Italiani senza Italia

Aldo Schiavone

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1998
Pagine: 139 p.
  • EAN: 9788806129033
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    Maurizio

    06/01/2012 12:36:12

    Rileggo dopo 12-13 anni il libretto di Schiavone. Grande intelligenza, acuto senso della storia e notevolissime capacita' di "mettere insieme" vicende storiche, politica e societa'. In fondo il pessimismo relativo dell'Autore sul futuro del nostro paese non puo' che essere confermato dalla situazione attuale, cosi' critica nel rapporto tra la societa' civile e la nazione, cosi' fragile e conflittuale. In questo, come nei tanti libri non specialistici - cioe' quelli non dedicati alle problematiche del diritto e della societa' dell'Antica Roma - Schiavone da' ottima prova di analista e appassionato commentatore. Una meditazione sulla storia d'Italia attuale ancora valida.

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    sergio oliveri

    17/05/2011 12:02:22

    Ho molto apprezzato, e condiviso, l'analisi compiuta nel primo capitolo di questo saggio, riguarante un periodo di storia conosciuto più direttamente. Non posso dire altrettanto sul resto, che richiede probabilmente lettori più eruditi, e che ha un taglio più filosofico e sottile, di cui è difficile anche operare una sintesi. Peccato.

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recensione di Tranfaglia, N., L'Indice 1998, n. 5

La peculiarità del saggio che Schiavone ha consegnato ai lettori sta soprattutto nella capacità mostrata dall'autore (storico di Roma e dell'antichità) di partire da lontano, e di ripercorrere quasi duemila anni alla ricerca delle ragioni che spiegano la forza del primato italico in periodi lontani, e nello stesso tempo la debolezza dello Stato unitario.
L'autore è convinto, come altri storici, che la partita decisiva si gioca nel XVI secolo, dopo che prima Roma, poi i Comuni successivi al Mille, avevano mostrato quel primato e portato il nostro paese al centro dell'Europa e dell'intero Occidente. "La prima occasione - scrive Schiavone - fu antica, romana: tra l'ultimo secolo avanti Cristo e il secondo dopo Cristo, quando la Penisola si trovò al centro di un dominio imperiale capace di unificare tutto il mondo che si riusciva allora a vedere dal Mediterraneo. La seconda, fra dodicesimo e sedicesimo secolo, culminata nel Rinascimento (...), quando indicò all'Europa, dopo una crisi spaventosa, il percorso economico, civile, intellettuale che avrebbe portato alla modernità".
Tra la fine del Medioevo e la prima età moderna, osserva l'autore, "la frammentazione del sistema Italia giocò a favore della crescita, incrementando diversificazioni, specializzazioni, maggiori flessibilità, ricerche ostinate di nuovi mercati. Ma già nella seconda metà del sedicesimo secolo la spinta si arrestò in maniera definitiva. I piccoli stati non erano più in grado di far fronte alle iniziative delle grandi monarchie e finirono per cristallizzare le attività produttive mercantili entro schemi superati". Malgrado gli indubbi segni di vitalità in campo culturale, svanirono le condizioni necessarie per giungere all'unificazione e alla nascita dello Stato moderno, come invece avveniva in molti altri paesi europei. Successivamente, la Chiesa cattolica e la Controriforma - afferma Schiavone - furono "le guide del nostro tramonto".
Tre secoli dopo, l'unificazione si compì sotto la guida della monarchia sabauda, in un momento di grave decadenza per il nostro paese e di grande debolezza delle monarchie straniere che occupavano la penisola. Queste ultime cedettero così facilmente di fronte alla politica di Cavour e all'esercito piemontese. Al contrario di quanto ha scritto una storiografia di ispirazione risorgimentale, l'autore è persuaso del fatto che "l'Ottocento fu per noi un secolo scuro, prima e dopo l'unificazione, almeno sino al suo quindicennio conclusivo: un'età di involuzione e di crisi, dove si disseccarono e svanirono (...) quasi tutti quei motivi e spunti riformatori che pure avevano trovato la forza di esprimersi nella seconda metà del secolo precedente. L'unico periodo, forse, di tutta la nostra storia in cui l'intelligenza italiana - salvo qualche isolata eccezione - rischiò di perdere il contatto con il resto d'Europa, e lo scadimento - in particolare del Mezzogiorno - si impose nella sua gravità agli occhi di ogni osservatore".
È facile immaginare che su questa tesi non mancheranno le polemiche, giacché se è vero che assistiamo con alcuni storici (penso a Umberto Levra, ad esempio) a una critica serrata della forza del mito sabaudo, è ancora assai presente una storiografia che fa del XIX secolo italiano un ritratto assai simile a quello lasciatoci dalla storiografia di ispirazione risorgimentale.
Schiavone identifica nell'incontro tra la Resistenza e i partiti di massa il momento in cui gli italiani, dopo le rovine lasciate dalla dittatura fascista, avrebbero potuto avviare un'opera di rigenerazione e di risanamento dello Stato, ma la continuità istituzionale salvò nei tratti essenziali il vecchio ordine, o meglio ne modellò uno in parte nuovo, in parte ereditato dal passato, che si oppose vittoriosamente alla necessaria azione riformatrice.
Il risultato del compromesso stretto nel '45, e rinnovato dopo il 18 aprile 1948, fu, secondo Schiavone, deleterio: "una politicizzazione integrale sia della società civile sia di quelle istituzioni che avrebbero dovuto rimanere neutrali: purtroppo dentro fronti non abbastanza forti da opporre valide resistenze all'invasione. Dalla scuola alle banche, alle ferrovie, alle poste, alle università, all'associazionismo, alla magistratura, agli enti pubblici: nulla fu risparmiato, in un crescendo di voracità senza eguali, nei sistemi occidentali. Si iniettò così un pericoloso germe di degenerazione nel costume politico repubblicano, che ha raggiunto il suo culmine fra gli anni settanta e gli anni ottanta, e che in larga misura perdura tuttora (coperto a suo tempo anche dalle ardite concettualizzazioni intorno al 'primato della politica' di una parte della cultura marxista; insomma, teoria comunista e pratica democristiana)". Schiavone non risparmia dunque giudizi assai duri sull'Italia repubblicana e sulle pratiche dei grandi partiti di massa che, a suo avviso, hanno ostacolato piuttosto che favorito la costituzione di una moderna nazione italiana.
Il traguardo dell'ingresso in Europa, ormai praticamente avvenuto, rappresenta per Schiavone un'occasione per superare la crisi e condurci a una nuova fase "che guidi un piano di slittamento dolce verso l'Europa e depotenzi e svuoti progressivamente il nostro Stato - che non ha mai coinciso con la nostra civiltà - senza farci rinunciare a restare noi stessi. Eravamo italiani molto prima di cercare d'essere una nazione. Lo saremo per molto oltre, c'è da augurarsi".
L'ultima parte del libro di Schiavone, che resta complessivamente un saggio di grande acume, soffre, a mio avviso, di un'analisi troppo interna allo Stato repubblicano. Una maggiore considerazione dei fattori internazionali, del peso della guerra fredda e dei suoi effetti, lo avrebbero condotto, forse, a un giudizio meno negativo del cinquantennio e a una serie di distinzioni interne al periodo che, a mio avviso, non possono accantonarsi, neppure in uno sguardo di lunga durata come quello che ha guidato l'autore.