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Credo che il libro di Giuseppe Conte, "Lettera ai disperati sulla primavera" (titolo e idea sono di un libro di J. Giono mai scritto), prima ancora di essere un'opera di non comune bellezza, è un libro necessario in un momento di confusione e disorientamento. Si tratta di un pamphlet sociopolitico non privo di implicazioni culturali ed etiche. Un libro giusto, pubblicato per giunta al momento giusto. Un'opera che rivela in Conte rigore e lucidità, nonché la fedeltà a un ideale di bellezza e di poesia che è una costante nella sua produzione in prosa e in versi. A tutto ciò si aggiungano la volontà di resistere, la necessità di non arrendersi all'omologazione dilagante e la fede in una palingenesi spirituale e morale che si accompagni al risveglio della natura (cfr. la primavera), al trionfo della bellezza e al rilancio della poesia. Da qui i continui rimandi o riferimenti ai grandi poeti del passato, in particolare i preromantici, Foscolo e Shelley innanzitutto. Ma non può essere dimenticato l'ultimo Leopardi, il Leopardi "eroico" per dirla con Binni, la cui volontà di resistere, splendidamente rappresentata in "La ginestra", non a caso prende le mosse dalla disperazione che aleggia nel canto "A se stesso". "Dispera l'ultima volta." "Omai disprezza..." imperativi fortemente assonanzati che connotano esortazione a continuare la più disperata eroica protesta contro "il brutto poter che a comun danno impera". E questa capacità di denuncia e di ribellione è anche prova, in Leopardi come in Conte, della liberazione dal dolore che ha operato la parola lirica, e di conseguenza della misura della loro arte. Francesco Improta
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