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    Fabrizio Porro

    19/02/2013 01:02:18

    Giustamente come diceva Sciascia : "Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna..."

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    Fabrizio Porro

    14/02/2013 15:27:30

    Sempre di grande attualità.

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A quindici anni dalla scomparsa di Leonardo Sciascia, Palazzolo ne ha pazientemente collazionato i (rari) interventi parlamentari e le interviste su temi politici; dal volume si evince la passione civile che nel giugno 1979 portò lo scrittore di Recalmuto dentro il Palazzo, in un'avventura per lui deludente, tanto è vero che - dopo avere seriamente meditato le dimissioni già nella primavera del 1980 - nella primavera 1983 lasciò la Camera senza rimpianti e con un senso di liberazione. Poteva tornare a concentrarsi sulla creazione letteraria. D'altronde, a convincere Sciascia dell'opportunità di candidarsi nelle liste radicali al Parlamento era stato un libro: L'Affaire Moro, interpretazione sofferta, e per certi aspetti profetica, del destino di un uomo e di una classe dirigente.

Alla dozzina di discorsi in aula sui temi della mafia e del terrorismo si aggiungono le trascrizioni degli interventi pronunziati, durante i lavori della commissione d'inchiesta Moro, nell'interlocuzione con autorevoli testi (Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Benigno Zaccagnini, Eleonora Moro, Enrico Berlinguer), una quindicina di interviste concesse a Radio radicale e tre interventi sul sequestro del magistrato D'Urso da parte delle Brigate rosse. La lettura dei brevi discorsi del deputato radicale ne rivela l'irriducibile alterità rispetto al consociativismo di un'aristocrazia che, pure divisa in schieramenti l'un contro l'altro armati, condivide(va) una quantità di privilegi e pratica(va) comportamenti apparentemente schizofrenici, ma lineari se valutati col criterio della convenienza.

La solitudine di Sciascia nell'ambiente naturale dei professionisti della politica è bene espressa dallÆincipit del discorso pronunziato il 23 gennaio 1980: "Signor presidente, signori colleghi, una delle cose che più mi sgomentano in questa mia breve esperienza parlamentare è la constatazione di una doppiezza tra il dire e il fare e tra il dire e il dire, che si realizza con scarti minimi di tempo e di spazio, cioè tra quest'aula e il cosiddetto transatlantico; tra quello che si dice e si fa in quest'aula e quello che si dice prima di entrarvi o appena usciti. Fuori di quest'aula ho sentito definire, con lodevole sintesi, uno schifo il provvedimento sull'editoria da parte di persone che qui dentro lo votano; sento definire inutili, inutili contro il terrorismo, i provvedimenti in esame e li sento definire così da parte di molti che con quasi assoluta certezza sono disposti a votarli". Frasi scandite in un'aula distratta e semideserta, priva di un rappresentante del governo, nel corso di una delle tante sedute dominate dalla vuota ritualità della politica. Interventi, quelli di Sciascia, mai banali e spesso controcorrente rispetto agli umori della sua stessa parte politica.

Il volume si conclude col testo di un inconsueto Congedo, pronunciato il 25 maggio 1983, che restituisce la dimensione autentica dello scrittore, la straordinaria riservatezza, il rispetto per gli altri e per la sua vera missione: "Non ho dato molto lavoro agli stenografi. Credo che il mio intervento più lungo non sia durato più di 10 minuti; facendo parte di un partito in cui si sono battuti i record di 18-19 ore, non voleva essere un dissenso. Considero l'ostruzionismo come un'arma parlamentare [da utilizzare] in determinati momenti; non voleva essere dunque un dissenso, ma un abito di vita, un rispetto per le parole che non riuscivo a superare: non ho mai partecipato all'ostruzionismo del Partito radicale non perché non lo ritenessi giusto in determinati momenti, ma perché non riuscivo, per il mio mestiere, a superare il rispetto per la parola. So di non essere stato un deputato esemplare. Invidiavo i miei colleghi come Boato e Tessari che avevano un'attività parlamentare perfetta, precisa. Io non sono riuscito a tanto. Ho fatto quello che ho potuto. Ora torno a scrivere".

Commiato assolutamente coerente con lo spirito con cui Sciascia era entrato in Parlamento, come si desume da un suo scritto pubblicato dal "Corriere della Sera" il 20 giugno 1979: "Da un banco alto della sinistra guardavo quelle centinaia di facce confitte nei gironi degli scanni e sentivo le voci raccogliersi indistinte, salire, gonfiarsi e ribollire come una nuvola. Una sorda e grigia umanità di condannati che si considerano eletti. Solo che si sentissero condannati: e sarebbero meno sordi, meno grigi. Al contrario che nel regno di Dio, in una Repubblica democratica molti sono gli eletti, pochi i chiamati".