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Domenico Starnone

Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
Pagine: 301 p. , Brossura
  • EAN: 9788807819940


«Ci pensai come nei sogni. Rievocai formule, filastrocche, litigi, ferite, punizioni per inganno o per violenza. Tratteggiai figure di compagni dimenticati, cercai di ricordare il dialetto di allora. Mi tornò in mente l’imperfetto che serviva ad assegnare i ruoli prima del gioco. Io ero, tu eri. Il veliero scivolava tra le onde, io ero il capitano, tu il nostromo. Un imperfetto da dormiveglia, da ipnosi.»

Per una strana combinazione di eventi, forse troppo sottolineata da certi quotidiani, proprio in concomitanza con l’uscita di questo nuovo romanzo «La Stampa» ha lanciato una provocazione spiazzante su Domenico Starnone. Il 16 gennaio 2005 l’italianista Luigi Galella in un articolo nella prima pagina della «Cultura» (con bella fotografia di Anna Bonaiuto protagonista della versione cinematografica del romanzo) avanza l’ipotesi che L’amore molesto, firmato dalla irraggiungibile Elena Ferrante, sia in realtà opera dello stesso Starnone. E per suffragare la sua tesi confronta una serie di passaggi tratti da L'amore molesto con altri di Via Gemito, forse il miglior lavoro dell’autore napoletano.

Naturalmente questa provocazione ha scatenato un dibattito acceso e la risposta dello stesso Starnone, che nega ogni rapporto con Elena Ferrante e in un’intervista rilasciata il giorno successivo a Mario Baudino tira in ballo come manipolatore dei fili della marionetta-scrittrice, per il gusto dell’assurdo e del paradosso, persino Guido Ceronetti. Alle opinioni già citate si sono aggiunte quelle di Enzo d’Errico («Corriere della Sera», 28 gennaio), scettico sulla versione “galelliana” della vicenda, e di Franco Cordelli che a caldo (sempre «Corriere», 21 gennaio) si scaglia, ironicamente polemico, sia contro i critici che contro la stessa Ferrante rea di non averci mai offerto “la sua data di nascita, e il luogo in cui sia accaduto questo straordinario evento, così utile agli umili, o agli arroganti e futuri storici della letteratura”. A parziale chiusura del dibattito, che tuttavia si può prevedere possa essere ancora ripreso nei prossimi giorni com’è stato già fatto da «Avvenire» e «L’Unità», Galella risponde piccato a Cordelli in un articolo del 26 gennaio intitolato significativamente Starnone-Ferrante, ci voleva più coraggio, lanciando anche l’ipotesi, a dire la verità già proposta in passato, che dietro Elena Ferrante si possa celare Anita Raja, moglie di Starnone e consulente della e/o: è stata lei a proporre L'amore molesto alla casa editrice romana che l’ha pubblicato nel 1992. E chiudiamo qui questa ampia parentesi che comunque spiega in quale clima di fermento sia apparso il nuovo romanzo di Starnone nelle librerie e come sia stata inevitabilmente un po’ condizionata la sua lettura da parte dei critici.

Baudino nel testo introduttivo che accompagna la succitata intervista, ricorda l’alter ego femminile di J.M. Coetzee Elizabeth Costello come esempio recente del gusto di cambiare individualità e genere nello scrivere. Lo facciamo anche noi, azzardando un altro salto mortale e riportandoci a Labilità, in cui lo scrittore protagonista riannoda i fili della sua vita e si contorce nel suo lavoro sino a esaurire ogni possibilità di autoanalisi. A scatenare inizialmente questa rinnovata vena creativa, a lungo soffocata nella routine, è appunto un alter ego rappresentato dal pedante, un po’ maleducato, “autore in cerca di editore” Nicola Gamurra che sottopone al protagonista, con una fastidiosa insistenza, la sua opera d’esordio: Lo sguardo abile. Scoprendo in questo testo varie affinità narratologiche con le sue opere d’un tempo Gamurra scatena nell’autore non più giovane una necessità creativa che si manifesterà sino agli estremi cui abbiamo accennato, portandolo a riflettere sulla funzione e sulla finzione della letteratura che muta costantemente la realtà distorcendola a volte, perseguendo dei fini utili allo scrittore e alla sua storia.

E terminiamo su questa linea citando ancora una volta l’articolo recente di un quotidiano, quello di Giuseppe Bonura per Avvenire, in cui Domenico Starnone viene classificato “scrittore morale” e ne viene data una definizione: “lo scrittore morale medita sulle conseguenze della sua scrittura. Per lui l’arte in generale è una emanazione dell’etica, anche se non lo sa”. È forse questa la labilità di Starnone?

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

1.

