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Descrizione


"Istanbul come malinconia condivisa, Istanbul come doppio, Istanbul come immagini in bianco e nero di edifici sbriciolati e di minareti fantasma, Istanbul come labirinto di strade osservate da alte finestre e balconi, Istanbul come invenzione degli stranieri, Istanbul come luogo di primi amori e ultimi riti: alla fine tutti questi tentativi di una definizione diventano Istanbul come autoritratto, Istanbul come Pamuk".(Alberto Manguel, "The Washington Post"). Una delle più affascinanti città del mondo raccontata con la passione enciclopedica del collezionista, l'amore del figlio, il lirismo intenso del poeta.
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Dettagli

2006
4 aprile 2006
388 p., Rilegato
9788806178994

Valutazioni e recensioni

3,29/5
Recensioni: 3/5
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georgia236
Recensioni: 2/5

Ho appena terminato il libro dopo diversi mesi, poiché la lettura si è dimostrata davvero difficoltosa, elementare, senza un filo conduttore, nemmeno la giusta cronologia degli eventi. Comunque credo che un libro vada letto fino in fondo prima di subire un giudizio così alla fine mi sono pure affezionata al personaggio e soprattutto alle meravigliose fotografie. Non lo consiglierei, eppure ha acceso il mio desiderio di andare a rivisitare Istanbul con lo sguardo di Pamuk e con la malinconia che caratterizza anche la mia indole.

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maria cristina aschieri
Recensioni: 4/5

Un’avvincente monografia, impreziosita da una generosa raccolta di stupende foto d’epoca, con cui l’autore ci illustra l’anima triste della città e la malinconia e l’irrequietezza da lui provati nei primi vent’anni della sua vita, in un parallelismo quasi simbiotico. Pamuk cerca di farci comprendere come mai questa città variopinta, babilonica e multiculturale, centro del glorioso impero bizantino, sia ad un certo punto entrata in profonda crisi d’identità, trasformandosi in una città in bianco e nero in preda a un sentimento collettivo di perdita irreversibile. Si va a zonzo come viaggiatori immaginari nel presente e nel passato, per strade sconnesse, taverne e venditori ambulanti, fra tram sferraglianti e cani sciolti che rovistano fra le rovine, nel tentativo di comprendere la confusione, l’anarchia e il disordine che regnano in questa città sospesa fra la gloria di un passato ormai chiuso e l’immane sforzo di guardare con umiltà ad occidente, consapevole dei propri limiti economici e culturali. La magia delle luci notturne, le nebbie che sfumano i contorni dei minareti, la pittoresca fatiscenza di vicoli e strade disseminati di ruderi sempre in fantastico contrasto con la sontuosità dei palazzi principeschi e lo sfarzo delle moschee, tutto è documentato con piacevoli aneddoti e istantanee in cui le biografie d’Istànbul e di Pamuk continuano ad incontrarsi e sovrapporsi in chiaroscuri di grande suggestione. E non manca lo spettacolo grandioso del Bosforo, con lo sfolgorio incessante delle acque agitate dalle navi in transito, i suoi cieli arruffati, le antiche costruzioni di legno disseminate sulle rive, incorniciate di neve in inverno o che s’incendiano d'improvviso spandendo scintille incandescenti nelle notti estive. Una lettura per viaggiatori romantici, alla ricerca del tempo perduto, assetati di conoenza. E per chi si sente attratto anche dalle cose piccole, trascurate e umili, non disdegnando il lato in ombra delle cose, quello che può riservare le migliori sorprese.

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Gianni
Recensioni: 4/5

Libro insolito, quasi un'enciclopedia della tristezza. Si pone come un'autobiografia legata ad un unico luogo: la città di Istanbul. Ad un unico colore: il grigio. Lo scritto è sincero e leggibilissimo, certamente offre stimoli culturali interessanti. La sua forma, volutamente un po' dimessa, impedisce però di riconoscervi un capolavoro: probabilmente non vuole esserlo.

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Recensioni

3,29/5
Recensioni: 3/5
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Voce della critica

Chi scrive non si rappresenta con una cronologia o un curriculum ma manipolando idiosincraticamente un casellario retorico (i famosi tópoi) che gli fornisce le domande per spronare l'invenzione e le regole (da rispettare o trasgredire) per articolare la composizione del libro. Basta scorrere l'indice di Istanbul per notare la sorprendente eterogeneità dei capitoli e l'assenza di una progressione narrativa e per evocare il grande modello del genere: i Saggi di Montaigne (nati da uno sbalzo di umore malinconico e scritti per venirne a capo).
La formula generativa di Istanbul non è "vi dirò quel che ho fatto" ma "vi dirò chi sono". Non c'è dunque lo sviluppo narrativo dell'autobiografica né l'enfasi testimoniale delle "memorie"; c'è invece la perlustrazione di interi strati di cultura di tradizioni e di stati d'animo generazionali vissuti dallo scrittore. Istanbul visto a ritroso è il racconto e lo smontaggio di una combinazione intellettuale ed emotiva il cui risultato è (per ora) il Pamuk scrittore. In questo senso è il romanzo di una vocazione come scrive la quarta di copertina; ma ancora una volta senza seguire nessun modello di crescita organica né di vagabondaggio esistenziale (surrettiziamente manovrato da qualche ideale irresistibile).
La decisione con cui si chiude il libro – "diventerò scrittore io" – non nasce da un itinerario tormentato o contrastato (si veda il titolo proustiano del capitolo XXVII Una discussione con mia madre: pazienza prudenza e arte) ma scaturisce da un'insistenza un surplace – sul tema della tristezza condivisa da Instanbul e da Pamuk. Le straordinarie variazioni lessicali tematiche e culturali di cui è capace Pamuk intorno a questa parola sono la materia e l'esercizio su cui si mette alla prova riuscendovi.
Chi scrive libri di questo genere li scrive da un esilio interiore; non ha intenzione di perorare biasimare convincere lodare o istruire: non è uno scritto civile è una scrittura solitaria. Di nuovo si riaffacciano Montaigne e i suoi Saggi. Ricordate le parole usate dall'autore francese per presentare lo strano testo che stava redigendo con tanta ostinazione? "Escrivailleries (…) simptome d'un siècle desbordé" e poi "Excrémens d'un vieil esprit (…) tousjours indigeste". È troppo attribuire queste parole anche a Pamuk e al suo Istanbul ? Legga allora il sollecito lettore i capitoli Tristezza I ricchi Sotto gli occhi dell'Occidente o L'infelicità è odiare se stessi e la città e giudichi… Pamuk scrive questo libro da un esilio interiore da esule in patria (si veda il capitolo Straniero a scuola).

