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Alexandre Kojève

Curatore: G. Frigo, R. Queneau
Editore: Adelphi
Anno edizione: 1996
Pagine: 770 p.

22 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Filosofia - Storia della filosofia occidentale - Dal 1600 al 1900

  • EAN: 9788845912290

recensione di Sichirollo, L., L'Indice 1996, n.10

È il momento opportuno. Adelphi sa cogliere il 'kair¢s'. Sembrava dimenticato, Kojève, almeno da noi. Un articolo (Luigi Franco) in un numero de "il Centauro" (1985, n. 13-14) dedicato a storia e tradizione; qualche pagina di Agamben ("Il linguaggio e la morte", Einaudi, 1982), e il meglio, forse, alle spalle della "Rivista trimestrale" e fra le righe di "Lezioni su servo e signore" di Franco Rodano (1968-69, ma Editori Riuniti, 1990). Comunque restava legato al nome di Hegel e all'immagine esistenzial-marxistica quale discendeva - o sembrava discendere - dalle pagine dell'Appendice di questa "Introduzione" che apparve da Einaudi fin dal '48 con il titolo "La dialettica e l'idea della morte" in Hegel (vedi ora l'introduzione di Remo Bodei al reprint, 1991). Invece Kojève viaggia almeno da dieci anni fra il vecchio e il nuovo mondo, non sempre, come vedremo, in buona compagnia. E visto che presentiamo il suo hegelianum opus maximum ricordiamo qui subito - per dare un segno della sua importanza - l'ampia monografia di Dominique Auffret (vedi bibliografia, alla fine), gli studi dell'americano Michael S. Roth su Hyppolite, Kojève e Eric Weil, l'intervento in certo senso anti-Kojève di Gwendoline Jarczyk e Pierre-Jean Labarrière (autori anche di una nuova traduzione della "Fenomenologia", Gallimard, 1993, preceduti di poco da Jean-Pierre Lefebvre, Aubier, 1991), la traduzione delle kojeviane "Linee di una fenomenologia del diritto" (Jaca Book, 1990) e infine la nuova traduzione, di Vincenzo Cicero, della Fenomenologia dello spirito (Rusconi, 1995). Appunto, il momento opportuno. E rendiamo quindi omaggio all'eccellente risultato (una volta tanto va detto: il testo presenta notevoli difficoltà di vario tipo) delle fatiche ben spese (e mi auguro ben remunerate) del traduttore Gian Franco Frigo, che ha pure apposto una breve ma precisissima postfazione.
Chi, come chi scrive, ha cominciato i suoi studi intorno al 1950, incontrò subito Kojève, si leggevano "Temps modernes" e "Critique", si cercavano i libri di Aron, Koyré, Queneau, Eric Weil e notizie su di loro, sui loro rapporti. Oggi lo si studia, come si è visto, ma sopravvive sopra tutto il mito del suo seminario a Hautes Ètudes, magari perché c'erano Bataille e Lacan, come infatti ha rilevato la stampa nazionale annunciando questa bella edizione ("la Repubblica", 9 luglio 1996, e "il manifesto", 1| agosto 1996). Ma quanto allo spirito del tempo, chi si ricorda del dibattito fra Kojève e Leo Strauss sul "Gerone" di Senofonte, su tirannide e saggezza, ossia filosofia e politica? E del romanzo hegelo-kojeviano di Queneau, "La domenica della vita" (Einaudi, 1987)?
Non importa. Diamo per scontate queste letture. Mi domando allora come sia possibile dare un'idea in poche righe di questa "Introduzione". Come amano osservare gli inglesi, una volta tanto il risvolto ha a che fare col libro, non solo, ma ce ne offre una traccia, uno schema, precisi e comprensibili. Penso sia di Frigo e lascio a lui la parola: "Commentando la "Fenomenologia" (come dire: ricostruendo la genesi del mondo storico e l'articolazione dello Spirito), Kojève riuscì a mettere in evidenza alcuni nuclei roventi: innanzi tutto le figure del Signore e del Servo - e il gioco fra queste e le nozioni di Desiderio e Riconoscimento. Immensa è la carica eversiva di questi temi... Ovvie sono le conseguenze nella direzione di una lettura radicale sia di Marx sia di Freud. Ma anche il tema della fine della Storia, penosamente banalizzato in anni recenti, affiora qui come una sfida vertiginosa. Seguendo queste lezioni avvertiamo con rara evidenza la sensazione dell'elaborarsi di un pensiero mentre si formula, passo per passo. Così come percepiamo con perfetta nitidezza gli sviluppi (anche pratico-politici) a cui una certa linea speculativa può condurre. E niente può aiutarci a capire che cosa sia il lavoro del concetto come questo libro, con il suo procedere fatto di incursioni e di indugi fra le righe del testo di Hegel e nei meandri di una delle menti più affilate dell'epoca moderna".
