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Franco Venturi

Curatore: L. Casalino
Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 1996
Pagine: LXV-437 p.
  • EAN: 9788806141226

recensione di De Luna, G., L'Indice 1997, n. 1

La raccolta degli scritti politici di Franco Venturi curata da Leonardo Casalino comprende gran parte di quanto pubblicato dapprima nell'ambito cospirativo di Giustizia e Libertà, poi in quello partigiano del Partito d'Azione, così che gli articoli e i saggi sono prevalentemente concentrati negli anni tra il 1933 e il 1946. Grazie a questa scelta del curatore il libro è in grado di restituirci con grande efficacia due nodi problematici che hanno alimentato da sempre la querelle storiografica sull'azionismo: la dimensione teorica che segnò i percorsi di approdo al PdA dei giovani cresciuti dopo l'avvento del fascismo e la concezione della politica che, allora, ne ispirò scelte individuali e comportamenti collettivi.
1. "Il socialismo antitotalitario". Sul primo versante, va detto innanzitutto che il libro consente di ricondurre direttamente a Franco Venturi i primi lineamenti di una compiuta elaborazione del "socialismo antitotalitario" che ispirò il progetto di "rivoluzione democratica" perseguito dal PdA, in particolare dell'Esecutivo Alta Italia e dalle sue componenti torinesi. È una posizione fortemente segnata dal confronto con il socialismo liberale di Rosselli e con gli echi gobettiani che risuonavano in "Giustizia e Libertà" attraverso Aldo Garosci; la loro ripresa nel vivo della lotta partigiana assume tuttavia una forza dirompente, tale da imprimere alla riflessione di Venturi il suggello di una marcata originalità che qui vale la pena sottolineare nei suoi elementi costitutivi.
Certamente Venturi condivide con Rosselli la forte tensione antideterministica che ne caratterizza l'incontro-scontro con il marxismo. Quello che allora seduceva di Marx era soltanto il pensiero costruito sui fatti, sui processi reali, sulle condizioni materiali della società. Ed è significativo come, in un articolo sui "Nuovi Quaderni di Giustizia e Libertà" (Marx), Venturi spinga quest'ansia di concretezza e di pragmatismo fino al superamento di Marx in Lenin, in un Lenin che, come scriveva, "non ha confutato il naturalismo marxista, né gli si è rivoltato contro, ma ha con mezzi politici, con strumenti organizzativi, con mezzi cioè adatti alla bisogna, reso vano ogni fatalismo marxista, sostituendovi una tesa volontà e forza d'azione".
Del marxismo, insomma, si rifiuta tutto quanto possa essere riferito a un certo quietismo evoluzionistico, in una direzione di ricerca che da Rosselli conduce a Calogero e al filone liberalsocialista e che definisce una delle coordinate unitarie al cui interno si rassodò il processo costitutivo del PdA; di suo Venturi aggiungeva ulteriori elementi di specificazione mutuati direttamente dalla riflessione sugli aspetti politici più innovativi della lotta partigiana.
Il nodo da sciogliere restava quello di sempre: conciliare la giustizia con la libertà, individuare, quindi, un percorso attraverso il quale il socialismo fosse definitivamente vaccinato contro le tendenze totalitarie; nell'opuscolo "Socialismo di oggi e di domani" questo percorso è intimamente collegato "all'autorganizzazione delle masse e al controllo dal basso": "Socialismo - scriveva Venturi - non è collettivizzazione (...) più a fondo della collettivizzazione sta il problema del controllo, della gestione, dell'organizzazione della fabbrica, del centro produttivo". L'opuscolo era già pronto nell'estate del 1943, tanto da figurare tra i titoli di una collana einaudiana che avrebbe dovuto essere diretta da Giaime Pintor; dopo l'8 settembre e l'inizio della lotta armata, la crucialità del processo produttivo e la centralità della fabbrica si caricarono di ulteriori valenze politiche. Sollecitato dall'Esecutivo Alta Italia e dalla stessa Direzione romana, Venturi elaborò un manifesto-programma per riassumere i principi del suo socialismo antitotalitario: "Soltanto una società a base socialista - egli scriveva - potrà liberare il lavoro e porlo al centro della nostra civiltà, rosa fino alle midolla dai milioni di disoccupati, dalle forze che organicamente tendono alla guerra e alla distruzione. E soltanto se il socialismo sarà coscientemente antitotalitario, politicamente ed economicamente, esso potrà essere il fondamento di una società complessa ed articolata, basata sulle organizzazioni politiche di tutte le classi italiane che sono scese in lotta contro il fascismo e il nazismo.
Emergevano così nitidamente i motivi di fondo che ispiravano la rivoluzione democratica: una assoluta fiducia nella rottura dei vecchi paradigmi teorici della sinistra, un ottimistico giudizio sulla natura rivoluzionaria della crisi apertasi nel paese con la caduta del fascismo. Gli "aspetti totalitari delle moderne tendenze delle masse", "l'elemento totalitario del socialismo e del comunismo" che erano stati i principali alimenti per "la crisi della stessa civiltà dell'uomo", potevano essere definitivamente superati nelle grandi trasformazioni politico-sociali scaturite dal conflitto mondiale.
