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Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2016
Pagine: 131 p. , Brossura
  • EAN: 9788815264244
Usato su Libraccio.it € 6,48

Può stupire che Il Mulino abbia affidato, nell’ambito della collana “Parole controtempo”, il volume dedicato al lavoro a un autore di teatro, Stefano Massini, ma l’apparente azzardo dà i suoi frutti. Lavoro è un libro che fa vibrare di indignazione e che sa essere leggero, pungente e ironico: un testo imprevedibile che non ha una tesi da dimostrare, ma che esplora, seguendo tutti i rivoli di una materia che ha connotati molteplici, ambigui e mutevoli. Una parola, i suoi significati e le sue variazioni sia quantitative (sovraccarico di significati e perdita di senso) sia qualitative (dalla fierezza alla marginalità). Variazioni che pur se indagate nell’ambito lessicale non perdono cogenza, anzi sanno illuminare e rendere esplicite incongruenze, menzogne, ridicole sovrapposizioni e paure. Alcune comparse di un libro necessariamente corale sanno essere molto divertenti come il signor Ludovico Buonarroti che si lamenta del figlio (Michelangelo) perché fa lo “spaccapietre” (la diffidenza e svalutazione reciproca tra lavoro manuale e lavoro intellettuale è una delle più vivaci e persistenti).

Tutt’altro tono e registro invece quando si spiega (con un sillogismo banale) che il work-shop non retribuito è come un book-shop in cui si sottraggono i libri senza pagarli: in italiano si chiama furto. La velocità e la portata dei cambiamenti, già avvenuti e in fieri, sono irreversibili e tali che chi non vede o non sa fare i conti con questa discontinuità (storica, sociale e linguistica) si condanna alla marginalità. Una buona parte di chi lavora oggi non sa neppure cosa esattamente vogliano dire parole-cose come congedo di maternità, scatti di anzianità, permesso sindacale, ferie retribuite, tredicesima, articolo 18, reintegro, sciopero generale... Oggi tutto è cambiato: i lavoratori contemporanei (specie se considerati su scala planetaria) non sono le masse operaie protagoniste e combattive a cui la sinistra politica e sindacale è (legittimamente) legata. E il tramonto di quell’epopea (nobile, ma irrimediabilmente passata) appare come “lo sporadico frammento di un ricordo dentro una generale amnesia” di cui “percepiamo perfino un vago sentore di origini preziose e intuiamo un brillare lontano. Ma è solo l’eco di un discorso andato”.

Recensione di Tiziana Magone