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Io venía pien d'angoscia a rimirarti

Michele Mari

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2016
Pagine: 150 p., Brossura
  • EAN: 9788806228965
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Febbraio 1813. In una sonnacchiosa Recanati, Carlo Orazio Leopardi annota sul suo diario il comportamento sempre più strano del fratello maggiore, Giacomo Tardegardo. La vita familiare nel palazzo avito, al cui centro è la grande biblioteca, procede per il resto come sempre, con i tre fratelli (compresa la sorella minore, Paolina) che fanno lega tra loro per sopravvivere dinanzi alla bigotta tirannide dei genitori. Ma assieme alle inspiegabili bizzarrie di Tardegardo, fuori dal palazzo accadono eventi sempre più sinistri, in corrispondenza con la luna piena. E proprio dalla luna il maggiore dei giovani Leopardi sembra essere ossessionato, mentre da scartafacci polverosi emerge una oscura storia di antenati lupeschi...

Tra pallottole e lame d’argento, zingari cacciatori di licantropi e prelati forcaioli, conversazioni erudite ed esercizi ginnici, omicidi e rime, il breve romanzo (il secondo di Michele Mari, apparso nel 1990 per i tipi di Longanesi), diviso in 48 capitoletti, scorre veloce verso una splendida pagina finale. (…) La vita e il suo male si oppongono alla letteratura impersonata dalla biblioteca di casa Leopardi. Verso la fine del libro, Giacomo giunge a spiegare il male che lo corrode come una sorta di reazione alla sua clausura erudita, agli studi matti e disperatissimi (“io volevo capire e fui tutto della filosofia e della scienza,dell’astronomia e della storia, e intanto il lupo si rinselvava sempre più nel profondo...”), e preannuncia la sua conversione alla poesia come una speranza e un presagio di salvezza (“una cosa mi è chiara: questo spasmo di vita involuta che mi preme e tumultua nel petto non alimenterà più nessun Saggio, e chissà, forse allora non ci sarà uopo d’argento, e il lupo uscirà dalla selva, e insieme correremo... la poesia, quella che salvò in gioventù l’infelice Torquato, forse salverà anche me”). Ma tutta questa tematica, che in autori meno avvertiti si risolverebbe in qualche banalità pseudo-psicanalitica, qui resta affidata a tocchi leggeri e discreti, evitando ogni sovraccarico di simboli .Si sa che due grandi passioni di Mari sono il romanzo gotico e il pastiche. Qui entrambe trovano una felice sintesi, certamente determinata dall’aver innestato la trama fantastica alla salda intelaiatura del romanzo storico. Il pastiche è ubiquo in Mari. E’chiaro però che, se frasi come “Alle corte ‘l raggiunsi, ed ei con la sua usuale bontà mi fe’ intendere di non avercela meco” sono attribuite al diario segreto di Carlo Leopardi nell’A.D. 1813, il tutto riesce  assai più credibile che non nel diario della naja di un ventenne negli anni settanta. E anche le immancabili liste bibliografiche di Mari, ovviamente, appaiono meno stravaganti se, come in questo caso, si inseriscono nel quadro degli studi giovanili di Leopardi. D’altronde, la struttura del romanzo storico rende più straniante il contrasto con la ghost story (…).

Recensione di Luca Simonetti