L' isola di Allah. Luoghi, uomini e cose di Sicilia nei secoli IX-XI

Salvatore Tramontana

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2014
Pagine: X-416 p., Brossura
  • EAN: 9788806222796
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  L'isola di Allāh è un testo davvero importante, destinato ad affermarsi come un classico del suo settore, in cui si ricostruiscono, con scrittura elegante e ricchezza argomentativa e in modo affascinante e minuzioso, la vita quotidiana e le trasformazioni sociali di un'isola, la Sicilia, che già Roberto Sabatino Lopez definiva "specchio d'Oriente e d'Occidente". Un territorio che le cronache musulmane consideravano parte integrante dell'islām, e la cui capitale Palermo era divenuta così importante da essere sovente indicata nelle fonti come al-Madināt an-nabī, cioè "città per antonomasia": appellativo emblematico che suggeriva una parentela toponomastica con la città del Profeta, lasciando intuire per la località siciliana un ruolo di centro spirituale nella geografia sacra dell'islām medievale di giurisdizione magrebina. Sicché ben si comprende come ancora nel 1184 il pellegrino andaluso Ibn Jubayr, approdato a Palermo nel corso del viaggio di rientro dalla Mecca, pur riconoscendo che la città era ormai perduta, implorasse Iddio affinché la rendesse ai musulmani, incerto se condannare re Guglielmo II per la sua miscredenza "politeista" o ammirarlo "perch'ei sa leggere e scrivere l'arabico", e, più ancora, perché durante un terremoto, vedendo i propri sudditi musulmani sbigottiti, "li confortò dicendo: 'Che ognuno di voi invochi l'Essere che egli adora, e in cui crede"; probabilmente più compiaciuto che scandalizzato per aver visto le donne cristiane comportarsi "come le musulmane" e, al pari di quelle "ammantate e velate", uscire di strada la notte di natale e incedere "verso lor chiese sovraccariche d'ogni ornamento" in uso presso le donne islamiche. Le vicende politico-militari della conquista musulmana dell'isola (dallo sbarco a Mazara del Vallo nell'827 sotto il comando di Asad Ibn al-Furāt, dotto giureconsulto più che guerriero, sino al disgregarsi dell'emirato retto dalla dinastia kalbita nel secolo XI) sono rilette in una prospettiva nuova, non limitata ai soli aspetti evenemenziali. Di qui l'attenzione per la composizione etnicamente assai eterogenea dell'armata musulmana, con le conseguenti lotte intestine tra le varie componenti tribali, lotte che resero complessa la fase di consolidamento e poi la gestione del potere; di qui anche l'analisi sottile delle aspettative celesti e, al contempo, delle concretezze terrene presenti nel jihād: un concetto non esaminato astrattamente ma in relazione al processo di trasformazione del rapporto fra religione e guerra allora in atto nel mondo islamico; di qui, infine, l'indagine sui rapporti prima con la fragile e periferica sovranità bizantina e poi con gli stessi siciliani, cristiani o ebrei che fossero, sino alla naturale collocazione dell'isola nel panorama strategico del mondo musulmano e specialmente di quello nordafricano dell'emirato aghlabida di Ifrīqiya che tendeva a raggiungere una sempre più sostanziale autonomia da Baghdad. Fu, l'invasione musulmana, un movimento di migrazione e di conquista destinata, malgrado le non poche difficoltà e contraddizioni, a una penetrazione che ebbe nella storia della Sicilia un'influenza di gran lunga più significativa di quanto si è spesso creduto, ed è appunto nell'esame dell'azione e degli esiti del dominio musulmano che L'isola di Allāh mostra tutta la sua ricchezza e il suo fascino. Al di là dei condizionamenti politico-teologici, propri di una società in cui una suprema osservanza religiosa compendiava in sé tutti gli altri elementi senza annullarli, restava infatti la pratica di vita quotidiana dei musulmani e della loro convivenza con le popolazioni soggette, così come restava la realtà dei mutamenti da essi apportati, e in primo luogo nel paesaggio agrario. Ché, se nei primi tempi della conquista lo sconvolgimento fu ampio ma non radicale, successivamente, soprattutto con il progressivo radicarsi alla terra della componente berbera costituita in gran parte di contadini, le ripartizioni dei fondi tolti ai vinti causarono profondi rivolgimenti nell'ordinamento della proprietà contribuendo, di fatto, alla frammentazione di una tradizione