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Vittorio Foa

Curatore: F. Montevecchi
Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 1998
Pagine: 1111 p.
  • EAN: 9788806148409

recensione di Sofri, A., L'Indice 1998, n. 9

Credevo di conoscere bene Vittorio Foa: abbastanza bene, insomma. Lo avevo frequentato in privato, avevo avuto a che fare con lui in pubblico. A proposito: nel 1976, ci fu una lunga diatriba sulla presentazione comune di una lista elettorale fra i gruppi a sinistra del Pci. Il mio gruppo la auspicava, altri non la volevano. Alla fine, la si accettò, a condizione che alcuni di noi personalmente non si candidassero - condizione meschina, ma che ci rallegrava: eravamo poco elettoralisti - e che i nostri candidati tenessero gli ultimi posti della lista. La quale ebbe un risultato striminzito, per demerito di tutti, e così sia. Fra i candidati ce n'erano alcuni di bandiera, che si erano impegnati a dimettersi se fossero stati eletti, cedendo il posto ai secondi. Il più prestigioso era Vittorio Foa, che fu eletto, e si dimise senza esitare: altri non lo fecero - anche loro senza esitare. A tutto il bene - troppo? non è mai troppo - che si dice ora di Foa, volevo aggiungere questo piccolo episodio di lealtà e disinteresse. Dunque, credevo di conoscerlo bene. Amici proprio, non dirò che fossimo. Mi viene da sorridere a ricordare ora quello che - trent'anni fa, quasi! - mi piaceva meno di lui: l'impressione di un eccesso di politicismo, di un gusto da intenditore dei meccanismi e delle "leggi" della politica, che mi sembrava un po' troppo scettico, anche se non cinico. Allora, la politica e i suoi meccanismi noi li disprezzavamo. (Fu poi imbarazzante, infatti, trovarsi a contrattare primi e ultimi della lista).
Ora che ho ripensato a questa diffidenza da nuovi arrivati verso un Foa che mi sembrava concedere troppo alle lezioni della politica (e della storia), mi ricordo anche della prima volta che lo incontrai. Dev'essere stato il 1963, ero andato a Milano, alla Camera del Lavoro - pressocché di fronte al Tribunale, guarda com'è piccolo il mondo - per una qualche riunione sul contratto dei metalmeccanici; Foa era segretario del sindacato, e aveva scritto sul primo numero dei "Quaderni Rossi": un bell'articolo, ma si capiva che, al momento di decidere se stare dentro o fuori, lui sarebbe rimasto dentro. Ero con un giovane che lo conosceva, ci incontrammo sulle scale. Foa finì appena di rispondere al saluto del mio amico, che già lo prendeva sottobraccio e gli chiedeva con un'aria urgente, e quasi drammatica: "Hai visto "Otto e mezzo"? Che ne pensi?" Ci rimasi male: una fatuità del genere, la mattina dei miei primi metalmeccanici. Ora ho letto, in una lettera dal carcere di Foa dell'ottobre 1937: "Datemi spesso notizie di Anna e chiedetele se è andata a teatro o al cinema e se ha visto qualcuno dei grandi films francesi che stan facendo rumore nel mondo".
Tutto questo mi serve adesso a ridere un po' di me, ma anche a regolare l'impressione forte che mi hanno fatto queste "Lettere della giovinezza". Un'impressione tale da persuadermi che lo conoscevo davvero poco, Foa (benché abbia letto anche i suoi libri, che si sono significativamente infittiti in questi anni), e farmi immaginare che lui stesso debba essersi un po' scoperto e sorpreso di sé, a rileggere quegli otto anni buttati in scrittura. Un'impressione tale da suggerire l'idea irriguardosa che l'età adulta, e matura, risulti dopotutto, nelle vite longeve, una lunga ma mortificata parentesi a paragone del disinteresse versatile di giovinezza e vecchiaia. Il Foa di oggi sembra assai somigliante a quello della galera, e meno a quello adulto e maturo che credevo di aver conosciuto abbastanza.
