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Curatore: C. Leonardi
Editore: Mondadori
Anno edizione: 2005
Pagine: LX-615 p. , Rilegato
  • EAN: 9788804545361
Si deve essere grati a Claudio Leonardi e ai suoi collaboratori per la pubblicazione di questo secondo volume della Letteratura francescana dei quattro in programma – il primo era dedicato a Francesco e Chiara d'Assisi – per molteplici ragioni. È stato infatti confezionato mantenendo un delicato equilibrio tra due esigenze: quella di consentire a un vasto pubblico colto un'agevole lettura critica di alcune delle più importanti Vite di san Francesco scritte nella prima metà del XIII secolo e quello di intervenire all'interno del dibattito storiografico sugli studi francescani con un'interpretazione forte e "controcorrente", ma rigorosamente coerente con una riflessione pluridecennale sulla storia del francescanesimo, che trova nella pubblicazione dell'intera serie il suo coronamento.
Innanzitutto può essere utile conoscere quali siano i testi agiografici selezionati dal curatore, tutti preceduti da una puntuale sua presentazione e affiancati dalle nuove traduzioni italiane realizzate da Daniele Solvi, Francesco Stella e Roberto Gamberoni: un contributo innovativo e un aggiornamento indispensabile rispetto alle traduzioni tuttora in circolazione, più funzionali ai compiti pastorali dei frati minori che alla conoscenza storico-critica degli scritti sull'Assisiate.
Particolarmente felice risulta la scelta delle tre agiografie riportate nella loro completezza: la Vita beati Francisci, (chiamata anche Vita prima), composta attorno al 1228-29, a due anni dalla morte di Francesco, dal frate minore Tommaso da Celano per ordine di papa Gregorio IX, che proprio in questi anni sta ricevendo una nuova e meritata attenzione storiografica; l'Officium rhiytmicum, scritto e musicato tra il 1230 e il 1235 dal frate compositore Giuliano da Spira, al cui interno sono collocati anche alcuni inni ecclesiastici composti dai cardinali Tommaso da Capua e Raniero Capocci e dallo stesso papa Gregorio IX, testo bello, interessante e poco commentato anche nel mondo degli studi; il De inceptione vel fundamento ordinis (o Anonimo Perugino), che la critica attribuisce a Giovanni da Perugia – lo avrebbe scritto intorno al 1240 – e che rappresenta un'interpretazione degli esordi minoritici maggiormente incentrata, più che sulla figura di Francesco, sul primo gruppo di discepoli che si raccolse attorno al santo, quasi "un'agiografia collettiva".
Più problematica risulta invece l'antologia di testi tratti da cinque altre opere agiografiche, probabilmente tutte composte dopo il capitolo generale dei Minori di Genova del 1244. La selezione dei brani ospitati nella sezione Tradizione dei compagni è certamente esemplificativa e significativa ma, nonostante la cautela con cui il curatore dichiara correttamente il tipo di opzione privilegiata e specifica il contesto storico di ogni opera, rischia di trasmettere un'idea un po' riduttiva delle opere da cui sono stati tratti, alcune delle quali, se anche non ebbero una straordinaria diffusione durante il medioevo, hanno rivestito una significativa rilevanza nel corso del XX secolo.
È qui impossibile rendere conto della complessità del saggio introduttivo di Leonardi che sostiene l'intera impalcatura del volume. Si possono accennare alcune considerazioni che suggeriscano al lettore perché vale la pena di accostare, riflettere e discutere questa interpretazione del francescanesimo primitivo. Innanzitutto, perché si legge bene: l'autore riesce ad accompagnare il lettore attraverso un secolo e più di letteratura francescana, collocandola nel contesto della storia dell'ordine minoritico e riassumendo le principali posizioni del dibattito storiografico che si è sviluppato, soprattutto nel corso del XX secolo (la cosiddetta "questione francescana", alla ricerca del "Francesco storico"). La piacevole semplicità espositiva, scorrevole e pacata, non deve tuttavia trarre in inganno sulla pacifica ovvietà della sua trattazione, perché sostiene un'interpretazione totalmente in controtendenza rispetto alle acquisizioni storiografiche odierne su almeno due aspetti dirimenti. Il primo concerne la figura di Francesco e la storia dell'ordine: per Leonardi "il Francesco storico" è il Francesco mistico, il suo esempio è personale e non sociale, la povertà è a difesa della mistica e l'ordine nasce come annuncio di questa condizione. Il risultato è un parere fortemente negativo, sul versante del giudizio storico, rispetto agli sviluppi dell'ordine minoritico tra XIII e XIV secolo, soprattutto nelle sue componenti spirituali di ascendenza gioachimitica (privilegiando la difesa della povertà assoluta e della perfezione collettiva avrebbero frainteso la proposta francescana, salvaguardata e salvata come eredità, invece, nel XIV secolo, proprio dal pontificato ostile di Giovanni XXII); e una decisa presa di distanza, dal punto di vista storiografico, dalle interpretazioni prevalenti nel Novecento: quella del "Francesco sociale" o rivoluzionario, oppure quella relativa alla testimonianza cristiana di Francesco priva di ogni intento di proselitismo e incentrata, oltre che sulla povertà, "sulla riscoperta di quell'umanità povera e sottomessa che il Cristo ha assunto con la sua incarnazione" (Giovanni Miccoli, Francesco d'Assisi, Einaudi, 1991).
