Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1998
Pagine: 153 p.
  • EAN: 9788806147464
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recensione di Scarpa, D., L'Indice 1998, n. 5

Da molti anni ormai sembra che la vera vocazione dello scrittore italiano sia "non* fare il romanzo, anche quando l'etichetta incollata sul prodotto dice il contrario. Nulla di male, visto che uno dei caratteri permanenti della nostra letteratura è appunto l'assenza del gene romanzesco nei suoi scrittori, tolte le eccezioni di Svevo, Moravia, Elsa Morante e pochissimi altri. Ma tra gli scrittori renitenti al romanzo, Fabrizia Ramondino vanta un diritto tutto particolare a iscrivere il suo nome, perché si può dire che fin dall'esordio la sua spinta narrativa sia stata orientata a un rifiuto, insieme istintivo e ideologico, della compiutezza romanzesca, e in particolare di quella che va sotto il nome di romanzo di formazione. È opinione diffusa che, tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XX, il romanzo di formazione non sia altro che la storia di un'integrazione nella società, di una ribellione rientrata, di un'accettazione dei meccanismi sociali, familiari ed economici vigenti. Quel genere di romanzo (almeno quando si chiude su un connubio matrimonio-patrimonio) è la storia di un giovane Io che diventa adulto e "si sistema".
Fin dal suo primo "romanzo" ("Althénopis", Einaudi, 1981), le storie di Fabrizia Ramondino raccontano invece l'appartenenza insieme carnale e intellettuale a un mondo fatto di paesaggi e di persone care, troncata poi da un brusco distacco che vale come rifiuto dell'assimilazione definitiva ed esprime la volontà di conservare intatta la propria condizione "flou", il proprio sguardo interno-esterno, la propria giovanile inappartenenza. Forse la cifra comportamentale di Fabrizia Ramondino si può ricavare saldando insieme i titoli di altri due suoi libri: "Star di casa In viaggio". La sua vera vocazione è a un instabile equilibrio. "L'isola riflessa" prosegue questo discorso innalzandolo a un diapason d'intensità emotiva senza precedenti nella scrittrice. In centocinquanta pagine la Ramondino racconta la sua permanenza, fra una primavera e un autunno che si direbbero di non molti anni fa, nell'isola di Ventotene.
Ventotene, spiega la Guida Touring, fa parte dell'Arcipelago Ponziano, costituito da due gruppi di isole di origine vulcanica a una trentina di miglia al largo di Formia e Terracina, tra le quali la più importante è Ponza. Ventotene, insieme con l'isolotto di Santo Stefano, ne forma il gruppo orientale: i suoi collegamenti con la terraferma sono quotidiani solo in estate, e con Ponza è l'unica a essere dotata di alberghi. Fin qui il Touring, e non sembri di maniera questa insistenza sui dati di una guida turistica, perché la Ramondino ci vuole raccontare tutto ciò che sfugge alla memoria pubblica, tutto ciò che la memoria ufficiale cancella e rimuove, e che si può narrare solo facendo ricorso a un'altra memoria, una memoria intima e biologica. L'isola della natura e della storia si può raccontare solo grazie all'isola della mente e soprattutto del corpo.
Ne abbiamo la prova già alle primissime pagine: appena terminata la descrizione della piazza di Ventotene, la Ramondino si lancia in quello che da sempre è il suo territorio più sicuro e felice: "Quasi nulla cresce su questa sottile crosta di terra arata dal vento, se il tuo sguardo è superficiale. Altrimenti noti dovunque le piante che per millenni si sono autoselezionate per resistere alla salsedine, alla mancanza di acqua, alla spietatezza del sole e del vento: il finocchio selvatico dalle foglie carnose e amare, l'assenzio odoroso dalle folte fogliuzze color turchese, l'elicriso dai fiori gialli che nascono già secchi (...); il cisto, il cui fiore ha petali bianchi e pistilli d'oro, ostinato a essere un vero fiore, dal fresco petalo di seta lucente, virgineo, sensuale, tentato - quasi il volto di Simone Weil quattordicenne, quando la consapevolezza della cruda aridità del mondo non ne aveva ancora rinsecchito il corpo, reso vigile e penetrante lo sguardo, simile a quello spinoso e occhialuto delle foglie della smilax aspra, le cui rosse bacche autunnali sono velenose per tutti, tranne che per il serpente - la bestia salvifica, simbolo di Esculapio e di Cristo". Questa lunga citazione è un microcosmo tematico e stilistico di tutto il libro. La fluenza lussureggiante del periodare che incespica in qualche dislivello non pareggiato. L'eruzione violenta e cupamente gioiosa del colore. Il minuzioso diramare della vegetazione che stringe nelle sue spire il mito (Esculapio), la religione, la storia e l'utopia (Simone Weil). Il tormento delle piante riflesso nello strazio del bosco umano: ancora due pagine e la Ramondino tradurrà per noi in italiano il nome Buchenwald, "bosco di faggi". L'orrore del secolo è dunque il rovescio della quiete bucolica: "Si può vivere serenamente e operosamente a pochi metri dall'orrore", come le famiglie di contadini che abitavano accanto al carcere di Ventotene (ora chiuso) e che "ovviamente" avevano timore dei carcerati e non dei carcerieri.
Carcere, carcerati, carcerieri: ciò che le guide tacciono è che durante il fascismo l'isola fu luogo di confino per gli oppositori. Vi soggiornarono Pertini, Scoccimarro, Terracini, Eugenio Colorni, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Camilla Ravera, un Rocco Pugliese "suicidato" in carcere. L'isolotto di Santo Stefano fu sede di una famigerata prigione inaugurata nel 1795, "giusto in tempo per ospitarvi centinaia di giacobini scampati agli eccidi dopo la fallita rivoluzione del 1799", e nella quale morì, suicidato anche lui, Gaetano Bresci.
Ce n'è ormai abbastanza per provare a dipanare il titolo di questo libro. "L'isola riflessa" racchiude almeno cinque significati: isola riflessa nel suo tristo doppio di Santo Stefano, isola-isolamento e prigione; isola riflessa nel vagheggiamento dall'utopia, che tanto spesso ha eletto isole a sue sedi; isola dei reietti specchiata nel suo opposto, cioè in Capri, l'isola dei privilegiati: entrambi, privilegiati e reietti, egualmente alienati, suggerisce la Ramondino seguitando a prestare il suo sguardo e la sua voce ai secondi; isola riflessa attraverso lo schermo dell'io scrivente e della sua storia privata; infine, isola - quaderno d'appunti, isola-foglio su cui si proiettano l'immagine dell'isola geografica e il profilo del proprio destino.
