L' isola di Sukkvan

David Vann

Traduttore: S. C. Perroni
Editore: Bompiani
Anno edizione: 2011
Pagine: 194 p., Brossura
  • EAN: 9788845266546
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:

€ 8,00

€ 16,00

Risparmi € 8,00 (50%)

Venduto e spedito da IBS

8 punti Premium

Disponibile in 5 gg lavorativi

Quantità:

€ 8,64

€ 16,00

Usato di Libraccio.it venduto da IBS

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    BB

    21/09/2012 11:11:48

    Storia di un padre che convince il figlio di 13 anni a passare un anno su un'isola deserta e gelida dell'Alaska, dove dovranno procurarsi il cibo e trovare il modo di passare il tempo. Fin dall'inizio è dura, per poi diventare durissima, e non dico altro per non svelare nulla, posto che la storia, che credi ti porterà dritta in un punto, in realtà porta altrove. Ben scritto, poco retorico nonostante ce ne fosse il pericolo concreto, contrariamente alle aspettative non è la natura che rende la vita difficile, ma proprio l'uomo e la sua psiche. Claustrofobico nonostante si svolga quasi interamente all'aperto, duro ma consigliatissimo

  • User Icon

    Mauro

    16/01/2012 15:16:44

    A lungo l'Alaska ha rappresentato l'ultima frontiera degli Stati Uniti, per molti una frontiera permanente, uno spazio dove la wilderness mette a dura prova l' uomo e le sue debolezze. Un padre cerca di rinsaldare il rapporto con il proprio figlio appena entrato nelle turbolenze dell'adolescenza portandolo nell' isola che dà appunto il titolo al romanzo, compresa nel penultimo stato degli USA. Ma in quel luogo ostile non riesce a ritrovare nemmeno se stesso. E un evento drammatico, e del tutto inatteso anche fra i più smaliziati dei lettori, rappresenta una svolta nella narrazione, ma non nel percorso interiore del protagonista. Accurate le descrizioni dei paesaggi del grande nord, scarsa la vegetazione così come la fauna: padre e figlio non solo si trovano in balia degli agenti atmosferici, ma anche con il proprio passato e le sue ombre. Rimandi di letteratura russa (Padri e figli, Delitto e Castigo) e anglosassone (Robinson Crusoe, Nelle terre estreme, Thoreau) rendono questo romanzo avvincente.

  • User Icon

    marco ferraro

    05/01/2012 09:04:05

    Il selvaggio Nord, Alaska, dove vivere un anno come i pionieri. Solamente a farlo è un personaggio che cerca solo di sfuggire ai propri fallimenti. Si porta dietro il figlio che praticamente non conosce e che spesso si rivela più equilibrato del padre. Ma le cose inevitabilmente precipitano e non è pensabile che potesse andare diversamente. Opera prima che ha aspetti di commedia, tragedia, thriller e noir, mi ha fatto venire in mente, e probabilmente ci sono anche molti agganci, "Un tranquillo week-end di paura". La scrittura è americana, quindi anche fin troppo semplice, secondo me avrebbe dovuto supportare meglio la narrazione il cui nocciolo in fondo sono i tormenti del padre prima e soprattutto dopo la svolta, ma probabilmente dalla letteratura americana più di tanto non si può pretendere. Penso che presto ne faranno un film, perché la trama si presta bene.

  • User Icon

    FabCat

    26/10/2011 19:34:26

    Una lettura che ti trascina con sé. La minaccia dell'inverno è sempre più vicina bisogna essere preparati. Ciò a cui io non ero preparato era l'evolversi della storia... Avvincente e inesorabile.

  • User Icon

    Federico

    22/03/2011 17:01:06

    Come generalmente accade, sono stato attratto dalla copertina e dal titolo del romanzo. Approfondendo la ricerca su questo libro, ho letto la seconda di copertina e poi la terza per conoscere l'Autore, e devo dire che - per quanto ne avessi letto io, al momento, cioè prima di leggere il romanzo - mi aspettavo tutt'un'altra tipologia di storia. Alla fine (in realtà dopo le prime venti pagine) ho compreso che non sarebbe stato un libro leggero, anzi che sarebbe stato un libro da non prendere alla leggera, da leggere con attenzione e in modo serio. Sì, insomma, che non si trattava di un'opera banale. Non volendo rivelare nulla circa la trama (lascio a voi scoprire la sconvolgente storia) mi limito a dare il massimo dei voti a questo romanzo. Approfondendo le ricerche (soprattutto leggendo nella terza di copertina che verrà realizzato un film, almeno così mi auguro) ho scoperto la vita dell'autore e che l'Isola di Sukkwan(n: spero che la doppia "n" non sia un errore di battitura) fa parte di una raccolta di racconti incentrati su una tematica tanto a cuore a Vann. Spero pubblicheranno altre sue opere, perché si tratta di un autore che (per quanto ha dimostrato con il suo primo romanzo) merita di essere letto e di sistemare e tenere nella propria biblioteca.