Mente affilata, certo, sono d'accordo, e mi basterebbe la lettera su Platone che mi inviò (vedi "Quaderni di Storia", 1980, n. 12). Ma affilata dall'eccezionale ambiente culturale moscovita alto borghese dal quale proveniva (era nipote di Kandinsky). Nato nel 1902, comunista, se ne andò intorno al 1920 non senza peripezie, e poté vivere dei gioielli di famiglia (e dei proventi, pare, della Vache qui rit, la nota produttrice di formaggi che apparteneva a un parente) fino al 1940, in Germania dove studiò lingue orientali, poi filosofia con Jaspers, e in Francia dove incontrò Koyré (altro lontano parente russo): ne sedusse subito la cognata (che poi impalmò, per breve tempo), ma Koyré ne fu entusiasta tanto ammirava l'intelligenza e la cultura enciclopedica di quel giovane poliglotta - e dovendosi assentare gli affidò il suo seminario. Koyré, Eric Weil (pure accolto da Koyré quando lasciò la Germania nel 1933 dopo il dottorato con Cassirer), Kojève: Raymond Aron, noto anche come malalingua, non mancò di scrivere, nei suoi "Mémoires", di riconoscere in loro le sole persone di fronte alle quali (ahimè, sembra dire fra le righe) sentiva tutta la sua inferiorità.
Ebbe solo un'estate per preparare il seminario. Avrebbe detto che sì, aveva letto Hegel, ma della "Fenomenologia" non aveva capito quasi nulla. Una boutade, al solito. Comunque so per certo che quelle lezioni nacquero anche in casa Weil. Eric, che conosceva Hegel a fondo, trovò un interlocutore alla sua altezza per cultura, intelligenza e capacità di leggere i testi. Discussioni accanite, interminabili, occuparono intere notti, interi agnelli furono consumati, per non parlare dei vini intorno ai quali le discussioni furono altrettanto e forse più accanite. Weil e famiglia amavano Kojève (e Strauss se ne impermalì come risulta ora dall'epistolario citato qui in fondo) - ma Weil non condivideva neppure una parola delle sue tesi hegeliane: la coincidenza dello spirito assoluto con lo Stato universale e omogeneo, incarnato da Napoleone, la fine della storia e la sua prorogatio dal codice napoleonico allo stalinismo, maoismo e infine il japanese way of life, quindi fine della filosofia (la famosa nota aggiunta alla seconda edizione dell'"Introduzione"; cfr. qui pp. 541-44), nulla avevano a che fare con Hegel, tanto meno con la "Fenomenologia". Hegel vide a Jena l'anima del mondo a cavallo, è vero, ma si limitò a scriverne a un amico (Niethammer, 13 ottobre 1806); leggeva i giornali del mattino come una preghiera (come sanno tutti), quindi prese nota del Napoleone di Mosca, di Spagna e di Sant'Elena... Ma tutto questo evidentemente non interessava Kojève. In buona sostanza la sua "Introduzione" era l'immagine speculare atea di un'interpretazione teologica: non intendeva rinunciare a una teologia che aveva trovato nei filosofi russi e nei suoi studi orientali, e non voleva oggettivamente ammetterla. Le sue opere postume lo dimostrano.
Alla fine della guerra il nostro Kojève era senza soldi e senza lavoro. Robert Marjolin, uno dei suoi uditori, grand commis della Repubblica, l'artefice della pianificazione francese e del Mercato comune, lo inviò alla sezione economica del ministero degli Esteri (cfr. le belle e istruttive memorie di Marjolin, "Le travail d'une vie", Laffont, 1986). Sempre stalinista, brillò per acume e prudenza politica secondo autorevoli, non sospette testimonianze (Raymond Barre, primo ministro, Olivier Wormser, ambasciatore a Mosca, poi banchiere centrale, ecc.). Morì nel 1968 a Bruxelles durante una riunione del Mercato comune. Furono vent'anni felici passati fra i vip della diplomazia mondiale e dell'alta finanza, che hanno sostituito la vecchia aristocrazia, diceva: alla quale gli sarebbe piaciuto di appartenere, da buon stalinista, quindi borghese, razionalista, conservatore, quale di fatto era. Il suo snobismo trovò lo spazio dove esercitarsi, soprattutto in Giappone: "... come dire ottanta milioni di snob. In paragone ai giapponesi l'alta società inglese è un'accozzaglia di marinai ubriachi. Perché questo a proposito della fine della storia? Perché lo snobismo è la negatività gratuita" (intervista, "La Quinzaine Littéraire", 1968, n. 53: cfr. "Studi Urbinati", 1968, n. 1). E chiude dicendo: "Sono uno sfaticato e mi piace giocare... in questo momento, per esempio".
Non so quanti abbiano preso sul serio queste tesi. Fa piacere, è confortante ai nostri giorni, così grigi e così poveri di riflessione filosofica, che le abbia prese sul serio un giovane studioso e le abbia ribaltate, applicando a Kojève il suo stesso metodo, cioè leggendogli fra le righe. "Kojève dice snobismo - osserva Alberto Burgio, "il manifesto", cit. -: l'idea è che se una lunga vicenda di conflitti e violenza potrà mai essere riscattata (dunque finire), ciò avverrà quando sarà scomparsa dall'esperienza dell'ultimo uomo qualsiasi scoria di eteronomia. C'è un'idea di libertà assoluta al fondo di questa pretesa: nessun dominio - naturale o storico - è compatibile col dirsi umani. Tra Jena e Berlino non aveva inteso dire altro Hegel, ai suoi tempi; Kojève lo ripete da Parigi ai nostri, voce chiamante in un deserto".
Burgio ha ricordato qui la "Logique de la philosophie di Weil" (Vrin, 1950, uscirà in inverno da il Mulino), un'opera pensata nei "campi", che ha a tema l'irriducibilità della finitezza, cioè della libertà umana, che è al fondo violenza e male radicale, alla ragione e ai suoi discorsi (a mio avviso, la filosofia dopo Auschwitz) - nata dallo stesso seme, dice, hegeliano: ma non dalla "Fenomenologia", o meglio da una "Fenomenologia" ricondotta ai dati strutturali, politici, della "Filosofia del diritto" e della filosofia della storia che ne è il risultato (per altro cfr. il nostro "ritratto": "Eric Weil", "Belfagor", 1994, n. 1, con bibliografia). Non dimentichiamo, non stanchiamoci di ripetere che Hegel ha mostrato e dimostrato la coscienza politica del filosofare - un acquisto per sempre. Fuori restano, per dirla con Labriola, "le filosofie di privato uso e invenzione".
Leggiamo o rileggiamo Kojève su questa linea. In questo momento il meglio del suo pensiero è stravolto dall'abbraccio soffocante dei teologi della fine della storia, della negazione del moderno nel mercato mondiale, in una presunta liberal-democrazia universale. È la vicenda americana di Hegel-Kojève. Ironia o astuzia della ragione e/o della storia? Il nuovo mondo, nato come moderno, si chiude al teorico della modernità (e delle sue crisi) e lo accoglie come il filosofo della fine della storia. In questo quadro Fukuyama è significativo. Viene da Allan Bloom, che viene da Leo Strauss, Chicago. Bloom presentò in Usa la traduzione parziale inglese dell'"Introduzione" (Basic Books, 1969): passò inosservata ma fece fortuna in Canada, a Toronto, dove filosofi e scienziati della politica sono piuttosto vivaci (vedi Tom Darby e Barry Cooper). Bloom, con "La chiusura della mente americana" (Frassinelli, 1988), banalizza l'antistoricismo di Strauss fino a coinvolgere le basi "moderne" della Costituzione americana; Fukuyama "traduce" lo spirito assoluto nell'anonimato (!) del mercato mondiale. Tema comune: la storia non è un problema per la filosofia: la storia sono i valori assoluti, naturali, del passato e sono scritti una volta per sempre. Non resta che raccontarli. Dice bene Kenneth Minogue: "La rivoluzione americana è trasformata da Hannah Arendt [vicina ai circoli citati] in un romanzo greco" ("The Times Literary Supplement", 2 agosto 1996: "Friends and Foes", su Strauss, Carl Schmitt, Hannah Arendt). E con storia e filosofia come romanzo e racconto torniamo fra noi. Sapevamcelo! Non c'era proprio bisogno di varcare l'oceano: temi e autori sono di casa nella penisola. Teniamone lontano Kojève.