Che cosa significa quest'ultima annotazione? Che, come troppe volte è successo, la letteratura diventa scudo e rifugio contro la vita? Direi che in questo libro avviene il contrario: la letteratura è uno strumento di misurazione del dolore pubblico e privato, un mezzo per accertare il dolore. L'io scrivente si trasforma in un medio proporzionale tra l'orrore e l'utopia. Si ripropone così la condizione conflittuale e "borderline" su cui fa perno da sempre il punto di vista di Fabrizia Ramondino e che ha reso possibili tutti i suoi libri: una personalità divaricata dai contrasti, sempre sul punto d'esserne lacerata; uno status pencolante tra memorie di benessere e povertà contingenti; un io carnalmente indigeno e mentalmente straniero. Da questi stridori nasce quello che la scrittrice chiama sguardo disinteressato, occhio privo di potere.
Solo che la medietà di Fabrizia Ramondino non è una tranquilla saggezza dall'alto della quale si contempla l'intero orizzonte del tempo e dello spazio: "L'isola riflessa" è anche la storia di una prigionia nell'alcolismo, di un tentativo d'autodistruzione, è la storia di un'anima, o meglio: la storia di un corpo prigioniero di un'anima malata che lo asservisce, e che tenta più volte di farlo affondare (in un bicchiere, nel mare o nella follia) perché corpo e anima cercano il fondo, chiedono una misura certa e precisa del dolore, e non importa se il responso batimetrico si rivelerà esorbitante. Di qui nasce il tono che uniforma il libro: il tono di una voce letteralmente "sola", che pur disponibile verso le cose, le persone e la natura sembra ogni volta ritrarsene prima di averle sperimentate fino in fondo. Forse è per questo che i molti incontri narrati nel libro appaiono sempre troncati a metà: le cinque islandesi dai nomi imperiali, il Re Lear dell'isola, Anna dei cruciverba, Eufemia. Le persone incontrate si dileguano sempre troppo presto, lasciandosi dietro una scia di domande insoddisfatte. E di qui nasce anche l'indecisione affettivo-intellettuale di Ramondino tra le figure dell'eremita e del pirata, del pirata e del brigante, del bambino e dell'adolescente, tra chi pur essendone ai margini resta nel cerchio della società e chi, risolutamente, lo infrange.
Questa indecisione testimonia del fatto che i mali dell'io si riflettono nei mali della comunità, e questi mali si manifestano nello scempio della memoria e dei comportamenti pubblici: racconta Ramondino che una lapide donata dall'Anpi per commemorare i confinati antifascisti fu distrutta in breve tempo, e che nella biblioteca non si trova nessuno dei loro libri. "Questa cancellazione del passato, in gran parte riuscita, è stata il frutto del patto infame tra vinti e vincitori nel dopoguerra. La repubblica, la città nuova, è sorta dopo la mischia, come ogni città nuova, sui sepolcri nascosti delle vittime, la riconciliazione nazionale si è fondata sul ricatto reciproco: se tu scopri le mie tombe, io scoprirò le tue".
Se la memoria del singolo individuo è selettiva per legittima difesa, per istinto di conservazione (dimenticare è una funzione vitale quanto il ricordare), la stessa cosa sembra non valere per la collettività: quando la selezione s'instaura nella memoria pubblica, la falsificazione e l'ingiustizia ne sono la conseguenza certa, perché in quel caso non si rimuove un tratto della propria storia per poter seguitare a vivere, ma si condanna all'inesistenza una parte della comunità.
Un passato cancellato e rimosso ha come conseguenza un presente senza vita: quando a Ventotene sbarcano i vacanzieri estivi, i "war gamisti", i bracconieri, Fabrizia Ramondino può sfogare tutto il suo disamore per il mondo attuale, per quest'isola diventata "un luogo qualsiasi". Più l'isola si riempie di adulti, di barche, di bambini "troppo vestiti" - acuta annotazione di chi ha sempre viaggiato leggero per il mondo - più si è costretti a constatare la scomparsa dei corpi, l'edonismo astratto, la gioia virtuale, il sesso disincarnato. "Non è la reclam del Campari Soda che ti invoglia a desiderarlo, ma è la bottiglia di Campari Soda che ti fa desiderare di vedere la TV". La vita nell'epoca della sua riproducibilità tecnica riesce in verità a riprodurne appena un simulacro, una parvenza.
Lo sdegno della Ramondino è giustificato, ma è anche la parte più debole del libro, che talvolta è sovraccarico proprio come la realtà che ricusa. Racconto di un'isola, questo libro si presenta come un arcipelago di microracconti e di riflessioni, e comunica un piacevole senso di volubile, di saltellante e di asistematico. Ma a volte, invece di cadere a piombo su un'impressione personale riassuntiva, le pagine perdono slancio piantandosi su un riferimento culturale e ingolfandosi in un surplus descrittivo o in un garbuglio di citazioni. Purtroppo per rinnegare questa realtà non basta opporle la memoria di un passato in cui pochi uomini giusti si sono battuti contro un male immediatamente riconoscibile. Ramondino sembra rendersene conto anche lei quando ci racconta l'apologo della Bastiglia, che era semivuota quando fu presa: a quanto pare si riesce a espugnare sempre la "penultima" prigione e a sanare la "penultima" ingiustizia. Anche l'utopia che innerva questo libro rischia di essere declinata esclusivamente al passato: nostalgia più che utopia, quindi sconfitta in partenza da una realtà inconsistente ma aggressiva. Mentre sia l'utopia sia l'opposizione al proprio tempo avrebbero bisogno, per essere praticate, di una carica visionaria.
Forse è proprio questa carica che vorrebbero propiziare le citazioni in esergo al libro: di Baudelaire ("- Ah! Seigneur! donnez-moi la force et le courage / de contempler mon cour et mon corps sans dégoût!") e di Vittorio Sereni ("Porca - vociferando - porca. Lo guardava / stupefatta la gente. / Lo diceva all'Italia. Di schianto, come a una donna / che ignara o no a morte ci ha ferito"). Se il Baudelaire che presiede alla parte intima e privata di questo libro è lampante (è l'invocazione che chiude "Un voyage à Cythère"), i versi di Sereni hanno bisogno di un chiarimento. Sono i versi finali di una poesia scritta nel 1960 e intitolata "Saba". È proprio il poeta Umberto Saba che dice "porca" all'Italia: glielo dice errando "da una piazza all'altra / dall'uno all'altro caffè di Milano / inseguito dalla radio" il 18 aprile 1948, dopo aver saputo della vittoria democristiana alle elezioni. È dunque lo slancio utopico, è la forza poetico-visionaria di Saba, in quegli anni nevrastenico per amor patrio, che Fabrizia Ramondino ha invocato al principio del suo libro. La sua musa l'ha sostenuta solo a metà, ma le ha fatto comunque ottenere due risultati non da poco: è riuscita a dire, come Salvemini, che le duole l'Italia, e a restituire l'isola di Ventotene alla mappa del nostro paese, e non alludo soltanto alla sua mappa letteraria.