C'è nella galera una sospensione del tempo utile e un'attesa indefinita che vi ributta indietro - a un'adolescenza, quasi. Il Foa che entra in carcere nel 1935 non è più un ragazzo, è un'avvocato, ha una professione avviata. Un venticinquenne di allora è un uomo fatto. (Piero Gobetti era morto prima di compiere i 25 anni). Nel 1943, quando uscirà, avrà già 33 anni. "Lettere della giovinezza", dunque, ma più esattamente di una sua protrazione e di un suo rinnovamento, imposto dal carcere: la vita si interrompe, e torna alla casella in cui bisogna ancora decidere di tutto. Una cosa sola è decisa: più che un impegno politico in senso stretto, è un impegno di dignità civile, preso una volta per tutte. Ma il resto è azzerato e riaperto. Qualunque cosa debba venire, e chissà quando (che non sia presto, il prigioniero lo ha capito subito), si tratta di prepararsi. Di ricominciare dai verbi irregolari greci. Di far ginnastica. Di leggere, pensare: liberamente. Come, appunto, chi non sappia ancora quale sarà poi la sua strada. Come un liceale. Le lettere di Foa sono il diario straordinario di questa lunga, libera e geniale preparazione.
Straordinaria è la decisione stessa di trasferire con tanta costanza un diario nelle lettere ai genitori (e, più rare, ai fratelli), gli unici coi quali fosse autorizzata la corrispondenza, con rigidi limiti di frequenza e di censura. Foa usa i suoi destinatari per trascrivere pensieri e appunti di lettura, che altrimenti gli sono vietati (è la parte ingente del libro che la rapidità dei recensori mi fa sospettare saltata, ma è molto interessante - la suggerirei, appunto, agli studenti di liceo e università: provate per esempio col compendio su Sorel e la teoria dello sciopero generale, alle pagine 299-301), e anche, evidentemente, per tenere un suo personale diario, senza che mai ne venga spenta o falsata la cordialità e vivacità della comunicazione coi suoi e del lessico famigliare. Questa pubblicazione, tanto rinviata, è prima di tutto un atto di devozione filiale, come nella dedica e nella bellissima introduzione: "Io li pensavo e li penso sempre, mio padre e mia madre: parlottavano fra loro in dialetto piemontese, il discorso è sempre sulle bambine lontane o su qualcuno da aiutare".
Straordinario è l'epistolario anche per questo: in confronto con altri, pure notevoli (fra i pochi che conosco, quello di Ernesto Rossi, compagno prezioso dello stesso Foa, e di tredici anni più anziano, cui manca dunque la giovinezza). Il confronto che chiunque farà è con Antonio Gramsci, a me carissimo, lui e i suoi scritti. Le "Lettere dal carcere" di Gramsci possono restare staccate dai "Quaderni", i quali hanno, pur nella frammentarietà dovuta a forza di cose e libertà d'intelligenza, un orientamento ben diversamente definito e governato che non le letture e i pensieri di Foa, i quali viceversa sono sempre intrecciati con la conversazione personale e le osservazioni sull'attualità - ricchissime: come sulla persecuzione antisemita, che in quegli anni monta.
Anche nelle letture di Foa c'è un programma, imposto soprattutto dai più rigorosi e anziani suoi compagni: e imperniato, per impulso principale di Ernesto Rossi, sullo studio accanito e devoto dell'economia, materia d'obbligo per gli apprendisti di politica fino a poco fa (poi, è stata una grande liberazione). L'economia prometteva, più di ogni altra disciplina, di interpretare il mondo, e addirittura di governarlo: illusione costata letture matte e disperatissime. Facendo sul serio, Foa e i suoi compagni si cimentano anche con la matematica, la più gratuita delle discipline, al servizio della teoria economica - come studiare il violino a fini di lucro.Al momento di uscire, Foa potrà a buon diritto immaginare per sé una professione di economista matematico.