Era in terza fila accanto a una ragazza con i capelli blu e mi bastò vederlo per sentire un dispiacere fievole, come l'inizio di un malumore. Finché parlai, mi fissò senza consenso, stringendosi il gomito con la sinistra e tenendo le dita della mano destra davanti alla bocca. Fu quella posa a rendermi scontento. Mi sembrò un'armatura vanitosa, di quelle che indossavo anch'io da ragazzo per sentirmi distante e fuori della norma. Perciò, trascurando il resto dell'uditorio, mi rivolsi spesso a lui, specialmente quando facevo domande o dicevo cose spiritose. Volevo che si imbarazzasse, che ridesse, che insomma si agitasse sulla sedia fino a cambiare posizione e cedermi. Ma il giovane non mostrò disagio né ebbe mai un guizzo di allegria. Forse perché aveva capelli neri ondulati ma ciglia chiare sopra gli occhi azzurri, dava l'impressione di uno che ha sempre tutto ciò che può servire e non conosce l'ansia. Seguitò per tutto il tempo, con il solo fatto di esserci, a ostentare una contegnosa inviolabilità.
Alla fine della serata in molti mi si affollarono intorno, per lo più aspiranti scrittori. Lui no, lo persi di vista. Alcuni avevano quesiti letterari da sottopormi, altri tendevano copie dei miei libri per farsele firmare. Distribuii autografi con garbo e risposi senza fretta alle domande, anche se in realtà non vedevo l'ora di tornare a casa. Quando mi accorsi che le chiacchiere, invece di scemare, si infittivano, cominciai a spostarmi piano verso l'uscita. La manovra ebbe successo, feci un cenno di saluto che avesse l'apparenza di un gesto definitivo e infilai la porta.
Una volta fuori, al freddo, mi strinsi alla gola il bavero del cappotto e affrettai il passo verso piazza Risorgimento. Fu a quel punto che il giovane impassibile mi tagliò la strada. Disse con una voce scontrosa a cadenza lievemente meridionale:
"Un minuto solo".
"Sì."
"Ho scritto un libro."
"Bene."
"Devi aiutarmi a pubblicarlo."
Il tu, quel devi, l'assenza di preamboli cortesi mi infastidirono. Lo guardai, era intorno ai vent'anni, aveva un torace largo, il collo dai tendini grossi, un'aria di forza e salute. Malgrado il freddo indossava solo un maglione scuro sui jeans molto logori. Portava a tracolla una borsa grande, come quelle dei postini, e nella destra stringeva un oggetto che pareva un sigaro. Mi venne un tono rigido:
"Fammelo leggere e poi si vede".
"Non c'è bisogno."
"C'è bisogno, se vuoi un parere."
Rispose:
"Non mi serve un parere, mi serve una mano per arrivare a un editore".
Ebbi un tuffo al cuore che era l'aborto di una reazione violenta. Mi succede spesso, sono attimi sgradevoli. In quei momenti sento di portarmi dentro più strati di linguaggio: sopra c'è quello curato a cui ricorro di solito; sotto, le lastre si inarcano, la sintassi si spezza e vuole schizzare fuori un urlio schiumoso.
"Scusami, ho fretta" tagliai corto e ripresi a camminare.
"Aspetta."
Mi afferrò un braccio con dita robuste e non timide. Te metti che quella specie di sigaro stretto nella destra fosse un coltello con la lama a scatto.
"Guarda che ho pagato tutte quelle lezioni del cazzo solo per avere la possibilità di parlarti."
Disse così, usò proprio la parola cazzo, ma non bisogna pensare che la frase fosse pronunciata con disprezzo o malevolenza. Fui io che mi impressionai, gli sottrassi il braccio, mi guardai intorno. Per fortuna in quel momento passò un taxi e gli feci un cenno sperando che fosse libero.
"Mi dispiace per i tuoi soldi, li hai spesi male."
Il taxi si fermò, entrai, chiusi subito la portiera.
Il ragazzo mormorò accigliato, come se la mia reazione gli sembrasse deludente:
"II mio libro è bello".
Lo fissai per un attimo, poi diedi l'indirizzo al tassista senza rispondergli. Lui allora ebbe un gesto di sconforto e, dopo aver cercato nella borsa, gettò attraverso il finestrino mezzo aperto, sul sedile accanto all'autista, un dattiloscritto. Il tassista, che era appena ripartito, frenò di colpo come se temesse un'esplosione e mi lanciò uno sguardo spaventato attraverso lo specchietto retrovisore.
Io mormorai fintamente calmo: vada.
L'auto si mosse, scivolò nel traffico verso il lungotevere. L'uomo al volante aveva la schiena grossa, un aspetto trasandato. Attese un po', quindi mi passò il dattiloscritto con cautela. Lo presi, me lo tenni per tutto il viaggio sulle ginocchia e intanto provai a cacciare via l'agitazione. Mi domandai perché mi fossi indispettito, invece di affrontare la situazione con distacco. Poi respinsi la domanda e quasi mi assopii.

Recensioni dei clienti

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    Lina

    10/01/2015 19.49.46

    Starnone ama giocare di fino ma qui risulta lezioso e il romanzo si avvolge su se stesso come una matrioska. Resta sempre godibile la sua scrittura.

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