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Leone Ginzburg

Curatore: L. Mangoni
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
Pagine: XXII-377 p. , Brossura
  • EAN: 9788806165666

Non è ammissibile il "rispetto per le opinioni altrui" quando queste invitano a "parteggiare per gli oppressori invece che per le vittime", poiché "non esiste possibilità di rispetto per chi parte da presupposti morali artificiosi e usa un linguaggio in cui il significato delle parole più auguste - 'patria', 'libertà', 'religione' - è miserevolmente svisato e pervertito". Con queste parole, quanto mai attuali, inizia l'abbozzo di saggio La tradizione del Risorgimento scritto da Leone Ginzburg nella primavera 1943, quando si trovava confinato a Pizzoli in provincia dell'Aquila.

Le lettere ora pubblicate illustrano questa tensione morale dell'uomo e dello studioso negli anni meno conosciuti della sua breve vita, e confermano, insieme, la cifra particolare che ha connotato l'intellettualità torinese attiva a Torino durante il fascismo e nella fase di costruzione della Repubblica. I nomi che circolano nell'epistolario, di Monti e di Pavese, di Santorre Debenedetti o di Salvatorelli, Mila, Foa, Venturi, Bobbio, Carlo Levi e Antonicelli, sono esempi di una presenza culturale votata all'impegno civile che non ha forse uguali nel panorama italiano di quel periodo. Sono gli uomini che gravitano attorno alla casa editrice fondata nel 1933 da Giulio Einaudi, e molti li ritroviamo segnati nei registri del carcere e del confino dove li condusse l'oppressione fascista.

Einaudi ha pubblicato molti dei loro testi e, di recente, le lettere dal carcere di Foa e di Mila. Quelle dell'"ebreo straniero" Ginzburg, che dopo essere stato incarcerato nel 1934-36 per l'appartenenza a Giustizia e libertà fu confinato nel giugno 1940 come "internato civile di guerra", sono lettere di natura diversa, quasi tutte di lavoro e non dirette ai familiari, ma riescono comunque a restituirci aspetti molteplici di una figura fino a pochi anni fa più spesso evocata che analizzata a fondo. Dopo la raccolta di Scritti presentata nel 1964 da Bobbio, e opportunamente riproposta nel 2000 sempre da Einaudi con una ricca prefazione di Luisa Mangoni, la vicenda intellettuale di Ginzburg è stata ripercorsa nel cinquantenario della morte nel volume L'itinerario di Leone Ginzburg a cura di Nicola Tranfaglia, dove era apparso un documentato contributo di Angelo d'Orsi poi sviluppato nel suo Intellettuali nel Novecento italiano del 2001, e nell'accurata voce a lui dedicata nel 2000 da Gianni Sofri nel Dizionario biografico degli italiani.

Il corpus principale di questo volume è costituito dalle lettere dal confino, dal 13 giugno 1940 al 4 agosto 1943, indirizzate quasi tutte alla casa editrice Einaudi e dal prevalente contenuto "professionale", cui seguono quelle dell'agosto-settembre 1943; in appendice sono pubblicate le lettere inviate a Croce dal 31 gennaio 1930 al 18 maggio 1940 e quelle ad Alberto Carocci dal 3 settembre 1932 al 3 agosto 1939, in gran parte già apparse rispettivamente su "Il Ponte" nel 1977 e nel volume del 1979 Lettere a Solaria, ma tutte ricontrollate sugli originali. L'edizione è encomiabile per l'ampia ricerca archivistica, la cura filologica e la ricchezza delle annotazioni, nelle quali sono riprodotti scambi epistolari tra i collaboratori di Einaudi, documenti tratti dall'Archivio centrale dello Stato e brani di altre lettere di Ginzburg che farebbero desiderare un'edizione più ampia del suo epistolario.

Principale interlocutore diretto e indiretto, in un dialogo non solo culturale, è Croce, col quale il ventiduenne Ginzburg inizia il suo rapporto senza timori reverenziali, indicandogli errori e suggerendo varianti - in gran parte accolte dall'autore, come risulta dai riscontri di Luisa Mangoni - per le parti sulla Russia della Storia d'Europa che erano state pubblicate prima che l'opera apparisse in volume nel 1932: un lavoro che "rileggeremo ogni anno, per molti anni, e ne trarremo ogni volta nuovo giovamento", gli scrive Ginzburg. A Croce comunica notizie sulla "Rivista di storia europea" che Nello Rosselli sperava di varare, discute dal 1934 del "nostro progetto" per la ristampa dei saggi sulla concezione materialistica della storia di Labriola, realizzato nel 1938, a lui dichiara il 18 maggio 1940, all'entrata in guerra dell'Italia, che "si desidera ancora credere in un avvenire umano", e a Croce è indirizzata il 14 agosto 1943 una delle prime lettere dopo il confino in cui Ginzburg esprime i suoi timori per un radicamento effettivo della libertà nel paese, poiché è necessario, aggiunge il 25 agosto, "incivilire la gente" soffocata da un nazionalismo duro a morire.