Vedi tutte le 5 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

"Che ci sarà mai in Alaska?" si domandano i protagonisti dell'omonimo racconto di Raymond Carver. Probabilmente un nuovo inizio, quanto meno la sua prospettiva. Carver non ci conduce nelle vastità del nord, ma la scelta di quel luogo rimane comunque emblematica. A lungo l'Alaska ha rappresentato l'ultima frontiera degli Stati Uniti, per molti una frontiera permanente, uno spazio – ci rammenta il monumentale studio sulla wilderness americana di Roderick Nash – in cui gli americani potevano prendere visione del proprio passato e riscattarsi in quanto "ultima chance per fare le cose per bene al primo tentativo".
È questo lo spirito che investe il protagonista di L'isola di Sukkwann, fulminante romanzo d'esordio dell'americano David Vann, che approda anche in Italia nella convincente traduzione di Sergio Claudio Perroni. E di vero approdo si tratta: l'autore impiega dieci anni per scriverlo, dodici per pubblicarlo, fino al prestigioso Prix Médicis che nel 2010 riconosce in Vann l'erede più prossimo di Cormac McCarthy.
Originariamente inserito nella raccolta Legend of a Suicide (Harper, 2008)e ora nella veste di romanzo breve, L'isola di Sukkwann è, a detta dello stesso autore, "una novella à la Chaucer", una di cinque storie che offrono versioni distinte e complementari di uno stesso episodio reale intorno al quale ruota l'intera narrazione. I racconti sono infatti saldati, all'interno di una cornice, da una medesima ossessione: David Vann aveva tredici anni al momento del suicidio del padre il quale, solo due settimane prima, lo aveva invitato a trascorrere con lui un anno in Alaska. Il senso di colpa per il rifiuto – molla, forse, di quello scellerato atto paterno – e il timore di ripetere gli stessi errori del genitore lo tormentano per anni, sicché la scrittura, per Vann, più che terapia è esorcismo, infine approdo salvifico. Il potere redentivo dell'immaginazione si coniuga a un conveniente valore liberatorio, tanto da rimuovere il temuto presentimento di condanna, la latente minaccia di una coazione a ripetere che per un ventennio perseguita l'autore. Come Linda Sexton (figlia della poetessa Anne e il cui memoriale Half in Love: Surviving the Legacy of Suicide è appena stato pubblicato negli Stati Uniti), anche Vann si interroga sulla propria vulnerabilità genetica, nell'accanito tentativo di districarsi tra la fascinazione della morte e la presunta ineluttabilità del proprio destino. Già autore di A Mile Down (Thunder's Mouth Press, 2005), un memoriale ancora inedito in Italia che affronta la pesante zavorra di quell'ombra, in questa seconda prova Vann opta per una formula meno confessionale, pur riproponendo gli stessi laceranti vizi emotivi che lo attanagliavano da ragazzino: la paura, la colpa, la vergogna. Ed è lo stesso scrittore a ipotizzare in un'intervista che il suo penchant per un genere letterario così desueto e la scabrosità del tema trattato (la morte come ultimo tabù della nostra società post-postmoderna, per dirla con Jean Baudrillard) possano aver influito sul ritardo di riscontri critici.
Il fittizio Jim (diminutivo di "James Edwin Vann, 1940-1980" alla cui memoria è consacrato il libro, ma la cui dedica è inspiegabilmente omessa in tutte le versioni europee) è reduce dal suo secondo divorzio. Inaffidabile e infedele con le donne della sua vita, negligente e maldestro nel suo ruolo paterno, si illude di poter regolare i conti della sua fallimentare esistenza su un'isola semideserta al largo di un'Alaska incontaminata. Il tredicenne Roy, fragile e taciturno, lo segue suo malgrado, mal disposto ma infine rassegnato a trascorrervi un anno intero lontano dalla madre e dalla sorella. Padre e figlio inaugurano così un'improbabile stagione del loro quasi inesistente rapporto, che prende il via all'insegna della novità ("Erano nuovi di quel posto e di quel modo di vivere e nuovi anche l'uno per l'altro"), protagonisti di un'avventura pionieristica tutta maschile. Tanto che la preoccupazione più impellente consiste nella ricerca di provviste, nella costruzione di nuovi attrezzi, nell'esplorazione di territori aspri e incantevoli, nel desolante tentativo di riempire un tempo "fatto d'aria e capace di addensarsi e fermarsi".
Un insidioso senso di inquietudine serpeggia sin dalle prime righe del romanzo fino a conflagrare in un gesto drammatico (tanto violento quanto inaspettato e inenarrabile, a rischio di annullare una paziente costruzione di nervosa tensione drammatica) che interrompe bruscamente il fluire tormentato di giornate indaffarate. Sicché le rare parole che a stento, finora, hanno fatto trapelare tutta l'angoscia dei due estranei, si tramutano in un urlo furioso e straziante. L'Alaska, pare suggerire Vann, lungi dall'essere rifugio per fuggiaschi speranzosi, si rivela essere uno specchio gigantesco, capace di amplificare e rifrangere il dolore muto e represso di chi vi si rechi impreparato, di chi cioè non sia disposto a trasformare quel dolore in humus fertilizzante per la propria esistenza. Potere della narrativa.
Daniela Fargione