Lesioni personali

Scott Turow

Traduttore: T. Dobner
Editore: Mondadori
Anno edizione: 2001
Formato: Tascabile
Pagine: 429 p.
  • EAN: 9788804499268
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Recensioni dei clienti

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    Massimo Buonocore

    02/01/2018 16:51:43

    Innanzitutto non puoi avere dieci personaggi che chiami a volte per nome, a volte per cognome ed a volte per soprannome. Se devo memorizzare 30 nomi divento matto. Sono arrivato a pagina 154 e mi sto annoiando a morte; lo finirò perché altri suoi romanzi mi erano piaciuti e spero che le cose migliorino. Va bene che sono abituato a Grisham, ma la differenza è abissale.

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    Filippo

    09/05/2008 12:49:47

    Buon libro di Turow. A mio avviso, un unico difetto: il libro è narrato in prima persona da un soggetto che non è poi il personaggio principale dell'intera vicenda (Robbie Feaver); ciò comporta, talvolta, il rischio di non ricordarsi, durante la lettura, che chi sta parlando non è Feaver, bensì il suo avvocato. Sulla copertina del libro, poi, si fa riferimento al fatto che la vicenda è ispirata ad una storia realmente accaduta; a ciò, però, Turow non accenna. Comunque, bravo Scott.

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    raffaella

    10/12/2006 15:43:54

    all inizio è un pò noioso...ma poi si riprende benissimo, trama splendida e un finale....è da leggere... compratelo!!!

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    Giorgio

    15/02/2005 10:31:38

    Scarsino ed inconcludente.

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    Elena

    24/02/2004 01:10:12

    bello, mi catturato fino alla fine anche se in certi punti l'ho trovato leggermente macchinoso... lo consiglierei anche se ho letto molto poco di questo genere-

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    Picasso

    14/12/2001 15:50:00

    Ben fatto, accattivante, di gradevole lettura. Un difetto? Pare un libro costruito "a tavolino": una trama perfetta che, come molte altre, sembra nata già per essere un best seller planetario da trasformare poi (ovviamente...)in legal thriller miliardario.

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«Non c'è nessuno scopo preciso, se non vincere, e anche quello, alla lunga, non conta niente. Credi di poter trovare un senso se ti fermi a riflettere? Credi che Dio abbia fatto un universo ordinato? Ecco dov'è la ridicolaggine della legge. A noi piace far finta che renda la vita più ragionevole. Figuriamoci.»

Gli autori di best seller hanno, dopo qualche successo, la cattiva abitudine di riscrivere sempre lo stesso libro. Questo non avviene, fortunatamente, per Scott Turow che non sembra perdere tensione, originalità e interesse, col passare del tempo e con l'incrementarsi dei successi.

Lesioni personali racconta la vicenda di un avvocato, Robbie Feaver, che si occupa prevalentemente di cause per lesioni. Bello, seduttivo, intelligente, sembra la classica figura del vincente, se non avesse un grave problema familiare e un altrettanto grave "neo" nella professione: la moglie, bellissima, amata e sfortunata, è affetta da un male incurabile; la ricchezza accumulata e il successo nei processi sono in gran parte dovuti ad un sistema di corruzione perpetrata su giudici compiacenti.

Il reato viene scoperto, lo scandalo potrebbe esplodere travolgendo Robbie e il suo affermato studio; gli viene però data un'ultima chance: collaborare con l'Fbi che è intenzionata a fare piazza pulita della corruzione nella Giustizia. Questa via d'uscita non è di certo indolore, prevede infatti che Feaver agisca in completa solitudine, senza rivelare nulla a Mort, suo amico e socio (questo personaggio si rivelerà solo molto tardi nella narrazione).

Il gioco è così complesso che prevede molti attori, tra questi l'agente messa al fianco di Feaver, Evon Miller, una ragazza che appare glaciale e perfetta nel recitare la sua parte, ma che nel suo passato ha qualcosa di terribile, di inconfessabile. La distanza tra i due appare incolmabile, anche se sono costretti a trascorrere quotidianamente insieme molte ore e a fingere una relazione (la credibilità della tresca tra i due è data dalla fama di grande conquistatore che l'avvocato si è costruita sul campo, con anni e anni di "pratica"). Evon ha frustrazioni infantili da compensare, paure da superare, una battaglia con se stessa da vincere e le resistenze all'intrusione psicologica di Robbie sono fortissime, ma alla fine nascerà una particolare complicità tra controllore e controllato.

Pulire l'ambiente giudiziario da corruzione e imbrogli è lo scopo della vita del procuratore Stan Sennett, l'ha giurato a sé e ai proprio ricordi infantili di soprusi e di abusi. Duro, inflessibile, ha uno scopo e, per perseguirlo, ogni mezzo gli sembra lecito, e la sua personalità non mostra mai dubbi o tentennamenti.

Narratore è l'avvocato di Robbie Feaver: credibile è l'identificazione tra autore e narratore, considerando che Turow svolge con pari intensità e dedizione l'attività di scrittore e quella di avvocato in un importante studio legale.

