Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale

Claudio Magris

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1977
In commercio dal: 1 gennaio 1997
Pagine: 323 p.
  • EAN: 9788806114718
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    angelo

    03/05/2018 20:27:17

    L'opera di Magris imprescindibile per penetrare il pensiero di Roth. Una complessa prosa permetta l'abile ricucitura dei motivi ebraici tra le maglie della sterminata produzione dell'autore austriaco. Claudio Magris riesce a separare magistralmente i temi che compongono la tradizione ebraica e ad analizzarli sia nella loro genesi lontana sia nel contesto storico più vicino all'autore. Decisamente un'opera necessaria per comprendere Roth e due temi a a lui strettamente legati: la finis austriae e lo sviluppo della decadenza europea a cavallo tra i secoli XIX e XX.

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    Fabio Ballabio

    31/03/2004 09:43:22

    Claudio Magris (1939) ha insegnato lingua e letteratura tedesca all’università di Trieste. Il libro prende il titolo da una storiella ebraica. Alla domanda: “Vai dunque laggiù? Come sarai lontano!”, un ebreo risponde: “Lontano da dove?”. Oggetto del libro è la letteratura jiddish come specchio della civiltà dello shtetl, piccola città e microcosmo degli ostjuden. Epos o cronaca di di un mondo spesso sconvolto dalla persecuzione, essa elude la tragedia per volgersi al malinconico sorriso consolatore di chi sa di non poter essere veramente sconfitto. Ultimo protagonista di questo mondo è Joseph Roth che si distingue dai nostalgici asburgici e, vicino a Musil nella critica dei valori, legge nello sfacelo dell’impero austro-ungarico la fine della tradizione e l’inizio del moderno (atomizzazione e secolarizzazione). Il saggio “Ebrei erranti” (1927) è un polemico epitaffio dello shtetl, di quella comunità ristretta e isolata dal circostante e ostile contesto umano, di quel cosmo che offriva ai singoli individui un cordone ombelicale con la totalità della vita. Roth definisce questa umanità, integra e illesa nella sua carica affettiva, Heimat, la patria e la terra natia perduta e irraggiungibile. Di contro Vaterland è la trepida unità di ambiente e persona alla collettività aggressiva e razzista, barbaramente orgogliosa del suo nazionalistico “marchio di Caino”. Per l’ebreo della diaspora il Vaterland è sempre idolatra, sia quello degli isterici stivali prussiani sia quello dei grattacieli americani. Nelle pene della storia-esilio il rifugio è la Mutterheimat di Else Lasker-Schüler, una completa identificazione tra patria e madre, rifugio e casa, per Roth l’impero e lo shtetl. Per lui, come per Kafka, il ghetto agonizzante si trasforma in un mito impossibile, utopia di un passato che si pone come implicita contestazione del presente, riaffermazione di valori certo proiettati arbitrariamente nello shtetl ma altrettanto certamente assenti nella

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