Ma le letture più congeniali di Foa sono quelle storiche, soprattutto di storia del Risorgimento e dell'Italia Unita, sentite come necessarie a spiegare il destino contemporaneo dell'Italia e dell'Europa. Al Risorgimento, al Partito d'azione (e alla parte che vi tennero italiani ebrei) Foa è vivamente attaccato; e, discutendo di antisemitismo, osserva che "l'Italia ha il vanto di una insuperabile tradizione circa la concezione extraterritoriale e ideale della patria: tutto il pensiero e l'opera del partito d'azione era inconfondibile su quel solco". E altrove descrive il proprio sentimento profondo della "continuità e dell'unità della storia italiana".
Congeniali gli sono anche le letture di romanzi (e di "Pinocchio" e dei "Dialoghi" di Platone), commentati con gran penetrazione. E anche gli svarioni inevitabili ("Ho saputo che hanno messo in galera Freud; non si poteva immaginare arresto più opportuno") sono riscattati da frasi secche come: "Ho saputo della morte fisica di D'Annunzio". Oppure, il 17 settembre 1939, "Ho sentito dire che è scoppiata una guerra". "La mia maggior privazione - scrive Foa, nel 1938, rimpiangendo Parigi - è il non sapere come si pensa dove la gente può ancora pensare". Gli unici eventi di quella galera sono i libri: ma nei libri avvengono cose così formidabili! E ci sono libri essenziali che, se non si leggono in prigione, dopo una certa età non si leggono più. La stessa scrittura di Foa, più sciatta all'inizio, cresce via via di qualità e di spirito, mostrando gli effetti di quella scuola forzata.Una leggerezza, e soprattutto un'ironia instancabile attraversano le pagine di Foa: non c'è mai la drammaticità angosciata della galera gramsciana. Foa fa tesoro delle irresponsabilità e di quella amara caricatura della spensieratezza cui la galera costringe, quando non si è sopraffatti dal peso di chi sta fuori: persone care o ideali cari. In carcere non è difficile essere dignitosi e intransigenti, e neanche coraggiosi: il coraggio ciascuno può trovarlo, se vuole.
L'ironia vera no: l'ironia, chi non ce l'ha, non se la può dare. Foa ha un'ironia priva di cinismo. E non è solo per aggirare la censura che ricorre metodicamente a un "understatement "che può diventare gelido: "A suo tempo informatevi e fatemi sapere quali professori hanno preso il posto degli ebrei... Ho un interesse di natura specialissima a sapere il nome di questi signori". Raramente, anche l'ironia deve accettare di ritirarsi: "Come tutto ciò è accaduto rapidamente, come fulmineamente ci è stato rotto l'alto sonno nella testa!" È il novembre del '38. Quando l'anno maledetto sta per finire, il Foa carcerato può scrivere amaramente ai suoi liberi: "È certo che sotto l'aspetto morale il vostro ambiente è ben più triste del mio". Il lettore che, non sapendone niente, si chiedesse sulla scorta delle lettere che cosa sia poi diventato l'autore, potrebbe tentare cento risposte, senza riuscire ad azzeccare quella giusta: "il sindacalista". A ripensarci, può darsi che fare il sindacalista sia stato il modo migliore per essere "un uomo d'azione" - senza "saper menare le mani".