latifondista persistente in Sicilia fin dall'epoca imperiale, e non intaccata neppure dai provvedimenti attuati dall'imperatore bizantino Leone III al tempo della lotta iconoclastica. Ne conseguì l'avvio di un diverso modello di habitat e di un regime delle terre assai articolato, fondato non esclusivamente sulla detenzione dei beni fondiari ma sulla dinamica dei possessi, sulle forme di produzione e sulla funzionalità dei mercati. Nuove le forme di uso del suolo, ma nuove anche le pratiche agricole e le culture importate dai conquistatori che, grazie anche all'espansione mondiale dell'islam, conoscevano numerose specie di piante, di legumi e di frutta di qualità sino ad allora sconosciute, la cui produzione "non era solo un fatto tecnico, dovuto cioè all'introduzione e all'uso di nuove pratiche agricole, ma culturale perché integrato in un sistema agrario che non si esauriva sul piano economico, ma coinvolgeva l'intera società nella domanda di beni e servizi e quindi nella dinamica del vivere quotidiano". È del resto significativo che negli anni della dominazione musulmana, per fronteggiare la scarsità di acqua, si diede vita a un vasto programma d'irrigazione del suolo tramite la costruzioni di cisterne e canali tesi a imbrigliare le piogge, oltre che di sofisticati impianti, quali la ruota idraulica, introdotti allora per la prima volta nell'isola. Parimenti fu ristrutturato il territorio, specie sugli spazi collinari sui quali prosperavano colture arboree e vigneti, in modo da evitare che l'acqua piovana trascinasse a valle la terra, provocando frane e denudamento progressivo dei suoli. Era questa capacità l'esito di un'abitudine all'attenta osservazione dei fatti, ma anche il frutto di un'operazione culturale iniziata alla corte abbaside di Baghdad con il ricupero (lo ha ben mostrato Dimitri Gutas, Pensiero greco e cultura araba, Einaudi, Torino 2002) attraverso le traduzioni della sapienza e della scienza greca. Certo è che per quegli anni è ampiamente testimoniata la presenza di varie specie di piante introdotte dai musulmani e fra queste la canna da zucchero, il cotone, la canapa, probabilmente il grano duro, il pistacchio, la melanzana, le prugne armene, gli spinaci, il gelso e taluni agrumi. Culture che avrebbero presto contribuito a mutare anche in varie zone d'Europa il paesaggio agrario e le abitudini alimentari, specie dei ceti più abbienti, anche se fu ancora la produzione estensiva dei cereali, presente nell'isola da millenni, a restare la base fondamentale di sostentamento e del successo commerciale per il potere dominante. Età di profonde trasformazioni agrarie, ma anche di grande sviluppo urbanistico: coerentemente con la vocazione cittadina dei musulmani, le città, in quanto centri dell'ordinamento amministrativo e punto d'incontro, di preghiera e di tensione della fede islamica, si affermavano come luoghi privilegiati di dinamica sociale ed economica. Esse erano fulcro di attività commerciali che si diramavano all'interno per gran parte dell'isola e all'esterno in direzione del Maghreb, dell' Ifrīqiya, della Spagna, dell'Egitto con una flotta che "riusciva a controllare sul piano economico, anche se non sempre su quello militare e politico, il Mediterraneo". Ripopolate e trasformate sul piano urbanistico, le città si configuravano anzitutto come centri religiosi in cui si esprimeva non soltanto la volontà di un impero, ma di una civiltà la cui attività edilizia si manifestava in primo luogo nella costruzione di moschee in cui si esprimeva la convergenza fra dimensione trascendente e assemblea dei fedeli. Moschee che erano anche la sede in cui si rendeva la giustizia, si insegnava, si conservava il denaro pubblico, e dove i fedeli si riunivano per discutere di problemi politici, sociali o per risolvere le immancabili dissidenze in armonia con una religione intesa come continua sorveglianza di ogni esistenza. L'isola di Allāh non è dunque "una storia dei musulmani in Sicilia ma la storia dell'isola e di quel che in essa accadeva durante una delle tante dominazioni succedutesi nel tempo", è, in altre parole, un tentativo perfettamente riuscito di individuare, per i secoli IX-XI, i luoghi le "cose" e gli uomini di Sicilia, indagati con un equilibrio sapiente tra fatti politici e militari da una parte e caotico e affascinante brulichio della vita dall'altra.   Mario Gallina