Bibliografia

DOMINIQUE AUFFRET, Alexandre Kojève. "Le philosophe, l'Ètat, la fin de l'Histoire", Grasset, 1990 (importante recensione di Mark Lilla, "The Times Literary Supplement", 5 aprile 1991, su Strauss e Carl Schmitt).
GEORGES BATAILLE, Alexandre Kojève, Jean Wahl, Raymond Queneau, "La fine della storia", a cura di Maurizio Ciampa e Fabrizio Di Stefano, Liguori, 1985.
BARRY COOPER, "The End of History. An Essay on modern Hegelianism", Toronto University Press, 1984.
TOM DARBY, "The Feast. Meditations on Politics and Time", Toronto University Press, 1990 (su Rousseau, Hegel, Koyré, Kojève).
GWENDOLINE JARCZICK, PIERRE-JEANNE LABARRIERE, "De Kojève à Hegel", Michel, 1996 (compresi Jean Wahl e Eric Weil).
GERMANA PARABOSCHI" Leo Strauss e la destra americana", Editori Riuniti, 1993.
MICHAEL S. ROTH, "Knowing and History. Appropriations of Hegel in 20th Century France", Cornell University Press, 1988.
LEO STRAUSS, "De la Tyrannie", Gallimard, 1954 (con l'intervento di Kojève; in italiano, a cura di Nicola De Sanctis, "Studi Urbinati", 1969, n. 1); edizione ampliata, con il carteggio Strauss-Kojève: "On Tyranny", The Free Press, 1991.
ERIC WEIL, "Hegel e lo Stato e altri scritti hegeliani", a cura di Alberto Burgio, Guerini, 1988.
LIVIO SICHIROLLO, "Eric Weil" ("ritratto"), "Belfagor", 1994, n. 1 (con bibliografia).
In "Fenomenologia e società", 1995, n. 2-3 c'è una sezione dedicata a "Hegel in Francia e Kojève", con contributi di Luigi Franco, Maria Laura Lanzillo, Massimiliano Guareschi.

Recensioni dei clienti

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    Diogene

    29/09/2014 04.20.47

    Con questo libro si impara che cos'è la filosofia!

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    Fabio Elemento

    05/05/2009 22.00.11

    Costa molto, è vero, il prezzo spaventa e il nome di Hegel terrorizzerà forse qualcuno..ma siamo di fronte ad un classico sempreverde della storiografia filosofica,un commento ad Hegel degno di quello che Averroè scrisse su Aristotele, per profondità e capacità analitica,oltre che per portata storica. La lettura di Kojeve presenta Hegel come filosofo sempre attuale, e l'idealismo assoluto diviene una delle grandi alternative dello spirito umano. Kojeve non si limita a presentare la filosofia hegeliana,ma la rielabora coerentemente. Leggere questa grande Opera arricchisce lo spirito: i quasi 57 euro di spesa sono nulla di fronte alla Grandezza speculativa di cotal testo. Un libro prezioso che lo studioso serio DEVO possedere nella propria biblioteca. Un appunto: sconsigliato a coloro che hanno una conoscenza superficiale di Hegel, poichè Kojève entra in profondità con una forza argomentativa molto penetrante,seppur chiara e limpida. Forse andrebbe letto dopo aver letto quell'altro Monumento del pensiero umano che è la fenomenologia dello spirito.

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