Tuttavia già in quelle lettere ritrovo un tratto peculiare di Foa, che non dipende dalla politica ma viene prima: un ottimismo fondamentale, una fiducia - ingiustificata quasi come il suo contrario, ma forte - nel futuro. Ritrovo anche una spiegazione a quella che tanti anni fa mi era sembrata una concessione di Foa all'interpretazione delle cose secondo un gusto d'intenditore politico. Una specie di realismo politico, a volte ingenuamente ostentato, ispira certi commenti del Foa prigioniero, e si mostra inaspettatamente legato all'intenzione di escludere da sé ogni piagnucolio, ripiegamento, abbandono - debolezze ottocentesche, di fronte al "pudore delle nuove generazioni: (...) un pudore profondo, che non nega la mera espressione ma nega il sentimento stesso, che ha nausea delle auto-denigrazioni e delle false modestie, che pretende di valutare la realtà con freddezza, di liberare le valutazioni umane da inquinamenti mistici". Di questa fiera combinazione di pudore anti-mistico e di realismo "freddo" non fanno le spese solo i prigionieri femminei del secolo scorso - il loro languido portabandiera, Pellico, ma anche il povero Settembrini, che ricerca nell'ergastolo di Santo Stefano "la causa dei propri dolori, non già nell'unico modo ragionevole e
cioè nello stato politico del suo tempo e nella situazione delle forze relative"; e lo stesso Foscolo, "animo caldo di guerriero, che però aveva sempre le lacrime in tasca". Ne fanno le spese anche "le sterili lamentele" di ebrei contro le persecuzioni tedesche (attenzione: siamo ancora nel 1937): "Io mi sentivo a disagio, avvertendo l'assurdità di considerarle isolatamente, indipendentemente dalle loro origini e fondamenti ideali". È ancora questo deliberato realismo a ispirare una cavillosa pagina "a mente serena" contro l'"errato misticismo" degli abolizionisti della pena di morte. Di Cavour, giustamente ammirato, il giovane Foa scrive: "E bugiardo doveva certo apparire (ed anche essere) come sempre gli uomini politici attivi a coloro che non hanno la responsabilità del potere". Eccetera.
Siccome ho cominciato con un'osservazione personale e quasi indiscreta, finirò allo stesso modo. Foa mi ha spedito il libro con una dedica "ad A. e a quelli che sono attorno a lui". In realtà, la galera ha una straordinaria capacità di conservazione di se stessa, e i cambiamenti di regime - figuriamoci di maggioranze - bussano sì e no alla prima cinta delle sue mura. A distanza di decenni, i carcerati riconoscono gli stessi giorni, le stesse notti, la desolazione della domenica, il furore dei ferri battuti, gli stessi rumori, ottusità, brutalità. Lo stesso miglioramento per chi soffre di allergie vegetali (anche il polline fugge le carceri). La stessa domandina. Lo stesso "piacere di ricevere le cartoline". La stessa sottrazione dell'orizzonte. La stessa invidia per tutto ciò che vola. La stessa proibizione dei guanti. La stessa diffidenza estrema per i dentisti. Lo stesso attaccamento alla corrispondenza (allora le poste funzionavano). Beninteso, le differenze sono colossali: come la rasatura obbligatoria dei capelli, o la proibizione di tenere una matita, e gli appunti presi col sapone sul vetro della finestra. La differenza più importante fra la galera degli antifascisti e quella di oggi sta nell'isolamento di allora dai detenuti comuni: desiderato dai più fra loro, consapevoli e contenti (magari con qualche pregiudizio perbenista) della propria diversità; imposto ad altri, che pure, per curiosità umana o per noia, avrebbero voluto incontrare gli ospiti regolari delle carceri. A me sembrerebbe un incubo una galera in cui tutti i delitti veri o presunti, tutte le età, tutte le nazioni, tutte le malattie, non fossero mescolate, non passeggiassero insieme, non si raccontassero le loro storie: benché mi tenga caro il riparo di una cella tutta per me - la più brutta, la più minuscola, ma solitaria. (Scrivendo così, io non posso fare a meno di citare Virginia Woolf, ma Foa lo scriveva già per suo conto: "Sabato sono stato messo in una cella tutta per me"). Perciò ho apprezzato la dedica di Foa.


recensione di Guidetti Serra, B., L'Indice 1998, n. 9

Coprono 1113 pagine a stampa le 498 lettere (qualche altra andò perduta) che Vittorio Foa ha inviato dal carcere ai famigliari. A soppesare il volume si potrebbe pensare: "un mattone!". Meno brutalmente chiedersi: che cosa mai aveva da scrivere un giovane chiuso tra quattro mura, talvolta solo o con un paio di compagni: intelligenti, simpatici, affini per idee, ma sempre gli stessi, per anni! Che cosa mai aveva da scrivere privo di strumenti d'informazione, con letture faticosamente conquistate attraverso le burocratiche "domandine", con gli argomenti condizionati alla situazione familiare pena la "censura" che inesorabile cancellava il non consentito. Censura cui si aggiungeva l'"autocensura", cioè tutto ciò che volutamente lo scrivente taceva per ragioni di principio.
