo preambolo per giungere al fulcro della storia. Una storia che ho preferito alle pagine iniziali ma che rappresenta una caduta di stile per l'autore, che perde l'ironia e la singolarità per una strada che si conclude esattamente lì dove ti aspetteresti. Dopo uno spietato ritratto della nera signora, anche Saramago non resiste alla tentazione di descrivere una morte che si sente anche uomo.

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    angelo

    19/11/2013 23.40.49

    Ingredienti: una morte che si prende qualche mese di pausa dal proprio lavoro, una umanità che rivela tutti i propri limiti quando diventa immortale, la signora con la falce che si lascia distrarre nel proprio lavoro da un uomo qualunque, una storia che riesce a piegare la retta del tempo in un cerchio. Consigliato: a chi adotta una religione come farmaco anti-morte, a chi crede che la signora con la falce non abbia niente di umano.

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    alessandro

    12/02/2013 14.16.33

    Bel libro.....trama originale,lettura scorrevole a tratti umorista e a tratti riflessiva con un protagonista davvero eccentrica e speciale

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