Non è un altro Ginzburg quello che svolge il suo lavoro editoriale da Pizzoli, anche se le condizioni in cui è costretto a scrivere mettono in ombra il versante politico della sua personalità. Quando molti anni fa, preparando il mio studio sulle origini della Einaudi, esaminai le lettere inviate da Ginzburg alla casa editrice alla cui nascita aveva dato un contributo decisivo, rimasi del resto colpito dalla meticolosità delle osservazioni sui volumi e sulle traduzioni, dalla fermezza con cui affermava e argomentava le proprie convinzioni, ma anche dall'umiltà dimostrata nell'adattarsi al ruolo apparentemente minore di correttore di bozze. Rileggendole ora con occhi diversi, non condizionato dalle finalità di uno studio specifico, mi hanno colpito invece proprio il suo orgoglio per questo lavoro, che non si esauriva nei pareri sulle scelte o sulle prefazioni e le note ai testi, e il valore che il "prof." Ginzburg (come si firma scrivendo all'editore) attribuiva alla cura della pagina a stampa nei più minuti particolari, secondo uno stile che lo avvicina anche per questo aspetto a intellettuali come Croce, al cui giudizio filologico si era affidato curando nel 1938 i Canti di Leopardi per gli "Scrittori d'Italia" di Laterza.

Ginzburg ha forte, e cerca di trasmettere, il senso del mestiere editoriale, pur da una lontananza che gli sembra lo emargini dal luogo delle decisioni. Segue in prima persona la collana "Narratori stranieri tradotti" e in particolare i testi della letteratura russa, la "Nuova raccolta di classici italiani annotati" diretta da Santorre Debenedetti che considera suo "maestro" e dal quale si accomiata estendendo sempre affettuosamente i saluti ai suoi "mici", gli "Scrittori di storia" e la "Biblioteca di cultura storica", collana che alla fine del 1942 ritiene "in testa alle consimili che esistono in Italia". Questa attenzione è accompagnata da una forte sensibilità per le esigenze del mercato - convince l'editore a intitolare "Narratori contemporanei" la collana "Biblioteca dello struzzo", perché questo nome "farebbe pensare a libri indigeribili" - e per il "rispetto del lettore". Rispetto che si raggiunge con la correttezza delle edizioni, con la "pedantesca esattezza" dei criteri usati (le virgole, i trattini, gli accenti acuti e gravi) su cui Ginzburg insiste continuamente. Ciò non gli fa ovviamente dimenticare la capacità propositiva di un editore che non è affidata solo ai contenuti, come osserva giudicando nel 1942 la "gara" tra la "Universale Einaudi" e "Corona" di Bompiani diretta da Vittorini, che gli sembra avere un aspetto esteriore e un ritmo di uscita migliori.

Le lettere, circa cinque al mese, sono anche un mezzo per sfuggire all'isolamento del confino, pur alleviato dalla presenza dei figli e della moglie Natalia, che proprio a Pizzoli scrive La strada che va in città con lo pseudonimo, imposto dalle leggi razziali, di Alessandra Tornimparte. "Monotonia" è il termine che ricorre più spesso, a indicare, pur in mezzo a "questa gente modesta e gentile che è proprio il popolo italiano di sempre", il desiderio di contatti più intensi con il "mondo delle umane lettere", come scrive a Calamandrei. Non poteva infatti essere appieno soddisfatto dallo studio di Manzoni, Gioberti e Cattaneo, dalle traduzioni e dalle prefazioni ai testi di Dostoevskij e Tolstoj o dalla lettura della "Critica". Un desiderio, soprattutto, di azione, che solo raramente riesce a filtrare dalle lettere sottoposte a censura - l'8 maggio 1941 "Argomenti" gli appare "la più umana" fra le riviste dirette da Alberto Carocci, cioè quella più vicina ai problemi della vita, ricordandogli forse "La cultura" einaudiana -, ma che, assieme alla frequenza delle lettere, aumenta quando sente avvicinarsi la fine della guerra, per esplodere nei frenetici mesi che passano dalla liberazione dal confino, nell'agosto 1943, alla tragica morte il 5 febbraio 1944.

Ebbe poco tempo per agire, perché nel novembre 1943 fu arrestato assieme agli altri redattori di "Italia libera", e una breve testimonianza di Claudio Pavone rievoca il giorno in cui "fu portato via" dai tedeschi. Si comprende come nel 1944 Natalia Ginzburg potesse parlare, in Inverno in Abruzzo, del periodo del confino come del "tempo migliore" della sua vita, perché ricco di esperienze condivise, finite per sempre: "C'è una certa monotona uniformità nei destini degli uomini (...). I sogni non si avverano mai e non appena li vediamo spezzati, comprendiamo a un tratto che le gioie maggiori della nostra vita sono fuori della realtà. Non appena li vediamo spezzati, ci struggiamo di nostalgia per il tempo che fervevano in noi. La nostra sorte trascorre in questa vicenda di speranze e di nostalgie".