Recensioni dei clienti

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    Sebastiano Ricci

    23/09/2005 09:32:34

    Ho letto il libro (romanzo?) a Ventotene e ne ho riportato una sensazione molto sgradevole, ma non perché è di "sgadevolezza" che l'autrice ci vuole parlare, ma proprio per lo stile scelto, retorico nelle risposte che l'autrice si dà e ci dà, autocompiaciuto (con molto autocompatimento), pieno di - colta? - aneddotica tirata un po' via e di sentimentalismo nonnesco. E poi mi sia permesso dirlo, con quel difetto molto femminile, molto del sud, di impastare la pagina sempre con sangue mestruale e feci (la parola che ricorre di più nel libro è "cesso", un'altra è "grembo") e varie crudeltà su cose e animali di nessuna efficacia. Ne risulta una pagina antipatica (forse voleva esserlo, ma c'è modo e modo), inutilmente dispregiativa (non per questa Italia veramente a volte disprezzabile), ma per la poca, pochissima originalità dell'esposizione. Si veda il brano delle due case "grembo" e "tomba". Sembra scritto da una liceale o al massimo giornalista di costume alle prime armi per uno dei tanti supplementi di riviste o quotidiane. E non provoca orrore né divertimento, non provoca se non a livello di lettori superficiali e di bocca buona. Esilarante, invece, e inconsapevolmente, il tentativo di suicidio marino. Scrittrice ampiamente sopravvalutata, libro fortemente respingente.

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