Un autore siffatto deve atteggiarsi un po' a Robinson urbano (un adolescente flâneur in crisi di discordia) deve sperimentare con pathos la separazione dai suoi luoghi e dalla comunità. Eccolo: "Allorché camminavo per le strade nei pomeriggi di primavera l'intuizione – no anzi l'istinto animalesco – che mi nasceva dentro era quello di essere inutile di non appartenere a nessun luogo di essere sbagliato (…) ciò significava anche fuggire dal senso di comunità dall'atmosfera di fratellanza e solidarietà della città dallo sguardo di Allah (…) per rimanere da solo e allora provavo un intenso rimorso".

Separazione secessione diserzione inutilità singolarità selvatichezza solitudine vergogna: Pamuk elenca e articola tutti gli elementi di quel genere letterario dal destino singolare che è l'autoritratto così come li ha riconosciuti e elencati Michel Beaujour in un bel libro intellettualmente eccitante Mirois d'encre (Seuil 1980). Senza uno spazio vuoto tra sé e la città (consumati gli elogi e il folclore) senza un'intercapedine tra sé e la comunità senza un intervallo tra sé e le voci autorevoli del luogo non si dà autoritratto non si azzera la finalità edificante della "confessione" in prima persona.

L'autoritrattista si ritrae costantemente nei due significati del verbo. Si allontana e si dipinge. Si aggira tra i luoghi che gli sono familiari (quante passeggiate diurne e notturne in Istanbul!) e sfoglia gli album di casa alla ricerca di immagini (quante fotografie nel testo e nel libro!); vuole ritrovarsi cerca son assiette come Montaigne (traduco volutamente male: "il suo assetto"). Ma impara presto che non c'è ritorno non c'è retroattività; la "dimora" è stata demolita (si veda il capitolo La tristezza delle rovine).

Però le rovine (come le canzoni) sono ottime conduttrici di ricordi; e la letteratura lo sa meglio di tutti. Le case di legno tarlate incendiate crollate; le diroccate chiese bizantine; la gigantesca muraglia in rovina su cui crescono erbe edere piante e perfino alberi disertano il "pittoresco" per trasferirsi nel "memorabile". Intorno alle parole-chiave: tristezza/malinconia e rovine/rovina si dispone una folla di sinonimi e di quasi sinonimi (da insicurezza a degrado da disordine a precarietà da crollo a sconfitta da miseria a ristagno) e questa copia verborum produce invenzione e scrittura secondo le più classiche procedure della memoria retorica: ogni parola inaugura una rubrica fitta di storie aneddoti sogni etimologie proverbi citazioni ecc. più o meno collegati con la parola-madre; il montaggio di queste fiches avvia il testo.

Il libro cresce per rinvii interni e per addizioni ai luoghi già trattati. Ma cresce anche per l'ordo neglectus che lo regge e gli consente di ospitare (quasi) ogni cosa: saggi sui viaggiatori europei in Oriente (chissà perché non gli piace Loti che almeno in Azyadé modula con talento le nuances della tristezza di Istanbul) e saggi su scrittori turchi perspicaci e sfortunati; il primo amore con la Rosa nera il corpo a corpo con il sistema delle arti il bagnomaria della decadenza familiare interni turchi borghesi degli anni sessanta il profumo svanito di una capitale cosmopolita e poliglotta il leggero sudario di polvere che copre tutta Istanbul e anche il mortifero salotto-museo la speculazione sull'aggettivo "datato" usato da Iosif Brodskij per Istanbul nel suo feroce articolo del 1985 Fuga da Bisanzio (e se dentro il deprimente "datato" ci fosse il più euforico "inattuale"?).

Enciclopedico onnivoro inesauribile il libro guarda Istanbul come un meteorologo guarda il tempo: senza sosta e registrando continue variazioni. "Barometro dell'anima" fu definita la scrittura diaristica appena inventata; un osservatorio dell'anima diventa invece il corpo di una città auscultato per tutta una vita.

Giuseppe Merlino

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Orhan Pamuk

1952, Istanbul

Scrittore turco, Premio Nobel per la letteratura nel 2006. Abbandonati gli studi di architettura, esordisce con il romanzo Il signor Cevdet e i suoi figli (1982), affresco di tre generazioni ambientato nel quartiere natio di Nisantasi, con il quale ottiene grande successo; cui sono seguiti La casa del silenzio (1983) e Il castello bianco (1985), nei quali l’incontro tra un giovane veneziano e uno studioso ottomano è pretesto per affrontare quello, problematico e conflittuale, tra Oriente e Occidente. Lo stesso tema ricorre, declinato in modi diversi, anche nei più recenti Il mio nome è rosso (1998, premio Grinzane) e Neve (2002), dai risvolti più marcatamente politici. Istanbul (2003) ha affascinato per l’abile tessitura che cuce...

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