Si delineava quindi un'ipotesi originalissima di "terza via", questa volta però tra socialdemocrazia e leninismo, emarginandone il versante liberale; le sue possibilità di successo erano tutte legate agli aspetti rivoluzionari della crisi italiana: "La situazione è ben più rivoluzionaria di quanto molti di voi mi pare che pensino - scriveva Venturi a Manlio Rossi Doria il 7 marzo 1944 - e la rinascita è
anch'essa seria. Non voglio sopravvalutarla, ma ti assicuro che la base reale degli scioperi, delle bande, delle lotte qui non potrà più riassorbirsi in una politica di manovra col vecchio stato, ma presto o tardi entrerà in vero e profondo contrasto con essa".
2. "Il diavolo in corpo". Questa dimensione del Venturi politico, militante impegnato che nutre di passione e di coraggio il suo ruolo di intellettuale, è quella che il libro ci consegna con più immediatezza. Il "socialismo antitotalitario" è impensabile al di fuori dell'eccezionale congiuntura storica apertasi con la Resistenza; i suoi elementi teorici appaiono deboli e incerti, così come lo erano gran parte delle formulazioni rosselliane che li ispiravano. Ma Venturi non si confronta con i classici del pensiero politico; i suoi riferimenti immediati sono i Cln, le bande partigiane, i consigli di fabbrica, le forme di autogoverno dal basso che scaturiscono direttamente dalla lotta armata. C'è in lui come nei suoi compagni la sensazione di vivere un'irripetibile "occasione storica", quasi che la guerra abbia innescato un processo inarrestabile di rottura con tutto quanto di sbagliato e di ingiusto si era raggrumato nel processo di costruzione dello Stato unitario e della nostra identità nazionale.
Ne deriva quella concezione della politica che proprio nelle recenti polemiche sull'azionismo è stata indicata come elitarismo, attirando sul PdA l'accusa di essere stato un ostacolo all'affermazione in Italia di una grande forza autenticamente liberaldemocratica. All'intransigenza azionista si rimprovera soprattutto di non aver "visto" la realtà del paese, la sua "zona grigia", inseguendo il miraggio delle utopie consiliari o l'astrattezza moralistica della "pregiudiziale repubblicana". Ed è un rimprovero a cui fa eco, nel libro, l'autocritica di Vittorio Foa sulla "debolezza nell'analisi del movimento politico cattolico".
Francamente è un'autocritica comprensibile solo nell'ottica autobiografica che ispira lo scritto di Foa, ma non alla luce delle più recenti acquisizioni della ricerca storica. Certamente la maggioranza degli italiani attraversò la crisi 1943-45 aspettando solo che finisse la guerra; i nuovi percorsi storiografici alimentati dalla riflessione sulla "resistenza civile" dimostrano come ormai l'"attendismo" sia stato sradicato dalla consueta accezione politico-militare per farne una scelta definita da quella "strategia della sopravvivenza" che segnò in profondità l'esistenza collettiva di questo paese. Ma proprio perché lo scenario di fondo era quello, "per insorgere ci voleva il diavolo in corpo" diceva Franco Venturi citando Bakunin. "Per insorgere", non per governare o per amministrare; e per "mettere il diavolo in corpo" occorreva forzare e scardinare quella viscerale voglia di "normalità" che affiorava dai rifugi antiaerei, dalle città distrutte, dalle linee di comunicazione sconvolte; di qui l'insistito confronto con la temperie morale dell'Illuminismo, l'ammirazione dello stesso Venturi per gli illuministi meridionali, Genovesi e i suoi seguaci, che "volevano riformare la nazione addormentata", o per Pietro Verri: "Se la mia è una follia, io so tuttavia che la società sarebbe migliore se ci fossero meno saggi".
In questa chiave, l'intransigenza che ispira la "rivoluzione democratica" diventa in realtà un surplus di tensione ideale applicata alla lotta politica, una risorsa, quindi, a cui ha potuto attingere l'intero paese in uno dei momenti più rovinosi della propria storia. Non si poteva "guardare alla Dc", mentre era insieme ai comunisti che si combatteva; non si poteva gestire l'emergenza seguita all'8 settembre con un tasso di moralità normale; ci voleva la moralità armata. Più che un ostacolo all'affermazione di un partito veramente democratico, l'elitarismo intransigente del PdA appare quindi come un anticorpo prodotto fisiologicamente dallo sforzo immane di far nascere la democrazia in un paese che aveva partorito il fascismo e che nel fascismo aveva identificato un pezzo importante della propria autobiografia. Non un esercizio sterile e moralisticamente fine a se stesso, quindi, ma una griglia attraverso cui selezionare le idee e gli uomini necessari al paese per superare i tempi del ferro e del fuoco.
E qui il discorso dall'azionismo si sposta agli azionisti. Dall'intransigenza scaturisce infatti una figura inquietante e anomala di intellettuale armato, sradicato dall'accademia e dal mercato e definito esclusivamente dalla priorità del conflitto come risorsa strategica. Una figura che nel Venturi di questi scritti trova il suo tipo ideale.