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Raffaele Liucci

Editore: Marsilio
Collana: Biblioteca
Anno edizione: 2002
Pagine: 226 p.

70° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Società, politica e comunicazione - Argomenti d'interesse generale - Studi sui mezzi di comunicazione di massa

  • EAN: 9788831780612

Nel primo fascicolo del "Borghese", apparso nel marzo 1950, l'obiettivo della nuova pubblicazione (un quindicinale destinato a divenire settimanale dall'aprile del 1954) veniva indicato nei seguenti termini: "elevare il tono della piccola e media borghesia italiana, e darle una coscienza della propria funzione storica". Politicamente, il tentativo era già stato operato dal fascismo nei trent'anni precedenti e si era risolto in un disastro. Perché dunque ritentare? E poteva riuscire un giornalista talentuoso e anarcoide laddove un altro giornalista, politicamente ben più abile, aveva invece fallito?

In realtà, proprio il fallimento del fascismo ha rappresentato la premessa per l'operazione politico-editoriale tentata da Longanesi nel secondo dopoguerra. Si trattava, ancora una volta, di dare voce politica, spessore intellettuale, corpo sociale, e appunto "funzione storica", alla borghesia italiana, che si era riconosciuta nel fascismo ricavandone, a conti fatti, solo la propria rovina, ma che tuttavia anche dopo la sconfitta della guerra continuava a rappresentare, a giudizio di Longanesi, l'asse morale e sociale della nazione. Naturalmente, un simile tentativo andava fatto, dopo il diluvio retorico e il trionfalismo mussoliniani, adottando il tono dimesso, scettico, rassegnato e dolente, un po' scanzonato e cinico, richiesto dal nuovo contesto storico, segnato dall'avvento della democrazia e dalla delegittimazione di tutto ciò che - uomini o idee - potesse ricordare troppo da vicino il trascorso e defunto regime.

Nel suo bel libro, Liucci spiega che sarebbe sbagliato leggere l'avventura longanesiana unicamente attraverso il filtro della politica e dell'ideologia, trascurandone il valore più propriamente giornalistico-letterario. "Il Borghese" fu, per molti versi, un ricettacolo di umori antipolitici e di qualunquismi, nonché l'approdo intellettuale di un gruppo di giornalisti e scrittori capace di acute analisi sul costume nazionale, ma che in nessuna circostanza dimostrerà una grande sagacia politica. Ciò non toglie che quello perseguito da Longanesi (sia attraverso la rivista sia con la casa editrice che portava il suo nome) possa anche essere letto come un vero e proprio disegno storico-politico, ambizioso e coraggioso, finalizzato nelle sue intenzioni verso due obiettivi principali: da un lato, cicatrizzare le ferite prodotte nel tessuto nazionale dalla guerra civile e salvare così la continuità storica della nazione italiana (il che significava, tra le altre cose, vedere nel fascismo un momento della storia d'Italia, non da giustificare, ma da accettare); dall'altro, come accennato, offrire una nuova legittimità storico-culturale a quel vasto ceto borghese che l'aveva persa schierandosi con il fascismo, ma che rappresentava pur sempre, a suo giudizio, il principale fattore di continuità della storia italiana dall'Unità in avanti.

Come emerge dal documentatissimo volume di Liucci, "Il Borghese" ha rappresentato l'organo intorno al quale si sono raccolti, non casualmente, spezzoni assai rappresentativi della generazione che aveva maturato la propria formazione ideale nei ranghi politici e culturali del fascismo, seppure con posizioni che spesso erano state di fronda e di dissidenza, e che era giunta al disincanto nei confronti del regime dall'interno di quest'ultimo, senza dunque mai abbracciare la scelta dell'antifascismo militante. Longanesi e gli altri giornalisti e opinionisti che ruotavano intorno a lui, a partire da Indro Montanelli, che dalla ricerca risalta come l'ideologo vero e proprio del gruppo, in effetti non furono mai, come talvolta li si è valutati, degli apologeti tardivi o peggio dei "nostalgici" del defunto regime mussoliniano. Furono tuttavia, questo sì, degli "sconfitti" e dei "perdenti", faticosamente alla ricerca di uno spazio di manovra nella nuova democrazia repubblicana, il cui clima politico-culturale era sin troppo dominato, a loro giudizio, dal conformismo e da una massiccia dose di spirito trasformistico, da un eccesso di retorica democratica, da un sostanziale oblio nei confronti del recente passato, esibito, in alcuni casi, persino con un misto di leggerezza intellettuale e di irresponsabilità politica.

