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Salvatore Niffoi

Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Edizione: 2
Anno edizione: 2005
Pagine: 161 p. , Brossura
  • EAN: 9788845919725
Disponibile anche in altri formati oppure usato:

È una Sardegna arcaica quella che tratteggia Niffoi in La leggenda di Redenta Tiria . Meglio, una Barbagia primitiva e feroce, anche se il romanzo è ambientato nella seconda metà del Novecento. Siamo ad Abacrasta, terra di pastori, povertà e violenza, funestata da tempo immemorabile da una sorta di maledizione che colpisce i suoi abitanti costringendoli, presto o tardi, tutti quanti a uccidersi. È una "Voce" a intimar loro di togliersi la vita, e quando chiama non c'è modo di opporvisi. Ci riuscirà solo Redenta Tiria, "una femmina cieca" giunta in paese da chissà dove, mettendo fine all'epidemia di suicidi. A narrare questa leggenda fiabesca è un ex "ufficiale dello Stato civile" di Abacrasta, scandendola in due parti - prima e dopo l'arrivo di Redenta - che ci narrano le disavventure sia di chi ha ceduto alla tentazione di levar la mano su di sé, sia di chi è stato salvato dal provvidenziale intervento di un deus ex machina davvero numinoso ("Sono la figlia del sole", dice di sé la Tiria).
Così il romanzo appare piuttosto una serie di racconti, aventi ognuno per protagonista questo o quell'abitante di Abacrasta, legati tra loro dal fil rouge della "Voce" assassina. Si tratta di personaggi rusticani - pecorai per lo più - i cui ritratti vengono incisi da Niffoi con una scrittura energica, sapida ed espressionistica, tesa a evocare un claustrofobico piccolo mondo pastorale condannato dalla coazione a ribadire costumanze e agiti tanto tradizionali quanto efferati, come le faide, l'abigeato, l'omicidio per vendetta o onore. C'è un aroma da oralità fiabesca in questa prosa dalle tinte fantasmatiche, ambientata in una Sardegna aurorale/brutale. Favoloso il bestiario: uccelli con il becco di bronzo, tori con corna di metallo. Medievale la religiosità superstiziosa della gente di Abacrasta che crede alle "fatture e alla predestinazione". Durissima la vita dei pastori; come aspro e a tratti quasi surreale il paesaggio. Calate in un'aura di magia le vicende dei personaggi più riusciti - dai suggestivi nomi vernacolari - quali il servo pastore Candidu Vargia, il "sordo, cieco e muto" Chilleddu Malevadau, o la prostituta per necessità Serafina Vuddi Vuddi.
Ogni capitolo, si accennava, è una storia conchiusa e a sé stante pur avendo sempre a che fare con la vocazione al suicidio. Ogni racconto illustra una vicenda singolare e Niffoi inventa diciannove avventure/sventure dei suoi protagonisti così ben congegnate, intriganti e a volte persino spassose, che vien voglia di scoprire in fretta come terminano, pur nella consapevolezza che il finale (solo quello, però) è sempre il medesimo, puntualmente con un suicidio nella prima parte del libro o con la rinuncia a esso, nella seconda. L'atmosfera psicologica, invece, oscilla sempre tra un ironico disincanto e uno scenario magico in cui irrompono voci oltremondane a suggerire o sconsigliare la scorciatoia per "il regno dei morti".
Niffoi racconta; la fantasia del fabulatore si scatena man mano che le pagine procedono e la sua, di primo acchito, pare una narrazione orale riversata in prosa, tanto la scrittura fila via liscia; ma una descrizione troppo accurata, una metafora troppo preziosa ci rivelano che si tratta di un registro stilistico-compositivo controllatissimo, dove ogni parola è ben ponderata. Unico neo: la storia di Benignu Motoretta, insolitamente narrata in prima persona dal protagonista ma poco schietta, in quanto il lessico colto utilizzato non può esser certo quello di un contadino.

Francesco Roat

Recensioni dei clienti

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    maurizio

    16/05/2011 14.17.40

    Concordo con molte recensioni negative. Libro che promette e non mantiene. La galleria dei prossimi suicidi è semplicemente stucchevole e anche la promessa del personaggio di Redenta Tiria, che arriva troppo tardi, non è solida. Insomma, la sensazione è che Niffoi pensi di essere diventato Garcia Marquez e di poter propinare al pubblico qualunque opera, senza sottoporla al proprio severo giudizio critico.

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    maria luisa

    17/11/2009 18.49.55

    Un'autentica delusione...uno dei libri peggiori che abbia mai letto!Ci risiamo, ancora una volta una Sardegna finta, artificiale nel linguaggio e nei contenuti.Una Sardegna che non è mai esistita nella realtà, ma corrisponde all'idea che i non sardi hanno di lei.Niffoi ha scritto, in un vano tentativo di imitare Camilleri,esattamente ciò che la casa editrice si aspettava da lui per farne il caso letterario dell'anno.Purtroppo, un libro brutto,scritto male,che promette ma non mantiene.Difficile leggerlo fino alla fine!

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    alessandro andronio

    21/06/2009 11.53.44

    Piacevole e avvincente. Interessanti gli esperimenti linguistici. Ha l'evidente difetto di essere un libro scritto a tavolino per dei non sardi: racconta la Sardegna che vorremmo vedere più che la Sardegna reale.

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    eli

    01/09/2008 23.55.16

    mi aspettavo un libro molto diverso leggendo la trama, ma in ogni caso è scorrevole e di lettura piacevole.

