Il levriero di Tiepolo. Testo inglese a fronte

Derek Walcott

Curatore: A. Molesini
Editore: Adelphi
In commercio dal: 30 novembre 2005
Pagine: 339 p., Brossura
  • EAN: 9788845920271
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Descrizione
In versi che scivolano uno sull'altro come onde, il poema dispiega lento i suoi temi, come un romanzo. Parla della silenziosa preghiera dell'arte, della memoria che stinge come il colore dei dipinti. E dell'esilio, emblema di quel senso di estraneità che alcuni si portano dentro ovunque, in ogni istante. Come Walcott (Nobel per la letteratura 1992) e il suo conterraneo Pissarro, separati da cento anni di storia, ma appartenenti entrambi a minoranze etniche e religiose, metodista il primo, sefardita il secondo. Due esuli volontari, che hanno scelto i climi freddi di New York e di Parigi. Due artigiani dalle vocazioni parallele, devoti allo studio del paesaggio e della luce.

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Eccolo: "Autunno e una bionda attraversa Christopher û / treccine a corona color pelle: Veronese. // Osservo. Una coppia di levrieri bianchi salta via da lei / sguinzagliata per spumeggiare fra le ginocchia di Atteone". Qui Walcott si paragona ad Atteone fermo a rimirare Diana nuda e perci= sbranato dai cani della dea. "Nella luce dorata quel noli tangere / che tiene la sua cornice e il suo distacco su una strada // quell'espressione che non ha parole da dire / come se fosse un affresco ripeterà // una vecchia divisione". Forse la bella intoccabile newyorkese ribadisce la condizione emarginata del vecchio voyeur-Atteone? L'antico tab· fra donna bianca e uomo nero? L'osservatore la spoglia mentalmente: "Quanti racconti / da raccontare fra lei e i suoi vestiti // (pur non cos8 elaborati come i broccati di Veronese); / ho aggiunto altri cani a quello del Tiepolo". I cani del desiderio? "Inarcato nel suo profilo dal muro / la bestia si gir= mi riconobbe e ringhi=". + il cane dell'affresco o uno dei levrieri della ragazza? La confusione è voluta. Ora per= torniamo senz'altro al Greenwich Village: "Poi fermando un taxi giallo-foglia la mia bella / le stratton= il collo e subito sparirono". A Walcott - Humbert Humbert perduta per sempre colei che già chiama la sua bella non resta che prendere uno "stanco taxi" e venirsene magari a Venezia alle cui calli e canali sono dedicate diverse pagine: "Dal mio stanco taxi che sferraglia verso il Kennedy / vedevo gli ultimi aceri insolenti in fiamme; // sul ciglio della strada alberi scheletrici erano in attesa / del fioco sole autunnale pietanza solita". Ma ancora la fine del canto riserva una visione che riporta il poeta alla sua ricerca ossessiva: "Mi girai e vidi correre dietro al taxi / û tra rami incrociati cartelloni un sottopasso-sudario // dal traffico fermo a singhiozzo û l'estasi ombrosa / di un bastardino nero che salta di là dal vetro".
Questo cagnetto in estasi questo "bastardo" è anche il grande Walcott un mago delle parole sontuoso Prospero che non cessa di stupirci. Certo la materia è ricca lutulenta e di non sempre immediata decifrazione come si è visto anche da questo brano abbastanza lineare che ho tentato di commentare. L'assenza di note all'eccellente traduzione di Molesini non facilita la comprensione ma dopotutto siamo adulti e non abbiamo sempre bisogno di essere imboccati. Se sappiamo che Kennedy è un aeroporto di New York bene se no pazienza. La scrittura di Walcott è appunto pittorica e musicale: quanti toponimi che ci fanno venir voglia di andarlo a cercare nelle sue isole a cui lui a differenza di Pissarro ritorna costantemente. Come la pittura e la musica la poesia paradossalmente non si lascia tradurre in parole. Oppure è sempre un po' al di là con l'intelligenza linguistica del maestro che compone in quel suo inglese pastoso.
E che dire della stranezza di un libro sulla pittura ma senza immagini? Non impareremmo di pi· da poche riproduzioni di Pissarro che da tutte le lunghe descrizioni delle sue tecniche e disavventure che fa Walcott? Rispondiamo che cercare per conto nostro le opere del pittore non potrà che arricchire la lettura ma dopo tutto il processo metaforico è reversibile: la pittura metafora della poesia è a sua volta solo parole dunque poesia ma parole-materia dunque pittura. E la musica presiede all'organizzazione del tutto introducendo ora il tema Pissarro ora il controtema levriero-Walcott e richiamandoci sovente al fatto che stiamo leggendo dei versi. E sotto questo trionfo di tinte e di suoni c'è l'amara coscienza storica del bardo moderno che ci parla da un mondo lontano: "Le nostre trib· furono scosse come semi da un setaccio. / I nostri dialetti ben radicati si sforzarono nell'esprimersi // e cosa restava di noi senza quella lenta fede / nella nostra natura? Non la Guinea non la Provenza (à) Camille Pissarro dovette udire il rumore / degli schiavi lamentanti la loro perdita e se li ud8 / tremano nei pioppi di Pontoise / le tremule elegiache lingue che dipinse".
Lo stile grande di Walcott potrebbe accusarsi di una sublimità vacua un ragionare enfatico che dobbiamo accettare a scatola chiusa sulla parola del poeta visionario. Vedi qui la spericolata metafora dei lamenti degli schiavi portati alle Antille che verrebbero ripetuti dalle "lingue" dei pioppi dipinti da Pissarro a Pontoise. Ma Il levriero di Tiepolo per quanto faticoso non è opera di un fumista e se ci affidiamo al ritmo lo possiamo gustare per quello che è: un poema complesso e appassionato che ripaga chi vi si consegni (un po' maniacalmente come il suo autore). Se potessimo disporre di una registrazione di Derek Walcott che legge le sue sonore storie e fantasticherie ci= varrebbe cento critiche e recensioni.

Massimo Bacigalupo