Pur condizionate da queste varie barriere e malgrado l'inevitabile uniformità di alcuni argomenti, queste lettere sono tutte da leggere: dalla prima, del 17 maggio 1935, all'ultima, del 18 agosto 1943. È da quell'"insieme", infatti, che ci viene un messaggio di etica politica, valido al tempo, ma che può raggiungere oggi le nuove generazioni.
Sono numerosi, peraltro, gli aspetti d'interesse. A me, in queste poche righe, piace privilegiare quello che mi sembra il più significativo. Si tratta del modo con cui il carcere-pena viene vissuto. Intanto mai un lamento (anche se la salute non sempre soccorre, ad esempio, e le deprivazioni sono tante).Il linguaggio è sempre sereno, consapevole, pervaso di ironia.
Scrive il 29 febbraio 1936 subito dopo la condanna: "La mia mentalità giuridica non riesce in alcun modo a giustificare la sentenza che sotto ogni aspetto di diritto e di fatto è errata; per quel che mi riguarda modestia impone che io riconosca di non avere meritato in alcun modo la particolare qualifica di cui hanno voluto gratificarmi" .Si riferisce alla pena aggravata perché considerato un dirigente torinese di Giustizia e libertà. E incoraggiando i genitori: "Saranno molto meno di quindici gli anni che passerò in carcere: ne ho l'incrollabile certezza.Perciò state tranquilli come io sono". E, ancora: "Ho fatto un ottimo viaggio, in uno scompartimento piccolo piccolo per me solo, ché in due non ci si sarebbe stati", scrive il 7 giugno 1935 a seguito del trasferimento a Roma.L'accenno rievoca i particolari scompartimenti per detenuti "in traduzione", vere e proprie bare, oggi scomparsi.
Fra gli aspetti del modo di vivere il carcere colpisce, tra gli altri, la determinazione allo studio, tenacemente perseguita, non senza ragione. "Studiavamo per capire il mondo, essere all'altezza dei compiti futuri", scrive Foa nella presentazione. Ma anche questa attività trovava ostacoli. Non era consentito avere carta per appunti. Per questo, spesso, la lettera ai famigliari si interrompeva: "E adesso tollerate qualche appunto". E seguivano, nel pur già limitato spazio disponibile (tutto in un solo foglio!), le annotazioni sugli argomenti più vari e complessi studiati. Una riprova della volontà di vivere quell'esperienza non casuale di privazione della libertà con la volontà di essere comunque presente e partecipe alla realtà sociale. Partendo magari dall'esame di problemi del passato. Ai genitori il 28 maggio 1937: "Vi esorto a leggere un bel libro 'L'affare Dreyfus' [di] Bruno Revel (...) L'impressione dominante che resta, a libro finito, è quella della bellezza di una lotta in cui gli ideali sonanti di verità e di giustizia (...) presero corpo e forma in una concreta battaglia politica".
Le citazioni possibili sul modo di vivere il carcere potrebbero continuare. Forse alcune battute delle ultime lettere le concludono esemplarmente: "5 agosto '43 (...) Sono convinto che presto usciremo (anche se finora nemmeno uno è uscito); ma potete stare tranquilli che piuttosto che fare qualche minimo atto che incrini il mio passato, starò qui" .E l'8 agosto: "Preferisco restare piuttosto che fruire di benefici personali". Si ricordi, sono passati più di 8 anni e 3 mesi dall'arresto...
Ho insistito sul modo di vivere il carcere. Quale il messaggio che ne deriva specie alle nuove generazioni? Penso si possa cogliere in un pensiero di Vico che, scrive Foa nella presentazione al volume, lo ha accompagnato per un lungo pezzo della sua giovinezza: "Paiono traversie e sono opportunità".