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    Alberto

    03/03/2008 10.35.01

    a mio parere non è assolutamente niente di speciale... l'idea delle impiccagioni e della Voce è eccezionale, lascia intravedere promettenti sviluppi ma la soria inizia a diventare monotona e a non esplicitare (proprio perchè ne è priva...) un significato profondo. La parte descittiva mi è piaciuta ma ripeto la morale non esiste, anzi esiste ma è banalissima! Il lessico usato è interessante ma portato agli eccessi può diventare anche fastidioso.

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    STEVENFAUST

    08/01/2008 14.03.55

    Il libro mi e' piaciuto. Certo non e' un capolavoro. Trovo che abbia qualcosa di autentico, artigianale. E che abbia anche un'anima, al contrario di quello che ho letto in qualche recensione. E' sempre da apprezzare questa letteratura se si vuole minore, proveniente da paesi carichi di storia, di leggende e di tradizioni.

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    Giuliopez

    07/01/2008 11.55.12

    Stupendo, magico! Premetto che finora ho letto solo questo di Niffoi, ma non mi fermerò certo qui. Non comprendo i commenti negativi. E' un libro originale,una scrittura mai banale, ma nemmeno difficile, anzi piacevole così come le storie fra realtà e leggenda raccontate... Chi mi aveva consigliato di partire dalla Leggenda di Redenta Tiria per apprezzare lo scrittore sardo aveva ragione!

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    Oblomov

    29/11/2007 16.04.11

    Che dire? L'ultima scoperta della Adelphi... Meno male che me lo hanno prestato.

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    Sandro Florenzo

    30/09/2007 11.12.22

    L'ho letto dopo La vedova scalza e certo non regge il confronto. Le storie raccontate sono suggestive.

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    riccardo

    25/01/2007 16.38.31

    un libro piacevole da leggere molto surreale

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    MB

    06/12/2006 12.00.51

    Niffoi sa scrivere! una scrittura piacevole e che non annoia. Una scrittura semplice e non banale. Il romanzo è una favola con un bel significato, un inno alla vita, un inno a non mollare.

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    Angelo

    07/11/2006 18.55.35

    L'ho trovato interessante all'inizio, poi, via via, ripetitivo ed alla fine francamente noioso ed anche banale. L'unico paragone che rieco a tracciare per via del ricorso alle espressioni dialettali è con Camilleri, solo che al siciliano si deve riconoscere una notevole capacità narrativa. Altri paragoni (Marquez!) mi sembrano ai limiti del blasfemo. Temo si tratti di un fenomeno mediatico che sta a dimostrare la scarsa cultura letteraria degli italiani e la dubbia etica professionale degli estasiati recensori. Ragazzi andate a leggervi i classici!

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    Anna Maria

    04/11/2006 18.33.07

    Che sia nato il nostro Garcia Marquez?

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    useli francesco

    26/09/2006 22.07.44

    Non si tradisce lo spirito sardo ma lo si evoca crudo, vivo e sincero. Un vero spaccato d'una terra ancora arcaica e affascinante , sempre ricca di suggestione per i valori legati alla natura selvaggia e alle tradizioni. Un'espressione insolita di linguaggio scritto che s'impone definito e concreto pur evocato da un mondo lontano quasi oggi inimmaginabile. Francesco .

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    Silvia

    14/05/2006 23.58.34

    splendido libro di un sardo di cui essere davvero fieri.

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    Giovanni L.F. Fiabane

    03/05/2006 17.13.16

    La narrazione dipinge con tratti decisi e precisi, e per mezzo dell'esempio, la situazione sociale odierna, nella quale la vita ha perso ogni significato, e la morte è diventata spettacolo qutidiano in pasto al pubblico, priva di ogni significato. Redenta Tiria ci riporta a tempi in cui la vita aveva il giusto valore, ed alla morte veniva attribuito il rispetto del silenzio e dell'ineluttabile. Redenta Tiria è la speranza che i tempi possano cambiare.

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    Francesca

    05/04/2006 15.26.20

    Non capisco davvero cosa ci si trovi in questo libro. E soprattutto non capisco cosa ci abbiano trovato all'Adelphi per tradire così la fiducia degli affezionati ai libri che pubblicano di solito! Ancora una volta una Sardegna proposta per stereotipi, più che per archetipi, e un uso della lingua sarda sovrabbondante, gratuito. L'accostamento a Spoon River è quantomeno blasfemo. Per fortuna la Sardegna ha altre voci, che raramente passano il mare, e così esportiamo solo Niffoi e Fois. Per tradizione le cose migliori le teniamo per noi; non ci siamo smentiti.

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    marilia

    17/03/2006 09.59.28

    un voto medio per un libro medio. e si che essendo sarda amo quasi a prescindere tutto quanto proviene dalla mia terra. ma in questo caso non posso proprio lodare l'autore.

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    cecilia passalacqua

    12/03/2006 21.50.08

    uno dei pochi libri che non sono riuscita a finire.

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    Giulio

    16/02/2006 16.42.32

    Da apprezzare il filone fantastico-mitico della morte che rapisce gli uomini con la sua voce, il carattere malinconico e selvaggio di alcuni personaggi, l'immediatezza del linguaggio. Ho sentito veri l'istinto di lasciarsi cadere in un mondo ancestrale fatto di voci e di spiriti, il rifiuto della vita in comune, l'anelito ad una libertà quasi animalesca. Tuttavia non è autentica la forza salvifica di Redenta Tiria, né i personaggi che essa salva. Sembra più un fantoccio meccanico messo lì apposta per far convergere tutto verso un lieto fine. Ci voleva più sincerità (e quindi più coraggio).

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