Longanesi e i suoi collaboratori cercarono dunque di rappresentare quegli italiani (all'epoca peraltro la maggioranza) che oggi si tende a definire, con una certa asprezza polemica, anti-antifascisti, ma che più propriamente possono essere considerati come coloro che, pur senza nutrire più alcuna illusione riguardo la loro precedente adesione al fascismo, erano al tempo stesso consapevoli che quest'ultima s'era avuta e anzi era stata, per alcuni anni, massiccia e sincera, a tal punto che non poteva essere sufficiente un tratto di penna per rimuovere dalla coscienza politica di un intero paese vent'anni di storia. Se è vero, come Liucci sottolinea, che dagli uomini del primo "Borghese" è sovente venuta una lettura del fascismo strapaesana e riduttiva, sentimentalmente patriottica, incentrata sul costume più che sull'ideologia, quindi accomodante e accondiscendente, è pur vero che essi a più riprese, magari in forme ellittiche e non sempre culturalmente coerenti, si posero il problema di come l'esperienza del fascismo andasse non già rimossa alla stregua di una parentesi o, peggio, ridotta a un episodio meramente criminale, bensì metabolizzata e posta in relativa continuità con il complesso della vicenda storica nazionale.

Ai loro occhi, come accennato, il problema riguardava in particolare quel ceto sociale borghese - piccolo e medio - che del fascismo era stato la principale base di sostegno (in termini non tanto ideologici, ma piuttosto culturali e antropologici) e che rischiava ora, nella nuova Italia, di vedersi forse politicamente rappresentato e socialmente garantito dalle nuove formazioni partitiche sorte all'indomani della fine del conflitto, in particolare dalla Democrazia cristiana, ma anche spiritualmente e culturalmente annullato sul piano dei valori e dello stile di condotta a esso peculiari. Ciò spiega la loro ricerca, per dirla con termini oggi correnti, di una sorta di destra postfascista, diversa sia dall'irriducibile e impolitico spirito di revanche tipico del neo-fascismo missino sia dall'anticomunismo, di matrice essenzialmente clericale, del partito cattolico democristiano. Il borghese cui Longanesi volle dare voce, quando non era un semplice espediente retorico-letterario, vale a dire il simbolo di un mondo tramontato e forse mai del tutto esistito, era più concretamente l'esemplificazione di quegli italiani che, pur apprezzando il ritorno delle libertà che il fascismo aveva conculcato, non riuscivano a sintonizzarsi sino in fondo con i riti di una democrazia che in certi suoi eccessi conformistici ricordava troppo da vicino, secondo Longanesi, il passato regime. Italiani che, nelle sue intenzioni, meritavano comunque una nuova occasione, non tanto per se stessi, quanto per i valori, le idealità, lo stile di vita, i modelli culturali e antropologici, i trascorsi storici, che, inconsapevolmente e spesso non proprio degnamente, essi incarnavano e rappresentavano.

Quanto si avvicinò all'obiettivo il disegno longanesiano di fare della borghesia italiana un soggetto politicamente attivo e responsabile, di dare cioè nuovamente corpo a quella "Italia sommersa" che, nel corso della sua storia, a politici e politologi ha spesso riservato sorprese (non tutte piacevoli)? Nelle pagine finali del libro, Liucci discute, con sobria intelligenza, il ruolo svolto, nell'Italia del dopoguerra, da questa strana destra (riconosciutasi, dopo la precoce morte di Longanesi, in Montanelli), sostenendo che, per quanto intellettualmente vivace e sovente originale, essa non ha tuttavia influito più di tanto sugli equilibri politici reali, finendo così per giocare un ruolo subalterno e di supporto tattico nei confronti del gigante democristiano.

Alla luce di questa considerazione viene naturale chiedersi se è cambiato qualcosa dopo che in anni recenti la destra politica, per la prima volta nella sua storia, ha assunto un ruolo dominante sulla scena politica nazionale. Quegli uomini hanno forse ottenuto una vittoria postuma? In realtà, dello spirito di uomini come Longanesi (ma lo stesso può dirsi di Montanelli) c'è ben poca traccia nella destra odierna. Del longanesismo è rimasto, nei suoi dichiarati imitatori e ammiratori dell'ultima stagione, la ricerca della battuta a effetto, il gusto del calambour, la grafomania, lo spirito goliardico spacciato per trasgressione, ma è andato del tutto perduto l'essenziale: il gusto per le cose belle, il senso di continuità della storia nazionale, l'irriverenza (anche se talora velata da un certo spirito di adattamento) nei confronti del potere e dei suoi simboli, lo spirito libertario e anarchicheggiante, l'insofferenza per il trombonismo ministeriale, la passione per la disputa intellettuale d'alto profilo, la capacità di cogliere e interpretare (magari per criticarli nel profondo) i fenomeni sociali e i mutamenti del costume collettivo, l'indipendenza di giudizio, la capacità inventiva.

Ma, come spiega Liucci a un certo punto, il rapporto tra cultura (di destra, in questo caso) e politica non merita di essere inteso secondo corrispondenze meccaniche e soltanto formali: il fatto che le idee e lo spirito di Longanesi non abitino le stanze della Casa delle libertà non significa che essi siano necessariamente deperiti o finiti per sempre in cantina. Se quella degli uomini del "Borghese" è stata davvero, come scrive l'autore, una "destra sommersa", perché escludere che essa possa, prima o poi, emergere e fruttificare là dove meno te lo aspetteresti?