E questo si avverte: niente di quanto è descritto è inverosimile, niente è fittizio. Ma oltre alla professionalità e alla tecnica nel costruire un intreccio interessante Turow ha un qualcosa in più. I suoi personaggi non sono mai monolitici, la loro ambiguità è sottile, le personalità presentate mostrano discrepanza tra il loro apparire e il loro essere, insomma l'autore è capace di creare uomini veri, non maschere, non tipi, e questa ricerca, questa acutezza di sguardo, rende la lettura di Lesioni personali, così come degli altri romanzi di Turow, interessante, non solo divertente. Ci si trova davanti a un best seller "d'autore", che merita il favore del pubblico e non nasce solo da una trovata commerciale e da una campagna pubblicitaria.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

1

Sapeva che era un imbroglio e che l'avrebbero pizzicato. Sapeva che sarebbe successo un giorno o l'altro.
Erano stati stupidi, anzi, ammise, spudoratamente avidi. Avrebbero dovuto fermarsi prima. Invece, ogni volta che affiorava il pensiero di smettere, si sorprendeva a congegnarne qualcuna di peggio. Ora sapeva di essere nei guai.
Il solito motivetto. In più di venti e rotti anni, le persone che si erano sedute in quella poltrona di pelle davanti alla mia scrivania avevano selezionato nel loro juke-box sempre gli stessi inesorabili pezzi. "Non sono stato io. È stato quell'altro. Perché se la prendono con me." Il ritornello che mi si offriva quel giorno, "Sono pentito", era il più gettonato. In compenso da me si aspettavano di sentire immancabilmente la medesima tiritera: "Forse posso tirartene fuori". E io la ripetevo, pur sapendo che non di rado dovevo rimangiarmela. Ma è un brutto affare essere l'unica via di uscita di qualcuno.
Questa è la storia di un avvocato, di quelle che agli avvocati piace sentire e raccontare. Di un caso. Di un cliente. Si chiamava Robert Feaver. Tutti lo conoscevano come Robbie, sebbene a quarantadue anni, tanti mi aveva detto di averne quando gliel'avevo chiesto, mi pareva un po' stagionato per i diminutivi. L'anno era il 1992, seconda settimana di settembre. I tuttologi non erano più tanto sicuri che Ross Perot sarebbe stato il prossimo presidente degli Stati Uniti e la coppia "punto" e "com" non aveva ancora fatto conoscenza. Ricordo quel periodo con precisione perché la settimana prima ero tornato in Virginia a dare l'estremo saluto a mio padre. La sua dipartita che nel corso degli anni avevo previsto di accettare come un fatto naturale, aveva invece pervaso tutti i miei momenti di veglia della qualità remota che hanno i sogni, cosicché persino la mia mano, quando la consideravo, mi sembrava separata dal mio corpo.
I problemi di Robbie Feaver erano più immediati. La sera prima erano andati a fargli visita a casa tre agenti speciali della divisione investigativa del Fisco, uno per parlare e due per ascoltare. Erano, al solito, uomini trasandati, in giacca sportiva da pochi dollari, seri ma garbati. Gli avevano consegnato un ordine emesso dal gran giurì per il sequestro di tutte le scritture contabili dello studio legale di cui era socio e avevano cercato di porgli domande sulle sue dichiarazioni dei redditi, alle quali aveva saggiamente rifiutato di rispondere. Come preferiva, aveva ribattuto il solo agente che gli aveva parlato. Ma avevano un paio di cosucce da riferirgli. Notizie buone e cattive. Prima quelle cattive.
Sapevano. Sapevano che cosa lui e Morton Dinnerstein, il suo socio, stavano facendo. Sapevano che da anni depositavano di tanto in tanto su un conto segreto presso la River National Bank, peraltro esclusa dal normale giro d'affari dello studio, un assegno incassato dopo aver vinto o comunque risolto a vantaggio dei propri clienti una o l'altra delle cause per lesioni personali di cui si occupavano. Sapevano che, prelevando dal conto alla River National, Dinnerstein e Feaver avevano distribuito il loro guadagno, secondo le percentuali previste: due terzi ai clienti, un nono ai procacciatori, quote minori a periti o assistenti. Ciascuno aveva visto saldate le sue spettanze. Tranne l'ufficio del Fisco. Sapevano che già da anni Feaver e il suo socio staccavano assegni per ridurre il fondo attivo del loro conto senza pagare un centesimo di tasse.
Siete fottuti, ragazzi, aveva concluso l'agente. Ora Robbie rise, pochissimo, nel ripetere quelle parole.
Io non gli chiesi come avessero potuto pensare che un trucchetto così puerile funzionasse. Ero abituato da tempo alla variegata balordaggine con cui la gente si ficcava nelle grane. E poi restava il fatto che aveva funzionato senza intoppi per anni. Era improbabile che un conto come quello, che non fruttava interessi, suscitasse la curiosità della tributaria. Era casomai singolare che fosse stato scoperto, si poteva pensare soltanto a una bizzarra coincidenza o, mettendoci un po' di sale, alla classica spiata.
Feaver aveva ricevuto gli agenti in soggiorno. Si era piazzato al centro del divano in seta bianca a tentare di darsi un contegno. Di sorridere. Di mostrarsi sicuro di sé. Aveva aperto la bocca per parlare ma si era bloccato per l'inattesa sensazione di un rivoletto di sudore freddo che gli scivolava lungo il fianco prima di essere assorbito dall'elastico dei boxer. E la buona notizia? aveva chiesto al secondo tentativo.
Ci stavano arrivando aveva risposto l'agente. La buona notizia era che Robbie aveva una possibilità. C'era forse qualcosa che poteva fare per uscirne e che, con la sua situazione familiare, gli conveniva considerare.