Il secondo punto riguarda l'impiego del testo agiografico ovvero di un testo letterario con finalità spirituali, ai fini della ricerca sul "Francesco storico". Il curatore tende a ridimensionare l'apporto storico-biografico delle agiografie su Francesco, mentre accoglie la loro importanza per lo studio storico del francescanesimo: soprattutto propone l'autonomia dell'agiografia come metatesto, "come una storiografia che è in grado di comprendere tra i fatti storici anche quelli spirituali e mistici. Se la mistica è possibile, se i miracoli sono possibili, se la santità di un uomo è possibile, è possibile anche descrivere questa vita: questo è il compito dell'agiografia". Si potrebbe a lungo discutere sulle singole proposte interpretative del curatore, sempre accompagnate, peraltro, da uno spessore argomentativo e da un acume intellettuale e critico, capace di sollecitare la riflessione a prescindere dalle proprie personali posizioni.
Tuttavia, la posta in gioco non riguarda una questione di carattere metodologico sulle potenzialità del genere agiografico né di ordine storiografico sulle diverse letture della figura dell'Assisiate e del francescanesimo: all'interno di questi due piani sarebbe infatti possibile confrontare interpretazioni differenti e, magari, trovare anche più concilianti convergenze tra gli aspetti spirituali e sociali di un'esperienza storica così complessa e articolata. La questione davvero dirimente sembra riguardare, ben oltre Francesco d'Assisi, i limiti e le potenzialità del metodo storico contemporaneo di impianto razionalistico, così come si è costruito negli ultimi secoli, ricercando una sua peculiare identità scientifica nel corso del Novecento, proprio a partire da un presupposto razionalista (un nome per tutti, quello di Marc Bloch, come autore dei Rois Thaumaturges), al quale Leonardi sembra contrapporre una convinta resistenza.
Non è causale che questo avvenga proprio sul terreno della storia religiosa, perché è stato proprio all'interno della riflessione sulla relazione tra individuo, natura e storia, rispetto a una concezione provvidenzialistica dell'esistenza, che si sono andati costruendo e organizzando, almeno dal XVII secolo, tanto nell'ambito degli studi naturali quanto in quello degli studi storico-filologici, quelle nuove forme del sapere che oggi tendiamo a collocare nella categoria del moderno. Anche per questo non ha molto senso la critica, sovente rivolta allo studioso, di inserire elementi teologizzanti all'interno del discorso storico, né la discussione può essere risolta in una prospettiva politically correct, imperniata sulla doverosa conoscenza dell'elaborazione teologica da parte degli storici e sulla necessità, d'altro canto, di un corretto impiego del metodo storico all'interno degli studi teologici: perché la critica di Leonardi sembra a me più radicale e riguarda la denuncia dei limiti di questa concezione della storia elaborata all'interno della cultura occidentale europea da premesse razionalistiche e nella quale si riconosce attualmente la più parte della comunità scientifica: ma che è anch'essa, paradossalmente, un prodotto storico e storicizzabile.
Il libro si chiude con l'impegnato studio critico di Daniele Solvi, un percorso di approfondimento tra l'esegesi critica e una forte consapevolezza storiografica e riflessione personale che dialoga ma non coincide con l'impostazione del saggio introduttivo, offrendo stimoli e preziosi.
  Raimondo Michetti